Archivi Mensili: dicembre 2019

COSA RESTA DI UN ANNO


COSA RESTA DI UN ANNO

Molte cose, ma cerchiamo di scegliere, fra le cose politiche, quelle che avranno conseguenze anche nell’anno nuovo.

La prima: Un pericoloso cortocircuito tra poteri dello stato, fatto di sovrapposizioni, ingerenze e connivenze.

La seconda: Due governi: uno giallo verde e uno giallo rosso. Tutti attaccati al palo della fortuna dei 5s. Sappiamo che il giallo verde ha lasciato in eredità disastri, come i decreti sicurezza, quota 100, reddito di cittadinanza, ma sappiamo anche che il secondo governo gallo rosso, non ha posto rimedio a nulla di tutto ciò. Ha lasciato tutto in essere. Qualcosa dovrà cambiare.

La terza: Un movimento, quello delle sardine, nato improvvisamente, con l’unico programma di contrastare la disumanità di Salvini e l’odio che ha sparso a piene mani durante tutto l’anno, attraverso il suo comizi e scritti. Una novità assoluta che forse continuerà.

La quarta: La nascita di nuove forze politiche, con scissioni per incompatibilità di carattere e di incapacità riformista di alcuni e di caduta sulla conservazione dello status quo di altri. Non sarà semplice mettersi d’accordo e le liti continueranno, questo è certo. Ovviamente parlo della sinistra, perché la destra, furba e opportunista, non mette in piazza le proprie crepe e differenze.

La quinta: Una persona, entusiasmata dai sondaggi si è creduta talmente importante ed indispensabile, da chiedere i “pieni poteri” per governare da solo, dopo 90 anni da un altro che aveva gestito malamente i pieni poteri, portando il paese alla guerra. Quel Salvini che, con ogni probabilità, sarà protagonista, ahimè, anche nell’anno prossimo.

Per quanto riguarda il primo punto, c’è un pericolo: Coloro che pensano, da posizioni di potere, di poter utilizzare il cancro della competizione fra poteri dello stato, per trarne vantaggio, non comprendono il grave rischio al quale stanno esponendo la credibilità e la tenuta del nostro sistema democratico.

Chi pensa ancora di poter regolare i suoi conti interni, sfruttando il debordare del sistema giudiziario, sta solo scavando la fossa alla sua credibilità e alla sua residuale autorevolezza.

Abbiamo già visto il disastro di una certa sinistra forcaiola e perdente, quando cercò la meschina rivalsa alla sua incapacità di ottenere consenso nel paese, cavalcò il giustizialismo contro Berlusconi, anziché provare a contrastarlo su programmi e proposte.

Potrebbe succedere la stessa cosa contro Salvini, se la politica rimane chiusa nell’antisalvinismo.

Il giudizio umano e politico nei suoi confronti è di condanna per la gestione del tema immigrazione tutta improntata sul becero immaginario.

Il blocco di alcune navi più grandi e “visibili”, ad uso e consumo dei media.

La totale noncuranza per gli sbarchi incessanti sulle nostre coste di imbarcazioni di minori dimensioni.

La strumentalizzazione del dolore e della sofferenza di esseri umani utilizzati come strumenti di ricatto politico.

La sua azione politica è stata condivisa e sottoscritta dai suoi alleati di governo, il m5s e il Presidente del Consiglio Conte, che si presentò gaudente in conferenza stampa per annunciare e sostenere i decreti sicurezza, armato di cartoncino che ne annunciava il varo e che adesso è diventato anche l’icona del Pd e il m5s l’alleato affidabile.

Chi l’avrebbe detto? Ma il tutto continuerà?

Il m5s, adesso, annuncia che voterà per la concessione dell’autorizzazione a procedere contro Salvini. Il volto double face del movimento 5s che ogni volta fa capolino. Il Pd, per imbonirsi la sua ala forcaiola ed in vena di rivalse, si accoda mestamente ai grillini.

La vera politica non è questa. Tutti noi dobbiamo essere altra cosa da questo e forse il movimento delle sardine lo stanno, educatamente e senza insulti, dimostrando.

Le azioni dell’ex ministro dell’interno, piaccia o no, erano condivise dalla maggioranza del Paese rappresentato nei suoi organi democraticamente eletti e quando Salvini lo rivendica è impossibile dargli torto.

Il governo giallo rosso non ha abrogato i decreti sicurezza di Salvini, ha fatto scempio della prescrizione e la sua anima forcaiola, sinistra e vendicativa fa orrore e paura.

Non cadiamo nel trappolone di rivalse insensate, gli italiani amano i martiri e li votano.

La politica si trova in una dei suoi momenti più bassi. E si nota. In particolare sulle difficoltà di risolvere, senza contraddizioni, liti con minacce di dimissioni, le peggiori situazioni come la questione economica, la questione giudiziaria, la salvezza delle industrie italiane, la cronica mancanza di lavoro e il continuo inceppamento sulla possibilità di sfruttare i soldi europei già in cassa, per ampliare le nostre infrastrutture e dare lavori a molti altri.

Non resta che fare politica e cercando il consenso sulle idee e con queste provare a convincere gli italiani e a sconfiggere i nostri avversari politici.

Cerchiamo di mantenere una nostra identità politica e di non farci travolgere da ricatti ed estremismi a noi estranei.

Non sarà facile. Nulla è semplice in democrazia.

UN PICCOLO PROBLEMA PER POCHI, PUÒ TRASFORMARSI IN UN PERICOLO PER TUTTI


UN PICCOLO PROBLEMA PER POCHI, PUÒ TRASFORMARSI IN UN PERICOLO PER TUTTI

Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete,
vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto.
Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato
quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi.

Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:
“C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!
La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse:
“Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le chiedo di non importunarmi.”

Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò: “C’è una trappola per topi in casa,
una trappola!!!” “Scusi, signor topo, – rispose la pecora – non c’è niente che io possa fare,
mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.”

Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo?
Penso proprio di no!”

Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di
difendersi da quella trappola.

Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e
afferra la sua vittima.

La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell’oscurità vide che
la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente. Il serpente velenoso,
molto velocemente, morse la donna.

Subito il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: siccome la donna
aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.

Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale: la gallina.

Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.

Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.

La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo
il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese
della malattia della moglie.

Morale: quando c’è un problema per una piccola parte della società, questo non è solo un problema per pochi, ma può diventare una tragedia per tutti.

I FILOSOFI DI MODA


I FILOSOFI DI MODA

Il filosofo Diego Fusaro (tanto di moda in questo momento, per la destra) sostiene che dietro le sardine ci sia “il vuoto assoluto e che le loro battaglie prive di sostanza, rappresentino la contestazione ideale che piace al potere e che ad esso giovi. Ecco perché il Pd, partito filobancario, le celebra”.

Un altro filosofo, un po’ più in età, Massimo Cacciari sostiene il contrario e propone addirittura a Zingaretti di aprire un congresso con le sardine.

Io, che filosofa non sono, ma che mi attengo a quello che vedo dico, sostengo e ribatto che: “opporsi al salvinismo è già un programma politico, il più forte, il più educativo. Non comprenderne la portata è il segno di quanto si sia abbassata l’intelligenza complessiva e di quanto sia inutile la polemica filosofica su queste sardine, improvvisamente, apparse in tutte le piazze.”

Mi meraviglio, o forse no, del filosofo giovane, che con i suoi ragionamenti sembra vivere al di fuori della realtà.

Ecco che cosa non vogliono le sardine: i bagliori di una guerra che Salvini ha voluto e ottenuto. In accordo con la nuova normativa fissata dal leader leghista, la questura di prato ha multato 21 cittadini accusati di aver causato un blocco stradale durante la manifestazione dei lavoratori di un piccola azienda che protestavano contro il lavoro nero e turni sterminati. Multe da mille a quattromila euro ciascuna. colpiti anche lavoratori di altre aziende scesi in piazza per solidarietà e un paio di studentesse accorse per lo stesso motivo. Si può continuare a rimproverare le sardine di non avere un programma politicamente fondato, ma è un gioco al massacro, fasullo come fake smentito dalla sua stessa premessa, perché, come è stato detto, opporsi al salvinismo è già un programma politico.

Lo voglia o no, signor Fusaro, le sardine esistono e gridano forte, anzi fortissimno, contro l’odio, il il razzismo, il fascismo e l’imbecillità di chi chiede i pieni poteri per governare e di chi fa multare lavoratori che scioperano per i loro diritti.

Si rassegni Fusaro, le sardine non hanno il vuoto dietro, non avranno mai un partito, ma hanno un’idea di società e di umanità che come filosofo di destra lei non comprenderà mai.

E hanno ragione da vendere.

 

“I PRANZI PER I POVERI”


“I PRANZI PER I POVERI”

Nel giorno di Natale una delle cose che vengono fatte comunemente sono “I pranzi per i poveri”.

Si direbbe una moda.

Si prodigano i Comuni, le Caritas diocesane, le parrocchie, altri Enti, per dare un buon pasto ai “poveri”, il giorno di Natale.

Un giorno all’anno.

Sicuramente è cosa apprezzabile, tuttavia, non c’è solo la festa del Natale. Le persone povere hanno bisogno di qualcosa per loro, quotidianamente e non una volta tanto.

Quel qualcosa lo possiamo riassumere in tre parole indispensabili e complementari: accoglienza, ascolto, accompagnamento.

Sono tre parole che richiedono di essere capaci di stare coi poveri, non tanto per fare loro del bene, ma per camminare insieme a loro.

Se esiste il povero, quel povero in cui ci si imbatte camminando per la strada, vuol dire che c’è qualcosa che non va nel modo in cui sono distribuite le ricchezze sulla terra.

Che merito c’è nel vivere in maniera agiata e che demerito c’è nel vivere miseramente?

E perché c’è qualcuno circondato da tanta gente e c’è tanta gente in assoluta solitudine?

Una solitudine così grande da morire di freddo d’inverno?

L’antidoto alla solitudine è la vicinanza, perché costringe alla relazione, con la vicinanza nessuno è più solo e la vicinanza sconfigge l’indifferenza.

Quando si sceglie di guardare il povero negli occhi, il suo sguardo entra nel cuore e se solo si prova ad accogliere, ascoltare, accompagnare, si sente il suo cuore colmo di tristezza, solitudine, esclusione.

Quando si fa finta di non vederlo, si sceglie di calpestare la sua dignità, di perseguitarlo in nome di una falsa giustizia, di opprimerlo con politiche indegne.

Comunque la mettiamo, non guardiamo più negli occhi nessuno, ma ci arroghiamo il diritto di indicare l’altro come diverso e quindi inferiore e di intimorirlo con la violenza.

Ecco che allora il povero può urlare forte, ma le nostre orecchie e il nostro cuore non lo sentiranno, anzi avvertiranno solo il fastidio di quella presenza indecente, perché il povero è scomodo, sconvolge la nostra vita, le nostre abitudini, le nostre priorità.

Ci piace molto parlare astrattamente di povertà, perché sembra che non abbia corpo, ma ci piace meno parlare di poveri come persone fisiche.

La civiltà moderna, è quella in cui camminiamo a testa in giù, perché ci vergogniamo o stiamo chattando, o a testa in su perché siamo altezzosi o stiamo sognando.

Se agiamo concretamente e con sincerità e professionalità la relazione, scopriamo che quel povero che abbiamo di fronte, ha sentimenti e passioni molto simili alle nostre, ha desideri e speranze come le nostre.

Non ci si aspetti gratitudine, perché la ricompensa è già nel fatto che si ha la possibilità di rendersi utile a qualcuno.

Ecco un poeta che aveva capito:

Er Presepio (Trilussa)

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

 

IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE


IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE

“Ha freddo”.
Disse in tono quasi acido, l’anziana filatrice, tenendo gli occhi puntati sul bambino che dormiva nella mangiatoia. Semi-affondato nella paglia sporca, il neonato era leggermente livido: per il pianto, per il freddo e per quella congestione tipica dei bambini che sono appena venuti al mondo.
Guardò il bambino, che passava le sue prime ore di vita in una stalla puzzolente in condivisione con mucche e asini, e poi fissò la madre.
La fissò a lungo, con aria critica.

La ragazza portò gli occhi su di lei e poi sul bimbo. La sua espressione di quieta gioia mutò rapidamente in uno sguardo preoccupato e un poco incerto. Guardò il bambino, che comunque dormicchiava quietamente, e si morse le labbra, mentre un’espressione colpevole le rabbuiava il volto. “Io…”. Tornò a guardare la vecchia e sentì quasi il bisogno di giustificarsi: “non era previsto che nascesse qua; non abbiamo molto, con cui…”.
Si è notato”, commentò la vecchia, acidamente. Guardò negli occhi la ragazza e si domandò come facessero queste nuove generazioni ad essere così incoscienti e stupide: partorire in una grotta, in mezzo agli escrementi degli animali, senza un minimo di responsabilità, come se tutto fosse un gioco, e…
“Ehi, aspetta!”. La ragazzina lanciò uno sguardo di infinito amore al neonato che mugolava nella paglia, e con un gesto veloce si levò il velo. Lunghe onde di capelli corvini caddero a incorniciarne il volto, mentre la ragazza si protendeva verso il bambino in fasce e lo avvolgeva nella stoffa leggera. Con la punta delle dita gli accarezzò la guancia e sussurrò, pianissimo: “adesso va meglio, piccolo?”.
La vecchia si morse la lingua per tacere, ma fu tutto inutile. “Ma non credo proprio che adesso vada un granché meglio”, sbottò con l’esasperazione incredula di quelle vecchiette che… loro sì che saprebbero fare tutto mille volte meglio. “I bambini appena nati devono stare al caldo, sotto stoffe pesanti, non sono abituati a queste temperature basse; e lasciare un neonato seminudo coperto solo da un pezzo di stoffa, con questo tempo, potrebbe portare a conseguenze gravi, o addirittura…”.
Oh, no”. La ragazzina era sbiancata; aveva guardato prima il figlio e poi la vecchia, con gli occhi sgranati per la paura. Ci fu un momento in cui la ragazza sprofondò visibilmente nell’agitazione, e la vecchia ebbe la certezza di essere di fronte a una madre degenere, e anche delle più idiote: non si può far nascere un bambino così, e trattarlo come se fosse un bambolotto; probabilmente, a quella stupida non gliene importava nemmeno della sorte di suo figlio, e…
I miei capelli!”.
La vecchia fissò la ragazza, inorridita: adesso si metteva pure a pensare ai suoi capelli?
Posso tagliarmeli!”, esclamò la fanciulla, propositiva. “Posso tagliarmeli, e… buona donna, voi non sareste disposta a filare per me una copertina per il neonato, con i miei capelli? Vi ripagheremo, naturalmente: mio marito cercherà qualche lavoretto, e nell’arco di pochi giorni potremo…”. Ma si interruppe, cogliendo l’espressione sconcertata della vecchia. Deglutì, un po’ intimidita, e si sentì in dovere di giustificarsi: “i capelli tengono caldo, no? Sarà come la lana delle pecore. Se me li taglio, forse voi potreste…?”.
La vecchia sgranò gli occhi: era così incredula che passarono dieci secondi abbondanti, prima che riuscisse a far parola. “Voi vorreste…?”. Esitò. “Sareste disposta a tagliarvi i vostri capelli, per farmi tessere una coperta per il bambino…?”.
La ragazza esitò, un po’ a disagio. “È troppo poco, non basta?”.
Sacrifichereste…?”. La vecchietta era incredula. “Sacrifichereste la vostra chioma, pur di tenere al caldo il bimbo?”.
La vecchia arretrò di un passo e sentì gli occhi che le si riempivano di lacrime, mentre guardava, sotto uno sguardo improvvisamente nuovo, quella ragazzina fragile che sarebbe stata disposta a rinunciare ai suoi capelli (ai suoi capelli!) per il bene del suo bimbo. Mentre fissava la ragazza, la vecchia si trovò a pensare che lei, alla sua età, probabilmente non avrebbe nemmeno concepito un pensiero del genere. E lei era stata così dura; così
“Non dite stupidaggini, per carità”, le sussurrò affettuosamente, con la voce che tremava di commozione. “Datemi solo… mezza giornata: vi preparerò io stessa con le mie mani una copertina morbidissima, fatta apposta per il vostro bimbo…”. E sorrise alla madre, e poi al bimbo piccolino: “e starà benissimo. È bellissimo. Non poteva desiderare una madre migliore: è un bambino fortunato. Lo farete diventare un uomo speciale; ne sono certa”.

È per questa ragione che, in un vero presepio, non dovrebbe mancare mai la statuetta di una filatrice.
E, a quanto pare, è per questa ragione che, in molte culture, era tradizionalmente vietato alle donne lavorare al fuso nella notte di Natale (o addiritturatura, nell’intero periodo di festa dal Natale all’Epifania).

Sarà nato prima il divieto tradizionale, o la leggenda natalizia? Chi può saperlo: è un po’ come la vecchia storia dell’uovo e della gallina.

Ma, in ogni caso, il risultato è stato questo. Le donne si prendevano una vacanza dai lavori casalinghi, e abbandonavano il fuso per tutti i giorni di Natale. Diversamente, sarebbe stato un po’ come accettare l’offerta, scandalosamente generosa, della Mamma del Signore: e accettare dunque di tessere una coperta coi suoi splendidi capelli.
Fino a tal punto può arrivare, se serve, l’amore di una mamma.

[Buon Natale: Un grande abbraccio a tutti voi. Grazie per essere venuti a trovarmi, per la pazienza che avete avuto nel leggere il blog e per la compagnia che mi avete fatto. Grazie].

LA BELLA ITALIA SILENZIOSA


LA BELLA ITALIA SILENZIOSA

Sono i piloti del 31 stormo, specializzati in interventi di salvataggio.

di Giuseppe Turani | 20/12/2019

Ormai basta leggere i giornali. Il ministro della giustizia, il grillino Bonafede (modesto avvocato di provincia) afferma, tranquillo, che c’è materia per processare Salvini. Paragone, un altro che ti raccomando, le cui imprese per la patria non sono note, afferma che Di Maio è un leader ormai bollito, e buono per il cenone di Natale.

Tutto questo è meno casuale di quanto potrebbe sembrare. In realtà, chi sta crollando, con il rischio di scomparite, sono i grillini, la più sgangherata formazione e politica mai apparsa sulla terra, costruita su un Vaffa e a forza di insulti e attacchi a chiunque.

In crescita, nonostante non sia molto diverso, Salvini. E allora dai grillini partono attacchi furibondi alla Lega nel tentativo di togliersela di torno. Siamo cioè alla guerra per la sopravvivenza pura e semplice. Alla guerra per uno stipendio da parlamentare.

Nessuno si aspettava meraviglie dai populisti-sovranisti, ma ormai tutti i giochi sono allo scoperto: non si tratta più di cambiare l’Italia, ma di difendere la paga.

Tornare a casa a farsi prestare i soldi dalla mamma per le sigarette, o dal nonno, non piace a nessuno, ma mai si era visto un mercato parlamentare di queste dimensioni e così allo scoperto.

E pensare che saremmo un buon paese, capace di imprese importanti. Proprio oggi mi è capitato di dover ricordare quando da Shangai arriva un messaggio urgente per la presidenza del Consiglio (allora c’era Renzi): qui c’è un bambino molto malato, l’unica speranza è un ricovero urgente al Gaslini di Genova.

Riporto qui la cronaca di allora, insieme a altre storie della bella Italia:

“In questi giorni sui giornali anche internazionali campeggiano le facce inquietanti di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Ci si interroga che razza di Italia sia quella che sta venendo alla luce. Sarò ingenuo, ma l’Italia non è quella rappresentata da questi due politicanti e nemmeno dai facinorosi di Casa Pound o di Forza Nuova.

L’Italia che ci piace, e di cui siamo orgogliosi, è un’altra. E’ l’Italia che ha il volto dei top gun del 31esimo stormo dell’Aeronautica Militare, sempre a disposizione giorno e notte della Presidenza del Consiglio.

Anni fa al ministero degli esteri arriva una richiesta urgente da Shanghai. C’è un bambino malato ma i medici cinesi ammettono di non sapere intervenire. La richiesta viene girata ai maggiori ospedali italiani e i medici del Gaslini di Genova, viste le carte, affermano di conoscere la malattia e di essere in grado di intervenire. Dalla sala operativa del 31esimo stormo parte la richiesta al governo per autorizzare un’operazione di salvataggio ai limiti del possibile. Maria Elena Boschi concede subito l’autorizzazione. E un Falcon del 31esimo stormo, attrezzato per il trasporto di bambini malati, parte immediatamente per Genova. Nella città Ligure carica le attrezzature richieste dai medici e anche un paio di medici del Gaslini.

Poiché l’operazione è molto urgente i top gun decidono di scegliere la via più breve e quindi fanno la rotta polare per andare in Cina. A Shanghai il piccolo malato è già sulla pista, si fa rifornimento e poi il Falcon riparte, sempre per la rotta polare, per tornare a Genova dove il bambino viene ricoverato.

Quello che la gente ignora è che i top gun del 31esimo stormo, che non sono armati e che non sganciano bombe, negli ultimi cinque anni hanno salvato almeno 200 bambini grazie alla loro straordinaria velocità di intervento.

Ma le storie della bella Italia sono molto numerose. Durante il terremoto dell’Irpinia, i ragazzi della protezione civile di Lodi sono di guardia nei loro uffici. Sentono dalla radio il disastro avvenuto laggiù e in pochi minuti riempiono il loro camioncino di emergenza e infilano l’Autosole che è pochi metri dietro la loro caserma. Le cronache racconteranno che i ragazzi di Lodi, fra lo stupore degli abitanti dell’Irpinia, sono stati tra i primi ad arrivare e si sono messi subito a lavorare con pale e picconi per salvare la gente.

Poi c’è il terremoto del centro Italia due anni fa, all’alba. Ma alle otto della mattina da Bolzano, Torino e Milano si alzavano già in volo i primi elicotteri con il carico più prezioso in questi casi: i famosi cani Usar. Da Bolzano, che molti considerano nemmeno tanto Italia, ne sono partiti in volo 18. I cani Usar sono preziosissimi. Si muovono solo con i loro addestratori personali e purtroppo hanno un’attività di non molti anni perché frugando tra le macerie gli si rovina l’olfatto. Poco dopo questi primi soccorsi vengono raggiunti da quelli di altre città e nel complesso i cani Usar con i loro addestratori estraggono dalle macerie quasi 300 persone.

Questa è la bella Italia di cui spesso ci dimentichiamo, che non spara alle persone di colore e che non vuole cacciare via tutti i diversi. Nessuno ha chiesto niente, nessuno ha ordinato niente. I soccorsi sono semplicemente partiti.

La bella Italia, di cui spesso ci dimentichiamo, è fatta anche da industriali come Cucinelli, che a sue spese ha restaurato a tempo di record la cattedrale di Norcia. Oppure come Diego Della Valle, che in poco più di un anno ha aperto uno stabilimento come aveva promesso.

Di casi così della bella Italia silenziosa, ne potremmo raccontare decine. E’ un’Italia che non va in tv, che raramente viene premiata, e che quasi mai ha l’onore di stare sui giornali.

Ma è la bella Italia.”

Così, giusto per essere un po’ orgogliosi del nostro paese.

 

LA REPRESSIONE, L’ARMA DELLA DESTRA


LA REPRESSIONE, L’ARMA DELLA DESTRA

Per anni abbiamo lasciato che la destra di tutto il mondo, quella che, fino ad allora, la globalizzazione l’aveva cavalcata un po’ ovunque, identificasse il movimento No Global con un gruppo di spaccavetrine.

Abbiamo lasciato che si spacciassero i problemi derivati dalla globalizzazione e dal mercato senza regole, per problemi dovuti alla circolazione degli esseri umani.

Abbiamo lasciato che si confondessero protezionismi, chiusure e sovranismi per armi di difesa contro un nemico immaginario.

Abbiamo pensato che i poveracci che spesso scappavano dai loro paesi per gli effetti di un mercato globale deregolamentato che avevamo voluto noi, fossero il più grande problema da risolvere.

Abbiamo avuto paura che questi disgraziati ci invadessero ed alterassero la nostra “etnia”.

La reazione alle paure, un po’ dappertutto, sono i sovranismi.

Sono quelli che hanno proposto ricette di chiusura, di ritorno al passato, di finti recuperi di finte tradizioni, di minchiate teologiche più simili al voodoo che all’idea di una religione praticata in uno stato laico.

La reazione è il ritorno dell’Inghilterra al suo splendido isolamento dovuto, in gran parte, anche lì, alle false notizie sovraniste.

È il protezionismo da operetta di Trump.

È la fascinazione per i leader muscolari come Putin, uno che fa arrestare o ammazzare gli avversari politici, ma non è un problema.

È Orban con i suoi muri.

È Erdogan con la sua guerra.

Ed è pure Salvini con le sue nutelle, le sue cialtronate, il suo programma di odio costante, il suo voler evidentemente uscire dall’UE, ma per ora non si può dire.

I grandi cambiamenti, gli sconvolgimenti sociali, portano quasi sempre a grandi momenti di risacca.

Funziona come con le onde: non abbiamo governato la mareggiata e ora ci ritroviamo con il mare che arretra e ci vuole riportare, idealmente, almeno a 30 anni fa.

Ma senza agire sulle cause, ovviamente.

È un ritorno al passato semplicemente cosmetico.

Nessuno mette in discussione davvero il paradigma liberista, si discute solo degli effetti.

Così, il nemico diventa il degrado, i nemici diventano i poveri, non la povertà.

E quella stessa gente che schiuma rabbia e digrigna i denti perché incontra sui marciapiedi poveracci alla fame, cambia marciapiede, si lamenta del degrado e chiede più sicurezza.

Repressione. Decreti sicurezza.

La ricetta della destra da sempre. Decreti sicurezza, armi per tutti.

Si può essere vicini ai poveri italiani, eppure lamentarsi perché producono degrado ed insicurezza allo stesso tempo, basta confondere continuamente i piani della narrazione.

Come si può lamentarsi del cappio europeo e poi legarsene al collo un altro peggiore sottobanco: gli Usa per gli inglesi, Putin per i leghisti.

Forse la sinistra di mio nonno l’aveva capito bene, ma la sinistra di oggi, no, non ha afferrato neanche lontanamente tutta questa reazione destrorsa. Pensa solo a com’era bello cento anni fa.

SULLE SARDINE


SULLE SARDINE.

Ho sentito dire da molti “cosiddetti pensatori, comunicatori, interpreti dell’attualità”, che tutti quelli che, in queste ore, stanno scendendo in piazza contro Salvini, siano dei convinti sostenitori del Partito Democratico, con dietro Prodi, come se il Pd fosse in grado, oggi come oggi, di mobilitare tutta quella gente, più di quanta non ne smuova Salvini.

Non è così.

Le sardine sono “solo” un movimento di protesta contro i nuovi fascismi e populismi.

Non propongono contenuti specifici e non hanno, di base, una sola fede politica.

Probabilmente molti di loro, saranno elettori del Pd, ovviamente, visto che, numericamente parlando, si tratta del secondo partito italiano.

Ma lì dentro, c’è molto altro.

Questa cosa, però, dà molto fastidio a Salvini e ai suoi sostenitori, tanto che i suoi sostenitori si sono prodigati ad oscurarle, con migliaia di segnalazioni fascio-leghiste.

Ma la cosa sta dando molto fastidio alla Lega e alla destra tutta.

E lo si vede anche dalla ricerca spasmodica dei vari media di riferimento (Il Giornale, Libero e tutta una serie di siti bufalari) di ogni ipotetica frase violenta o inappropriata (a parer loro) che gli organizzatori delle varie manifestazioni possono aver detto o scritto in passato.

C’è tutta una ridicola task force di poveri cristi stipendiati da Sallusti, Feltri, Morisi e Belpietro che sta cercando su Facebook, Twitter e Instagram tracce di “violenza” nei profili social di chiunque abbia a che fare con le sardine.

Salvini e soci sono molto più infastiditi da un movimento non violento, che non sventola bandiere di partito, che da tutta l’opposizione messa insieme.

E ha senso perché le sardine stanno smontando pezzo per pezzo la retorica leghista per cui “tutto il popolo è con lui”. Sessanta milioni di italiani “sono con me” diceva Salvini ai tempi delle felpe.

Ma è successo che il popolo non è tutto con lui: la maggior parte del popolo, numeri alla mano, non lo vuole vedere neanche col binocolo.

E le sardine lo stanno mostrando, contandosi.

Non può dire, in campagna elettorale perenne, “questa città è con me” in piazza, se, a pochi chilometri di distanza, c’è un’altra piazza gremita dieci volte più della sua.

E soprattutto non può accusare di qualcosa quello che non è un movimento politico, ma solo un assembramento di cittadini.

È una cosa che lo sta innervosendo parecchio.

Tuttavia, per la sinistra, è sbagliato cercare proposte in quelle piazze.

Le proposte le deve elaborare la politica partendo da quelle persone.

Come è sbagliato dire: “sono semplicemente una manifestazione del Pd”.

È quello che piacerebbe a Salvini, ma non è così.

Ed è sbagliato porsi, a priori, al di fuori delle loro piazze.

La sinistra deve dialogare con quella gente, se vuole riuscire ad emergere dall’irrilevanza nella quale attualmente è confinata.

Ed è sicuramente più facile e proficuo dialogare con loro che all’interno dei raduni leghisti o neofascisti.

La politica deve assolutamente tornare ad ascoltare le persone, anche e soprattutto a sinistra, per poi trovare una sintesi.

Quelle piazze sono un’occasione.

Si può scegliere di ignorarle bollandole come inconcludenti o ingenue, e trincerarsi nell’alta e consapevole irrilevanza, oppure si può cercare di interpretarle, comprenderle, indirizzarle.

VENEZIA NON È AMATA È SOLO UNA CURIOSITÀ


VENEZIA NON È AMATA È SOLO UNA CURIOSITÀ

Settecento milioni di euro raccolti in un solo giorno, in Francia, per l’incendio a Notre Dame, poco o nulla in Italia, dopo giorni e giorni di Venezia sott’acqua.

Dopo l’incendio dell’aprile scorso a Notre Dame, la cattedrale simbolo di Parigi, i grandi manager del lusso e le multinazionali transalpine non si sono fatti attendere nel mostrare la loro concreta e tempestiva solidarietà, in 24 ore.

Venezia, un patrimonio unico e irripetibile, appartenente a tutto il mondo, sommersa per metri dall’acqua salata del mare, non è invece riuscita, finora, ad allentare i cordoni della borsa delle grandi imprese nazionali.

Ci sarà ben un motivo se i nostri cugini sono tanto orgogliosi della loro grandeur, mentre noi siamo costretti ad annegare nelle risorse dello Stato.

Aspettiamo lo Stato, più fatalisti di così non si può essere.

Ma lo Stato cos’è, per gli italiani, un Dio che risolve tutto?

IL NULLISMO


IL NULLISMO

C’è una piaga che è peggiore di altre: quella del “nullismo” raccontato bene, dove risiede la suggestione antica e del mantra unitario.

Lo strumento per muovere le corde del sentimentalismo politico che rifiuta il nuovo, contorcendosi sul passato, quale unica “verità” plausibile, ma senza un’argomentazione che davvero faccia riflettere.

Il “nullismo” è tipico di chi si sostanzia di nulla.

Col favore di interlocutori affabulati dall’esercizio retorico che spesso è il rifugio in mancanza d’altro, attestandosi sulle corde medio basse di un’umana natura sempre uguale per abitudine.

I “nullisti” generalmente hanno un’opinione su tutto.

Utile ad emergere nel mare magnum delle ignoranze procurate, necessarie a chi ritiene che non si debba mai comprendere.

Nel vecchio adagio del “tu non puoi capire” dove tutto è veicolato come altezza assoluta e dunque fuori dalla portata delle quotidiane semplicità. Anche se poi tutto è più chiaro di come si narra, portando allo scoperto l’effettiva inconsistenza di ogni riferimento.

Uscire dal giogo della sudditanza culturale è l’aspetto essenziale di questa traversata.

Rivendicando il diritto ad un’individualità protagonista di sé e del proprio tempo, da non confondere con l’esasperazione individualista che sottrae dignità al concetto di insieme.

Scandito dalle molteplici sfumature di cui ognuno è portatore, da sostenere attraverso un percorso che offra gli strumenti per una crescita autonoma. Ciascuno nella disponibilità di fruirne come può e come sa, ma senza alterare l’impianto complessivo di una visione.

I “nullisti” inorridiranno per questa lesa maestà.

Certi di essere gli unici titolari di conoscenza politica su un intercalare stile “la verità è questa”, anche se le verità sono sempre tante, soprattutto se ci sono la voglia ed il coraggio di affrontarle con la laicità di un approccio che prima di tutto deve rinunciare ai riti di un’appartenenza immutabile.

Per questo è semplicemente inutile, anche quando viene spacciata come “nuova” frontiera ma dalle fondamenta fragili perché vecchie e mai risanate.

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