Archivi Mensili: gennaio 2020

UN VIRUS CONTRO LE TURBOMINCHIATE


UN VIRUS CONTRO LE TURBOMINCHIATE

Per chi se lo fosse perso, il noto filosofo sovranista Diego Fusaro ha affermato che il Coronavirus sarebbe un complotto ordito dagli USA.

Speriamo si trovi presto un vaccino per questo virus, anche perché subito dopo bisognerà occuparsi di cercarne uno contro le turbominchiate, con questi pseudofilosofi sovranisti dilaganti su tutti i canali esistenti.

In effetti c’è un altro virus che ci sta avvelenando oltre a quello cinese, e ci sta avvelenando da molto più tempo.

È anche più insidioso, perché quando ne siamo colpiti non ci accorgiamo, anzi pensiamo di star meglio.

Ed è anche un virus che fa molte, molte più vittime.

È il virus della “notizia falsa”, (quella che dai giornali e giornalisti informati viene definita “fake news” che fa tanto radical chic), della balla cosmica spacciata per verità, del complottismo.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Eurispes, la Shoah “non è mai avvenuta” per il 15,6 per cento degli italiani. Nel 2004, i negazionisti erano “solo” (comunque troppi) il 2,7.

Cos’è cambiato dal 2004 ad oggi?

È cambiato che l’informazione è passata dai tanto vituperati giornali, ai liberi, democraticissimi social, dove, come diceva Umberto Eco, l’opinione di un ubriaco vale come quella di un premio Nobel.

Ciascuno, sui social, non solo dice, ma assicura, giura, sentenzia.

Di solito è un anonimo, sicuramente un cialtrone acclarato, ma non importa, quello che viene scritto dalla mitica “gente” è sicuramente vero.

Così, oltre al 15,6 per cento di italiani certi che la Shoah sia un falso storico, abbiamo un 34 per cento di italiani che ritiene “giustificata” l’evasione fiscale, un 53,2 che ritiene insicura la propria città (che per carità, i furti in casa ci sono) per non pensare quanti siano convinti che l’uomo non è mai stato sulla Luna.

In questi giorni, a proposito di virus cinese, gira su WhatsApp un audio di un tale, con accento emiliano, che sostiene che “non vi stanno dicendo la verità”, che il virus “è stato prodotto nei laboratori militari”, che c’è un “paziente zero” che non risulta censito, (sarebbe quello che ha sparso il virus) e che “a Roma è atterrato un aereo pieno di malati gravi, ma hanno tenuto nascosto la notizia”.

Chi è questo signore che parla con tono tanto assertivo, tanto convincente, che spara numeri impressionanti con altrettanto impressionante precisione? Un anonimo.

Eppure molti gli credono, come credono sempre a tutto ciò che instilla il dubbio, su ogni fatto, di un complotto mondiale ordito per fregarci.

E così ci costruiamo un comodo alibi per i nostri fallimenti. È sempre colpa di qualcun altro.

E a proposito di complotti, visto che vengono sempre tirate in ballo le industrie farmaceutiche, ecco, speriamo che trovino un vaccino anche contro le turbominchiate.

RIDATEMI I GIORNI DELLA MERLA


RIDATEMI I GIORNI DELLA MERLA

Ci sono varie leggende sui giorni di fine gennaio, 28, 29 e 30, considerati i più freddi dell’anno.

Quest’anno, almeno qui a Bologna con 12°C di massima, non si possono definire “freddi”.

In ogni modo è sempre bello riportare la famosa leggenda dei tre giorni della merla. Ce ne sono diverse, io ho scelto questa.

“Una merla dal bellissimo piumaggio bianco, era sempre strapazzata da gennaio, mese freddo e scuro, che non aspettava altro che lei uscisse dal nido in cerca di cibo, per scatenare freddo e gelo.

Stufa delle continue persecuzioni, un anno la merla fece provviste che bastassero per un mese intero e poi si rinchiuse nel suo nido. Rimase lì, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che all’epoca durava ventotto giorni.

Giunti all’ultimo giorno del mese, la merla, credendo di aver ingannato il perfido gennaio, sgusciò fuori dal nido e si mise a cantare per prenderlo in giro.

Gennaio, furioso, se ne risentì e chiese tre giorni in prestito a febbraio. Avutoli in dono, scatenò bufere di neve, vento, gelo, pioggia.

La merla si nascose allora in un camino e vi restò ben nascosta aspettando che la bufera passasse.

Trascorsi i tre giorni e finita la bufera, la merla uscì dal camino, ma a causa della fuliggine, il suo bel piumaggio candido si era tutto annerito.

Così essa rimase per sempre con le piume nere e da quel giorno tutti i merli nascono di colore scuro”.

Conclusione:

Come in tutte le leggende, esiste un fondo di verità: nel calendario romano il mese di gennaio durava solo ventinove giorni.
Sempre secondo la leggenda, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.

AL SIGNOR FONTANA PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA


AL SIGNOR FONTANA PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA

Lei ha detto che, “pur di vincere, in Emilia-Romagna la sinistra ha accompagnato ai seggi ultracentenari e disabili con i pulmini”.

Se abitassi in Lombardia mi vergognerei di avere un Presidente che parla in questo modo. Un Presidente che sghignazza dietro le disgrazie altrui.

In realtà voleva coprire il fallimento del suo partito in Emilia-Romagna, ma lo ha fatto in modo vergognoso.

Sono felice che non sia della mia terra.

Anche lei, presidente della Regione Lombardia, pur ricoprendo una carica importante, fa parte della macchina social del bullismo.

Se la disabilità, la malattia, la vecchiaia sono una colpa e un disvalore da attaccare, e se queste persone non hanno diritto di esprimere un proprio voto, è l’arroganza a vincere. Non la politica, perché ha perduto la sua etica.

I cittadini, secondo lei, sono di serie A e serie B e chi si esprime “contro” il suo partito merita di essere messo alla gogna? O di essere un cittadino di serie B senza diritti?

Quello che lei sta sostenendo corrisponderebbe al famoso “prima gli italiani”, ma con l’idea che prima vengano solo quelli che votano lega.

Quel “prima gli italiani”, voi leghisti, lo trasformate in un “dopo” che riguarda donne, disabili, anziani, immigrati e tutti quelli che non la pensano come le bandierine senza anima che sghignazzano delle fragilità altrui.

IN EMILIA-ROMAGNA SI VINCE SE SI FA POLITICA SERIA E NON DEMAGOGIA


IN EMILIA-ROMAGNA SI VINCE SE SI FA POLITICA SERIA E NON DEMAGOGIA

Sono tempi questi in cui il voto ideologico è finito.

La mobilità dei flussi elettorali è una variante che cambia ad ogni elezione.

Pertanto anche l’Emilia-Romagna, per la Lega e secondo Salvini, era contendibile.

Non era più un baluardo della sinistra, un fortino e roccaforte dell’ex Pci, ma una terra di conquista e dunque da prendere.

Nessun dubbio sul fatto che si potesse perdere.

Lo dicevano i sondaggi del giorno prima delle elezioni regionali.

La logica conseguenza sarebbe stata il crollo del Governo nazionale e la indizione, quasi immediata, di nuove elezioni politiche.

Ma il pensiero leghista non aveva fatto i conti con alcune cose importanti che distinguono questa Regione.

Innanzitutto il suo Presidente Bonaccini.

Un personaggio politico che non ha mai abboccato all’amo della caciara leghista, strategia possibile quando si ha la coscienza di aver ben governato la Regione, e in più la sua personalità che non ha mai accettato di scendere sul terreno della radicalizzazione dello scontro, né tantomeno di attribuirgli un valore nazionale.

Ha sempre tenuto la barra dritta sui temi di governo regionale, e su quelli ha fatto una campagna capillare e impeccabile, offrendo il meglio di ciò che poteva dare, ovvero risultati acquisiti e strategie per il futuro unite a capacità amministrative.

Ha fatto politica.

Non caciara, non piazzate, non demagogia, ma politica.

Si è tenuto fuori da ogni questione che non riguardasse il governo della regione ed è stato accuratamente lontano da ogni fenomeno che spostasse il baricentro altrove: governo nazionale, beghe di partito e di coalizione, e anche movimenti improvvisati.

Ha puntato su se stesso, ha tenuto sempre la direzione giusta e ha vinto, soprattutto ha convinto.

Una lezione che prima o poi a sinistra dovranno imparare. Tutti quanti.

E i cittadini hanno capito e sono andati a votare in massa.

Salvini ha tentato di ripetere il colpo che gli era fin qui riuscito sempre, ovvero candidare un ologramma, puntare tutto sulla sua ossessiva presenza e tenersi alla larga da ogni contenuto.

Solo che mentre in altre regioni, Umbria in primis, si era limitato a passare all’incasso delle manchevolezze e degli errori altrui, principalmente del Pd, in Emilia Romagna non ha funzionato.

Il dato di Bibbiano è significativo: la testa prevale sulla pancia.

E quando accade, per lui non c’è spazio.

Perché non fa mai politica, ma solo occupazione temporanea e fisica di un territorio.

Con tutti gli enormi limiti che questo comporta.

Ha preso un rovescione, anche se il suo attestarsi come comoda forza di opposizione, è una rendita di posizione che paga, e da questo punto di vista resta intatto il problema di come disinnescare la sua forza d’urto.

Il movimentismo 5s si è squagliato al contatto con la realtà.

Evaporano i 5s figli di odio, livore e vuoti assortiti, nati nelle piazze e morti di incompetenza.

Questo vale per tutti.

La banalità dei luoghi comuni, delle vaghezze, della mobilitazione contro il nemico, ha il fiato corto e vita breve.

CHE BOTTA SALVINI


CHE BOTTA SALVINI

Anche la Madonna di Medjugorje si è incavolata.

Con la solita furbizia e senso del tempo, Matteo Salvini, che ha capito presto che in Emilia Romagna, malgrado i sondaggi sempre favorevoli, aveva perso, ieri sera intorno a mezzanotte e subito dopo la primissima proiezione, ha pensato bene di occupare le reti tv e le dirette sui risultati elettorali con un “pippone” di mezz’ora sul: “come sono stato bravo”, “Grazie a me tanti al voto”, “Ho fatto la storia perché finalmente in Emilia Romagna c’è stata partita”, “Grazie a Lucia e grazie a tutti e buonanotte a tutti gli italiani”.

Naturalmente i pavidi conduttori ce lo hanno propinato per intero anche se non aveva nessun senso politico sentirlo, se non quello di non parlare della sua grande sconfitta.

Già perchè Salvini non aveva chiarissime le dimensioni della sconfitta anche se con buon fiuto le aveva subodorate.

È il metodo Salvini: occupare lo spazio della comunicazione, occupare con il corpo e le sue trovate triviali tutto il campo, contando sulla becera condiscendenza dei giornalisti e conduttori.

Già, perché neppure la Madonna di Medjugorje evocata in modo così strumentale da essere blasfemo in mattinata sui social della Bestia, ha fatto il miracolo.

La sconfitta di quello che Salvini aveva espressamente detto essere un “Referendum” su di sé, è andato non male, ma malissimo, otto punti di distacco e neppure la soddisfazione di essere il primo partito.

SE UN GIORNO


SE UN GIORNO

Se un giorno avrai voglia di piangere chiamami:
non prometto di farti ridere ma potrò piangere con te…
Se un giorno riuscirai a fuggire, non esitare a chiamarmi:
non prometto di chiederti di rimanere, ma potrò fuggire con te…
Se un giorno non avrai voglia di parlare con nessuno, chiamami:
staremo in silenzio…
Ma se un giorno mi chiamerai e non risponderò, vieni correndo da me:
perché di certo avrò bisogno di te!

Gabriel García Márquez

CON BOLOGNA NEL CUORE


Alma Mater Studiorum
Università di Bologna

CON BOLOGNA NEL CUORE

L’Emilia-Romagna, una grande regione ben amministrata.

di Giuseppe Turani |

Si vedrà lunedì, cioè oggi, a urne finalmente chiuse, come andranno le cose. Per il momento va detto che i mercati non credono a terremoti politici imminenti (che invece magari ci saranno). Lo spread viaggia regolarmente poco sopra quota 150, Tranquillo. D’altra parte, il giudizio complessivo dei mercati sull’Italia è dato da tempo: siamo in una fase di stagnazione (che potrebbe essere anche molto lunga), ma nonostante tutto continuiamo a comprare e a produrre le nostre belle cose.

Armani è sempre Armani, cioè l’eleganza pura. E la Ferrari è sempre la Ferrari, cioè il massimo in fatto di automobili. E le Ducati, anche se ornai sono straniere, sono sempre fra le più belle moto del mondo. Come diceva una battuta di qualche anno fa: se metti il culo su una Ducati, metti il culo su una leggenda.

Tutto questo è venuto prima delle elezioni di ieri e continuerà anche dopo. A suo tempo il sindaco di Bologna, il comunista Giuseppe Dozza, fu ben felice di partecipare alla cena per la ricostruzione dello stabilimento Ducati

Nessuno, all’estero, pensa che in caso di vittoria della destra in Emilia-Romagna possano accadere disastri in campo economico. Il sistema di quella regione ha superato ben altre prove. È un sistema complesso, fatto di intelligenza e talenti. Impossibile da smontare, perché non si regge su contributi aiuti di Stato, ma sul saper fare.

Un saper fare che lo puoi vedere solo se entri e percorri queste fabbriche. Con le Ferrari fatte praticamente a mano, come una volta capitava solo con le scarpe. E alla Ducati, dove hanno su computer tutte le piste del mondo, con le difficoltà e i punti difficili, e dove fino a qualche tempo fa ti poteva capitare di vedere le ex ragazze La Perla che spostavano indifferenti questi bolidi, quasi fossero semplici reggiseni o mutandine.

Ma, ancora: se parli con quelli che mandano avanti Ducati e Ferrari, i due simboli più noti di questa bellissima regione, ti diranno che queste cose si possono fare solo a Bologna e a Modena perché, intorno, nell’hinterland, ci sono tutti gli artigiani che rendono possibile questo miracolo. Ferrari e Ducati, come mille altre cose che si fanno qui, non sono fatte da ingegneri, ma dalla storia. Una storia che nei decenni ha preparato maestranze, manager, progetti.

Chiunque abbia vinto, non potrà che inchinarsi. L’Emilia-Romagna viene prima di loro.

IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA….AL DI FUORI C’È IL BUIO


IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA…AL DI FUORI C’È IL BUIO

Il Pd di oggi non mi piace, ma al di fuori di esso c’è il buio.

C’è l’angosciante ascesa di un sovranismo ignorante e cattivo, la cui strada è stata aperta e lastricata da un movimento populista cialtrone e bugiardo.

C’è la necessità, che ogni volta tocca rimotivare a sé stessi, di andarci a letto, con quel populismo, pur di salvare ciò che non si è neppure certi meriti di essere salvato.

C’è l’apparente estinzione della saggezza popolare, sovrascritta dal pregiudizio cieco e dalla sequela fanatica di questo o quel leader carismatico.

C’è la soggezione della politica a una magistratura ormai pervasiva e incapace di autogoverno.

C’è un’informazione che ha perso il senso della notizia e sparge sensazioni, illazioni, opinioni, giudizi con il solo risultato di esasperare e centrifugare l’opinione pubblica.

Ci sono parti sociali silenti, pavide, rinunciatarie perché prive di una reale delega da parte delle loro basi.

Ciò il risultato più doloroso, almeno per me, che è l’esplosione in negativo del mio partito, quel Pd nei cui ideali fondativi, ho sinceramente creduto.

Il fallimento di un progetto che tanto popolo aveva entusiasticamente sposato, ma che una classe dirigente piccina e sciagurata è riuscita a boicottare, per miserabili gelosie di clan travestite da principi non negoziabili.

Non perdonerò mai chi si è dato tanto da fare per innescare quell’esplosione.

In particolare chi, per primo, ha tradito il voto delle primarie rifiutandosi di accettarne il verdetto e dando così impulso alla spirale di sfiducia che ha bruciato un leader dopo l’altro, precludendo al partito qualsiasi prospettiva maggioritaria.

Soprattutto non perdonerò mai chi adesso mi costringe a una penosa scelta tra le ispirazioni social-democratiche e liberal-democratiche, quando io non chiedevo altro che abbracciarle entrambe e prendere il meglio da ciascuna.

Come peraltro mi era stato solennemente promesso.

Da sempre, ma in particolare negli ultimi tre anni, ho osservato il mio partito con l’attenzione e l’affetto che si deve a una famiglia.

Una famiglia lacerata, divisa, in guerra.

Ho assistito ai feroci addii di leader come Bersani, D’Alema, Renzi, Calenda e tanti altri, depositari di capitali di stime e considerazione pazzeschi, eppure disposti a farne un falò, pur di correr dietro a un disegno “puro”, qualsiasi cosa ciò significhi.

A tutti costoro è sfuggito un punto fondamentale: la vera forza di una comunità, di un collettivo, di una famiglia, di un’associazione, di un partito sta nella sua capacità di accogliere le diversità e farle convivere in nome di un obiettivo superiore.

Finché a sinistra non si impara questa lezione, che ci viene, peraltro, impartita quotidianamente dai nostri avversari, non ci sarà salvezza, successo elettorale, proposta politica credibile per l’Italia.

Per questa ragione il dovermi per forza “schierare” alla fiera della divisione, mi risulta innaturale e privo di senso.

Ma ormai non posso farne a meno, perché lo specchio dell’unità è definitivamente rotto, nessuna immagine vi si riflette più, ed è impossibile rimetterne insieme i pezzi.

Inseguire una leadership “forte” è pericoloso e, benché potenzialmente remunerativo dal punto di vista elettorale, incompatibile con il codice genetico della sinistra.

Abbiamo vinto solo con Prodi, andiamoci tutti a rivedere come ha caratterizzato la sua leadership.

Con Renzi ho sognato: era il tipo di leader che mi sembrava adatto a portarci fuori dal novecento.

Lo stimo ancora molto e sono certa che potrà dare tanto alla politica italiana, ma, oggettivamente, ha fallito la sfida dell’unità.

Non mi interessa qui attribuire le responsabilità del fallimento, che certamente non sono solo sue.

Lo stesso vale per Calenda.

Non mi fido più di chi ha bisogno di un “suo” partito per realizzare obiettivi apparentemente generali.

Il Pd è ancora un partito, un luogo dove le idee si elaborano a prescindere dalle leadership, che accetta diversità e conflitti.

Che sopravvive a sé stesso.

Ha un nome bellissimo e romantico, per me ancora pregno di significati.

Nel suo logo porta, invisibile forse a tanti ma non a me, il ramoscello dell’ulivo, segno delle sue radici e del bisogno sempre attuale di ricordare che siamo stati capaci di coesistere e collaborare anche tra forze di ispirazione diversa.

Esprime i migliori politici e amministratori italiani, sia locali sia nazionali. Gli unici che siano riconosciuti al di fuori dei nostri confini.

I Bonaccini e i Sala magari un po’ se ne vergognano, ma non esisterebbero senza di esso.

Accanto a loro c’è ancora molta classe dirigente inadeguata, ottusa e stantia, soprattutto in certi territori critici e al Nazareno, certamente.

Su questo bisogna lavorare duramente.

Il Pd è tuttora vittima di uno spietato processo denigratorio, che da dieci anni viene perpetrato con scientifica manipolazione di fatti e coscienze, soprattutto attraverso il web.

Molto del suo percepito, anche in chi lo sostiene, è inconsapevolmente filtrato da quella denigrazione, che ancora oggi si nutre di fango come nel caso di Bibbiano.

Un anno di catastrofico governo gialloverde, dovrebbe aver insegnato, innanzitutto, a noi a scrollarci di dosso un complesso di colpa ed inferiorità inoculato dall’avversario e quindi pernicioso.

Il Pd di oggi non mi piace, però non mi piace il buio che c’è fuori dal Pd.

Non mi piace la malintesa idea di sinistra che trascura le dinamiche di generazione della ricchezza, non mi piace l’indulgenza verso il grillismo, non condivido l’idea che a sinistra ci sia chissà quale spazio elettorale non occupato, non riconosco a Zingaretti doti di leader, vedo una timidezza davvero eccessiva nella definizione della linea politica e nella prassi amministrativa.

Ma è nel Pd, con tutti i suoi difetti, che è ancorata la sinistra democratica italiana ed è da lì che potrà essere ricostruita una vera alternativa alla minaccia sovranista.

Zingaretti proverà a fare un partito nuovo, addirittura a cambiare nome al Pd, ma, nel caso voglia disegnare un’altra bandiera, non dimentichi di mettere quel ramo di ulivo, che dimostra l’unità di un tempo e le nostre origini.

In bocca al lupo, con ciò che avverrà, ma non perdiamoci di vista.

CARISSIMI EMILIANO-ROMAGNOLI NON CAMBIATE E NON FATEVI “LIBERARE” DA CHI VUOLE I PIENI POTERI PER GOVERNARVI A SUO PIACIMENTO


CARISSIMI EMILIANO-ROMAGNOLI NON CAMBIATE E NON FATEVI “LIBERARE” DA CHI VUOLE I PIENI POTERI PER GOVERNARVI A SUO PIACIMENTO

Chi vi scrive non è un politico, non ha risparmiato critiche a nessuna parte politica.

Chi vi scrive, è intimamente legato alla vostra regione e ne fa parte anima e corpo, perché ci è nato e ci vive da generazioni.

Chi vi scrive, capisce molto bene il vostro disappunto verso le ultime e penultime giunte regionali di sinistra e comprende che vorreste voltare pagina. Ma cambiare tanto per cambiare, senza avere una solida prospettiva davanti è pericoloso.

La voglia di cambiare c’è e so, per certo, che percorre tutto l’Appennino agricolo, la montagna e la bassa pianura, i posti più lontani dai centri cittadini e quelli più abbandonati dai responsabili regionali, perché la gente locale si riferisce sempre o quasi solo ai sindaci, che a volte si sono dimostrati non all’altezza.

Si fa affidamento ai sondaggi, che ingannano più spesso di quanto non si creda e ci si illude. Di solito i sondaggi si rilevano fra gli abitanti delle città e non con le periferie. Errore. La Brexit dovrebbe insegnare che non sono le città a vincere, ma le periferie trascurate.

Nelle ultime elezioni regionali, solo il 37% degli aventi diritto è andato a votare.

Un segno bruttissimo in una Regione, come l’Emilia-Romagna, tra le più viscerali per quanto riguarda la politica. Anche in queste terre la disaffezione si è affacciata con prepotenza.

Però, cari corregionali, affidarsi ad una Borgonzoni, così poco preparata, è da incoscienti. Occorre dare uno sguardo a cosa sta succedendo nelle Regioni dove ha vinto la lega.

Molte non riescono neppure a chiudere i bilanci ed entrano nell’esercizio provvisorio: Sardegna, Umbria, Calabria e Sicilia.

In altre, per trovare soldi, si tagliano i soldi alla sanità, come ha fatto l’Abruzzo. Un atto incosciente che non tiene conto delle conseguenze. Aumenteranno gli incassi delle cliniche private, pagheranno i cittadini, l’idea della destra leghista di sempre: lasciare tutto al privato, e riservare ai poveri la sanità pubblica che avrà meno risorse anche per le acquisizioni delle attrezzature più moderne e meno invasive.

Si sa per certo che il programma della leghista Borgonzoni, per quanto riguarda la sanità, se l’è fatto scrivere dalla Lombardia e dal Veneto, dove il privato è avvantaggiato. Dove c’è una sanità per ricchi e una per poveri. Una sanità così, gli Emiliano-Romagnoli non la meritano.

E voi vorreste consegnare una Regione come l’Emilia-Romagna, che primeggia in quasi tutte le discipline, dalla sanità alla minima disoccupazione, dall’Università alla produzione di manufatti preziosissimi, per farne una Regione perdente?

Ricordate che coloro che stanno sul palco assieme e che oggi vorrebbero ergersi a vostri paladini, sono gli stessi che erano in prima linea del disastroso quarto Governo Berlusconi, in prima linea la Meloni, e in seconda linea Salvini come deputato/eurodeputato e giornalista dell’organo ufficiale del partito: “La Padania”. Chi più, chi meno, sono stati responsabili del disastro che ci portò al governo di lacrima-e-sangue, targato Monti.

Quanti danni fecero allora e quanti ne hanno fatti poi?

Costoro, che non hanno mai mantenuto gli impegni presi con gli elettori, oggi chiedono il vostro voto.

Costoro, se darete loro fiducia, useranno la vostra rabbia nei confronti della giunta regionale, o la vostra voglia di cambiare tanto per cambiare, per rendere ancora più acceso e irresponsabile lo scontro politico.

Costoro, fino a qualche mese fa dell’Umbria se ne fregavano e, se non gli fosse utile in chiave nazionale, di voi se ne fregherebbero ancora di più.

Prima di queste elezioni, utili per dare una spallata al secondo governo-Conte, cos’hanno fatto finora per voi? Credo che questa sia una domanda molto importante da porsi.

Una cosa però è stata fatta, con una ossessione spaventosa, quella di gettare merda su tutti voi, crocefiggervi con la storia di Bibbiano.

Tra pochi giorni, sarete chiamati a votare.

Mi appello a voi, per non lasciar sprofondare ancor di più il paese, per non lasciare in quelle sordide mani, la vostra splendida regione.

Anzi la mia splendida e amata Regione Emilia-Romagna.

Aggiungo, a conclusione, alcune perle della candidata leghista, Borgonzoni, quella che non legge libri da anni e che non conosce neppure i confini della Regione, perché crede che gli altoadesini ci diano la mano attraverso il Po, sì, proprio quella lì.

La candidata leghista alla regione Emilia Romagna Borgonzoni propone un assessorato al turismo che esiste già da 50 anni. Un genio.

Propone di “fare un accordo con le Forze dell’ordine per far arrestare i ladri”. Ideona, non ci avevamo pensato, pare che noi lasciassimo mano libera al ladri.

Propone un fondo per aiutare persone che subiscono violenze: esiste da 15 anni. Non se ne era accorta, per forza non legge niente.

Propone una legge regionale sulle rievocazioni storiche e un osservatorio sui disabili: “Esistono già da anni”, una belle svista!

La mia splendida e amata Regione Emilia-Romagna corre un serio pericolo, è meglio che resti legata a quello che è sempre stata, la Regione che ha cime altissime, una pianura fertile e produttiva, un mare da sogno e che è stata sempre guidata e valorizzata con grande competenza.

Non cambiamo. Ci piace così com’è.

 

LA SOLITUDINE DI BONACCINI


LA SOLITUDINE DI BONACCINI

Bonaccini, con la sfida elettorale del 26 giugno, si è caricato sulle spalle, in base all’esito delle urne, problemi da risolvere non suoi.

Il presidente dell’Emilia Romagna, la mia amata Regione, ha capito, fin dall’inizio, che la sua regione non è Corbyn, e nemmeno sardina on air.

E infatti ha teso smarcarsi sia dai partiti che lo sostengono, sia dalle Sardine, salvo qualche abbraccio benaugurante che non si nega a nessuno, soprattutto in prossimità di un voto.

Bonaccini è il presidente di regione che suo malgrado si è trovato nell’enclave più problematica che un ricandidato vorrebbe mai incontrare sul percorso.

Bonaccini ha la stoffa di un leader, forte, audace. Ha impresso, attraverso le scelte, un cambio anche culturale della Regione, che non è Bologna, ma gli sterminati comuni balneari, quelli della costa e della collina, della montagna.

A livello nazionale, invece, c’è un Pd, una sinistra nazionale, una leadership dileguata nell’imprevisto impegno di governo, tra abbracci scivolosi ai grillini e al premier Conte, ormai tenuto stretto come futuro candidato di una coalizione di centrosinistra, ben visto anche dalle sardine.

C’è quindi una distonia profonda tra la leadership di Bonaccini e la leadership del Pd e della sinistra nazionale.

La solitudine di Bonaccini nasce da qui.

Manca la trazione, che ha ben capito il governatore, non essere le sardine, perché incerto è il loro cammino e i loro propositi, troppo lasciati all’antisalvinismo e sulla piazza del primo contatto.

Se la vittoria di domenica prossima sarà di Bonaccini, sarà solo sua.

 

 

 

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