Archivi del giorno: 8 gennaio 2020

È UN TEMPO STRANO, UN TEMPO DI ATTESA MA ANCHE DI ANSIA


È UN TEMPO STRANO, UN TEMPO DI ATTESA MA ANCHE DI ANSIA

A Natale, si sa, tutte le famiglie si riuniscono, festeggiano e poi, immancabilmente, per i più anziani, i discorsi passano sui nonni, si ritorna agli anni ’20.

In casa mia si parlava dei nostri nonni, appunto, di uno in particolare, uno dei tanti che, a diciotto anni, fu mandato in guerra, la cosiddetta grande guerra, a difendere i confini della Patria dagli invasori e che ebbe la ventura di tornare, purtroppo malato di grave polmonite, a causa del freddo subito stando coi piedi nel fiume Isonzo, con pochi abiti. Doveva stare lì, nell’acqua e al freddo, per fronteggiare un nemico. E quando tornò ebbe solo il tempo di raccomandarci di non fare più la Guerra.

Ma in questo tempo così strano, siamo certi che la guerra sia finita? Siamo sicuri che non ne inizi un’altra, ancora più terribile di quelle passate nel secolo scorso?

È un tempo strano, un tempo di passaggio, in un mondo che è stato e di cui non si riesce a comprendere il futuro.

Ci sono eventi storici ambivalenti, resistono retaggi del passato, si muovono masse verso il futuro, ma non è facile comprenderne la direzione.

E soprattutto siamo certi che il clima d’odio che stiamo alimentando non sia foriero di una nuova grande guerra?

È anche un nuovo tempo delle grandi migrazioni, come se ci fosse una naturale scivolamento delle persone verso altri luoghi, spinte dal bisogno.

Il mondo è diventato un grande braciere, innaffiato da violente e passeggere perturbazioni, per cui ci sono parti del mondo che sono invivibili, non hanno più un ecosistema equilibrato.

In mezzo c’è un pezzo di mondo che si sente al sicuro da tutto questo, che vive in una bolla di benessere e stigmatizza i comportamenti di chi, per bisogno, è costretto a spostarsi verso un altrove che spera migliore.

Questo pezzo di mondo vive l’attesa per un ulteriore progresso sociale, tecnologico, artificiale, quasi fosse necessario per vivere di più e meglio avere in mano il destino dell’universo.

Ma in questa direzione, è un mondo che produce miseria e distrugge il pianeta.

Anche i tentativi di reazione sono funzionali a questo schema, hanno il carattere dell’episodicità, si frantumano appena tentano di costruire qualcosa di concreto, è il tentativo di costruire nuovamente la torre di Babele, per il solo gusto di apparire, di contare, di scommettere, di ruggire.

È una società in cui gli atti di giustizia sono riservati al moto repressivo delle forze dell’ordine e della magistratura e dove i gesti eroici si pagano con il sangue.

Non mancano i giusti, anzi sarebbero anche tanti, ma non riescono ad evitare che il mondo costruisca il suo equilibrio sull’ingiustizia ed in qualche misura ne divengono anch’essi funzionali.

Ma non esiste un modo per sperare che non passi per l’impegno quotidiano dei giusti, dei miti di cuore, perché davvero oggi è dato a costoro il compito di salvare il mondo.

I potenti oligopolisti costruiscono la nave per salvare solo se stessi ed i loro amici sodali.

Agli altri serve una nuova arca dell’alleanza in cui si sale, a due a due, in cui si sale solo se, accanto a te, c’è quel povero viandante che ha preso tante botte dalla vita, che ha dovuto lasciare la sua casa e non ha più nulla, che cerca una nuova relazione d’amore.

Solo così l’attesa acquisisce senso ed apre ad una prospettiva, odora di speranza.

Tuttavia i fatti che si succedono giornalmente, pari ad una lotta per il potere, distrugge ogni speranza.

Ci sentiamo male, quando si uccidono persone, quando un Trump si sente padrone del mondo, ed un Putin non vuole essere da meno. Quando un Erdogan bombarda i curdi e va in Libia ad occupare militarmente una parte di quel paese.

Siamo sballottati da tutti questi potenti, non comprendiamo nemmeno più chi è amico o nemico di chi.

È un tempo di attesa, questo, ma anche di ansia.

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