Archivi Mensili: novembre 2019

L’IGNORANZA DELLA STORIA DEL FASCISMO PRODUCE DANNI GRAVISSIMI


L’IGNORANZA DELLA STORIA DEL FASCISMO PRODUCE DANNI GRAVISSIMI

“Dobbiamo essere liberi di poterci definire fascisti”.

Lo ha affermato con forza, pochi giorni fa, un dirigente di Fdi. Ci crede. E come lui tanti. Come se il fascismo fosse un’idea politica qualsiasi. Allora noi, per rispondergli, vogliamo raccontargli una storia. La storia che ci racconta la signora Enrica Perucca. Nata subito dopo la guerra. Una storia che vale la pena leggere.

“Era il 1935, Genzano di Roma. Mio nonno era un buon cristiano, ma antifascista. Non un rivoluzionario. Si rifiutava solo di prendere la tessera del partito.

Faceva l’orefice. Aveva 5 figli ed uno in arrivo dalla sua bella sposa trentenne. Succede però che in un paese una persona un po’ più in vista delle altre non poteva rifiutarsi di prendere la tessera. Semplicemente non si poteva. Non impunemente.

Succede allora che una notte piombano in casa sua degli energumeni bendati e lo trascinano fuori urlando per fargli ingurgitare una bella dose di olio di ricino. Ogni notte toccava a qualcuno, per un motivo o per un altro. Poi si aspettava che il malcapitato di turno si riempisse dei suoi escrementi e lo si riportava a casa. Così accadde quella sera.

Quando, molte ore dopo, mio nonno tornò a casa però non fu una notte come le altre. La sua giovane e bella sposa, non reggendo la tensione del brutale rapimento, era entrata in travaglio ed aveva cominciato a perdere molto sangue. Lui entrò a casa e trovò la moglie in un lago di sangue circondata dai cinque bambini. Non ebbe tempo di pensare, dovette agire: un figlio a chiamare una carrozza per Roma, all’ospedale. Un altro a chiamare la nonna per restare con i bimbi più piccoli. Intanto lui si lavava come poteva. Ci vollero due ore per arrivare e ricoverare la giovane donna.

Rimase 40 giorni in coma, senza il suo bambino, morto subito. Mio nonno rimase con un dolore immenso e 5 figli da crescere da solo.

Però Mussolini, in fondo, ha fatto anche cose buone: nel gennaio del 1943 prese mio padre diciassettenne dai banchi del liceo ed in una notte lo sbatté a combattere in Jugoslavia.
Mio nonno era rimasto a casa con due bambine, i suoi 3 figli maschi in guerra ognuno in una parte del mondo. E quando il 25 luglio cadde il fascismo ma i ragazzi non tornarono a casa che due anni dopo.

Questo è stato il fascismo. Persecuzioni spietate, vendette e umiliazioni per chi semplicemente non acquistava una tessera di partito. Mio nonno e mio padre non hanno mai permesso che dimenticassimo. E io ho trasmesso i miei ricordi alle mie figlie.”

Ha dunque capito adesso, caro dirigente, perché dichiararsi fascisti non dovrebbe poter essere considerata una libertà?

[Aggiungo una nota: Questi episodi non erano rari, anzi, nel mio paese succedevano spesso, e c’era un aula nella scuola elementare dove i “picchiatori fascisti” prendevano i poveri contadini indifesi e li bastonavano. Tutti i padroni avevano la tessera ed erano intoccabili e arroganti, mandavanno via i poveri contadini e braccianti dalle loro terre, anche se avevano figli e miseria, solo per il gusto di vederli sottomessi. Andarono in guerra questi giovani ragazzi, figli di povera gente, una guerra che non volevano e molti non tornarono, ma i ricchi in guerra ci andavano? Non lo so. Ho sempre avuto dubbi. Ciò che distingue il fascismo nella sua essenza è proprio la quotidianità e continuità di questi episodi brutali e crudeli. Lo squadrismo. Lo stato di queste cose si protrasse per 20 anni e non uno o due, ma vent’anni, una generazione.]

 

LA ROMAGNA CANTA


LA ROMAGNA CANTA

Salvini sarà anche in testa ai sondaggi, ma di sicuro c’è mezza Italia che non lo sopporta.

In queste condizioni, è bene ricordarglielo, non governerà mai l’Italia. Se disgrazia vuole, potrà anche andare a Palazzo Chigi, ma poi dovrà stare chiuso là dentro a giocare a freccette con Giorgetti. E ogni giorno ci sarà una manifestazione contro di lui. Ha giocato la carta dell’antipatia e del gradasso, ma è andato oltre.

Se qui è malvisto, in Europa e nel mondo è considerato un fenomeno da baraccone, una cosa che solo in Italia poteva avere successo. Una sorta di essere primitivo, mangiatore di frittelle e esibitore di rosari, fra lo sconcerto di frati e canonici. Una roba a metà strada fra il santo bevitore e il frequentatore di osterie. Persino l’orrendo Trump al confronto appare un gentleman inglese.

Dovrebbe imparare l’umiltà, ma forse è troppo per lui.

(Giuseppe Turani)

 

GRILLO IL “FLATUS VOCIS” NEL M5S OSSIA “VOCE SENZA IMPORTANZA”


GRILLO IL “FLATUS VOCIS” NEL M5S OSSIA “VOCE SENZA IMPORTANZA”

Quattro giorni fa aveva parlato il Santone.

Aveva versato miele nelle orecchie del Pd: scegliamo l’alleanza col Pd e, anzi, chiediamo a gennaio di stilare un “contratto” per governare insieme.

Benché scaramanticamente diffidente sulla parola “contratto”, il Pd è parso soddisfatto delle parole del Santone, che aveva lasciato solo un dubbio atroce: la reinvestitura di Di Maio come Capo politico.

Sono bastate 24 ore perché il Santone facesse la figura del quaquaraquà.

Con una prodigiosa sequela di schiaffoni ad ogni intesa con il Pd, il Capo politico ha fatto fare al Santone la figura del nonno scemo, ed ha riportato il quadro politico della maggioranza al punto bassissimo di una crisi virtuale e annunciata.

Mettiamo in fila le “mosse” politiche di Di Maio “in tre giorni”.

Mentre l’Ilva non è risolta, mentre scoppia Alitalia (due fallimenti dei 5s), mentre l’Italia affonda, la Liguria frana (e il Ministro 5s dell’Ambiente non è ancora nemmeno presente nelle aree colpite), Di Maio si produce in una serie di affermazioni che sono benzina sul rapporto col Pd e sul governo.

Smentisce alleanze nelle regioni al voto.

Appoggia Salvini sul Mes.

Respinge la richiesta del Pd di rinvio del blocco della prescrizione.

Approfitta delle indagini su Open per attaccare e provocare Renzi e Pd e proporre una Commissione di indagine sui finanziamenti ai partiti.

Salvini, tuttavia, non ha strumentalizzato su Open e ha avanzato la proposta di un tavolo comune sulle regole.

Il Pd non può dormire tranquillo per le parole di Grillo.

Lui oggi un flatus vocis nel m5s.

È palesemente sopportato, mentre Di Maio va da un’altra parte.

E, ad oggi, nessuno lo smentisce.

LA NUOVA “AGENDA DI GOVERNO” TRA PD E 5S. ROBA VECCHIA


LA NUOVA “AGENDA DI GOVERNO” TRA PD E 5S. ROBA VECCHIA

Dopo la gita di Grillo a Roma, un comico che si atteggia a politico ma che è solo un grande opportunista, adesso si parla di “patto strategico” o di “nuova agenda” da stipulare (non so se davanti ad un notaio) tra Pd e m5s.

Quando Grillo dice che con la sinistra (e intende il Pd) si possono fare grandi cose ad un tiro di schioppo dal “Partito di Bibbiano”, significa due cose: una lo dice adesso con i rapporti di forza cambiati e non l’ha detto quando il M5s stava al 32%, lo dice ora per far mantenere il potere ai suoi “discepoli” che elettoralmente stanno sulla via del tramonto.

Restare al governo è l’unico modo per poter giustificare ed incolpare anche altri, dei disastri che hanno combinato a danno del paese. Disastri che avranno una conseguenza, non passeremo indenni questo periodo.

Il cosiddetto “patto strategico” o “agenda di governo” tra Pd e 5S, cosa piuttosto fumosa, in effetti si può definire una semplice verifica di governo da farsi a gennaio. Cosa che è sempre stata fatta dai tempi dei tempi del pentapartito. Lo si può colorare con mille parole, agenda, patto, collaborazione, ma la sostanza è quella.

“L’agenda di governo”, però, non si verifica tra una parte sola del governo, il Pd e il m5s. I partiti della maggioranza effettivamente sono quattro. Se la “nuova agenda” fosse concordata solo tra Pd e 5s, la tenuta del governo sarebbe fragile, non si farebbero passi avanti.

Il Pd non deve fare l’errore di limitare la verifica solo a se stesso e i 5s, per mettere bandierine. Sarebbe un autogol, perché mancherebbe quella parte della maggioranza che potrebbe di mettere in chiaro alcune cose, fatte dal m5s alle quali il movimento non rinuncerà mai e che hanno contribuito a declassificare il nostro paese, a fermarne l’economia e a diminuire la crescita. Quindi migliorare l’agenda stessa. Ma, pare che il Pd voglia fare da solo.

Per chiarire.

I 5s hanno raggiunto tutti gli obbiettivi che si erano prefissati, un successo senza precedenti nella storia della politica italiana.

Hanno avvelenato per sempre i pozzi dell’informazione.

Hanno distrutto la democrazia rappresentativa.

Hanno convinto il popolo che uno vale uno, quindi il meccanico può fermare le olimpiadi e un analfabeta qualsiasi può dire a Burioni “studia, ignorante”.

Hanno convinto i tarantini che potevano liberarsi dall’Ilva grazie al reddito di cittadinanza e alle cozze.

Hanno convinto i pugliesi che il gasdotto, profondo 16 metri, avrebbe devastato la spiaggia, e che i piedini dei bimbi, cha scavavano sulla spiaggia con secchiello e paletta, sarebbero stai intrisi di metano così come i loro asciugamani ivi stesi.

Hanno convinto gli italiani che il Pil aumenta d’’estate coi condizionatori.

Hanno convinto i genovesi che i ponti sono belli per farci i picnic.

Per un soffio non hanno bloccato la TAV, ma comunque sono riusciti ad inventarsi percorsi alternativi grazie a tunnel inesistenti.

Hanno inventato migliaia di inutili Navigator e elargito il reddito di cittadinanza a contrabbandieri, spacciatori, mafiosi, evasori fiscali e lavoratori in nero.

Hanno piazzato la loro carica eversiva ovunque, facendola esplodere addosso a noi, supportati per anni da corifei mediatici belanti “Lasciamoli provare”, sottomessi al rito tirannico dei monologhi senza contraddittorio.

Hanno vinto tutto, ottenuto tutto e distrutto tutto, quindi cosa faranno da ora in poi nella nuova “agenda di governo” è del tutto ininfluente, invece di occuparsi di loro, di dialogare e lasciare che ci convincano che loro sono bravissimi a salvare il paese, bisognerebbe guardare alle macerie che hanno lasciato dietro di loro.

Con la complicità di tutti, perché l’antipolitica passa da sempre sopra alla politica che non c’è più.

E il Pd si compiace di tutto questo?

Ne condivide l’esito?

E allora al via la nuova “agenda di governo” che sa di vecchio.

NON È UN BEL MOMENTO PER LE DONNE


NON È UN BEL MOMENTO PER LE DONNE

Non è un bel momento per le donne. Una nuova ondata di maschilismo feroce e sempre più subdolo sta avanzando: dalla gogna mediatica, con gli insulti sui social, che stanno diventando un territorio infrequentabile per le donne, alle crescenti e mutevoli forme di violenza di genere, fino alla messa in discussione di diritti e spazi di libertà femminili che davamo per acquisiti una volta per sempre.
Come se, nel momento in cui le donne parevano finalmente avere la possibilità di lavorare non più per rivendicare il riconoscimento dei propri diritti, sanciti sul piano formale grazie a un impianto normativo realmente evoluto, ma per renderli effettivi ed esigibili, fossero respinte indietro.

Eh sì, perché in un tempo nel quale a essere messi in discussioni sono i fondamentali di uno stato diritto, non deve sorprendere che le prime a pagare un prezzo, come sempre davanti a ogni crisi, siano le donne.

Nel regno dell’ipocrisia politica dove sguazzano, la Lega e il M5S si stanno rendendo artefici di una riforma del diritto di famiglia che ricorda molto le battaglie sul divorzio e l’aborto, in direzione opposta e contraria: con il ddl Pillon, che da domani torna in commissione giustizia in Senato per volere esplicito del governo, delle donne e dei bambini si fa carne da macello. Lo dico davvero dal profondo del cuore, dopo aver per mesi studiato e approfondito: fermatevi.

Fatelo per i bambini prima di tutto, perché sono loro i primi a rimetterci tutto. In queste ore chiedo davvero coerenza a tutti quelli che in vario modo hanno criticato il ddl Pillon: il sottosegretario Spadafora ne aveva annunciata l’archiviazione, molte accuse sono arrivate da vari esponenti del movimento, eppure il ddl è ancora lì e la discussione riprende dai vecchi testi, sottoscritti da tutta la maggioranza, Cinquestelle inclusi.

Si tratta di un disegno di legge aberrante e pericoloso che sotto l’ingannevole principio della bigenitorialità (chi mai potrebbe dirsi contrario?) si rivela un testo ideologico in grado di ridisegnare un modello di famiglia che nega alle donne libertà e diritti ma che soprattutto calpesta interessi e diritti dei bambini.

Un testo inemendabile, immodificabile, impossibile da migliorare, che va solo ritirato. E per farlo abbiamo bisogno che qualcosa dentro la maggioranza si sgretoli, che di fronte alla voce forte e chiara delle donne, degli operatori, degli esperti, di tante figure autorevoli che hanno lanciato l’allarme, le coscienze individuali di singoli parlamentari abbiano uno scatto.

È un fatto di coerenza di chi in questi mesi nei corridoi ma talvolta anche pubblicamente ci ha detto che quel testo conteneva storture inaccettabili.

Il ddl Pillon è un attentato alla felicità, alle libertà individuali e al senso di giustizia. Promette dolore e disaccordi, e danni incalcolabili alle famiglie che scelgono, per varie ragioni, di vivere separate. I bambini non sono fatti per attraversare la loro fase di crescita con il trolley alla mano, vagando tra abitudini e adulti diversi, tra stili di vita e possibilità economiche spesso differenti, senza avere mai un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato. I bambini hanno bisogno di rispetto e cura, di essere riconosciuti, ascoltati e capiti, non strumentalizzati.

Perché è questa la grande truffa che c’è dietro il ddl Pillon: usare i figli come mezzo per riaffermare una sorta di nuova patria potestà o, nella peggiore delle ipotesi, per costringere le donne a rinunciare a scelte di libertà, come può essere quella di chiudere una relazione, persino quando violenta.

Il ddl Pillon parte dalla negazione di una condizione di disparità oggettiva che esiste nella società, considerato l’alto tasso di disoccupazione femminile e la tragica differenza di stipendi a parità di mansioni, per arrivare a pretendere di trattare in maniera identica situazioni di partenza tanto impari, compiendo sostanzialmente una gravissima discriminazione per legge.

Così come parte dalla totale negazione dell’esistenza del fenomeno della violenza sulle donne. Si tenta nei fatti di ridurre lo spazio di libertà e di azione femminile, facendole retrocedere per legge nei ristretti perimetri espressi dalla volontà del padre-padrone.

E per arrivare a questo obiettivo,che rappresenta bene la drammatica cifra culturale di questo governo, si è disposti a passare sopra il benessere dei bambini: penso alla possibilità agghiacciante, scritta nero su bianco nel testo, di sottrarre un figlio alla madre in caso di violenza in nome di una ipotetica l’alienazione parentale, che, non ci stancheremo mai di dirlo, continua a essere negata dalla comunità scientifica ma persiste nel ddl Pillon, e che, utilizzata già troppo spesso improvvidamente nei tribunali civili, sta provocando già danni enormi, come dimostrano recenti fatti di cronaca.

Siamo di fronte a una bestialità: non solo la donna non viene accolta e protetta ma addirittura giudicata e condannata fino a farle pagare il prezzo più alto, la sottrazione dei suoi figli che in nome di quel principio di bigenitorialità perfetta possono essere affidati anche solo in parte al padre violento.

Assurdo, ma è esattamente quello che vorrebbe legittimare e codificare il ddl Pillon. Se penso poi al caso di Bibbiano vedo l’ipocrisia di un governo che si scandalizza a parole, strumentalizza in modo aberrante una vicenda mostruosa che coinvolge minori sottratti ai loro genitori e poi promuove leggi dove i bambini possono essere messi in case famiglia, senza nemmeno essere ascoltati.

Sono la presidente della commissione Femminicidio, mio dovere è operare con tutte le forze politiche per combattere il fenomeno della violenza di genere e ho intenzione di continuare a farlo ma proprio il ruolo che ricopro mi porta a dire chiaramente: sul ddl Pillon nessuno sconto.

In questa battaglia sono dentro il Parlamento al mio posto ma anche fuori, in strada, con i cartelli e con le donne. Perché sono dalla loro parte e da quella dei nostri bambini. Semplicemente dalla parte giusta.

 

da www.huffingtonpost.it

Valeria Valente
Avvocato, senatrice del PD e Presidente della Commissione d’inchiesta sul Femminicidio

DIETRO IL VELO


DIETRO IL VELO

Sì, un libro sulla condizione della donna araba, costretta a portare, appena diventa donna, il velo nero da capo a piedi, quando esce di casa, e che, se trovata in condizioni di reato, secondo il Corano interpretato a favore maschile, subisce un sacco di angherie da parte degli uomini, compresa la lapidazione.

Il libro narra la vita di una principessa araba di sangue reale, parente del re Faysal, con schiave, autisti, aerei e conti stratosferici di milioni di dollari all’estero, e, nel caso di questa protagonista, con la fortuna di sposare un uomo che ama veramente e giovane. La sua famiglia saudita, è composta da circa 25.000 persone più o meno imparentate tra loro.

Una vita scialba, noiosa, sempre uguale, priva di libertà, soggetta al volere degli uomini, ma la protagonista è pur sempre una principessa e qualche scappatoia, se non altro, quando va all’estero, perché dispone di tanti soldi, la trova. Poche, ma qualcuna sì. Comunque nonostante il titolo nobiliare e il lusso, la sua è una vita di una noia incredibile.

Mi hanno colpito molto di più i passaggi, brevi, ma efficaci, del modo con quale, queste principesse, trattano la propria servitù, le loro schiave, quasi tutte filippine. Quella sì che è una brutta vita.

È cosa nota, il fatto che gli uomini, per avere il pisello tra le gambe, per volontà divina, (Corano docet), possano determinare la vita, la morte, le condizioni di vita delle donne.

Tuttavia, mi sono chiesta come mai, nel nostro paese così civilizzato che si chiama Italia, sia stato abolito, con colpevole ritardo, l’articolo del codice penale che riguardava il “delitto d’onore”?  Mica tanti anni fa, solo nel 1981.

Quell’articolo era così scritto:

Codice Penale, art. 587 (Codice Rocco) ” Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Vorrei sottolineare che quell’articolo nominava solo le donne, parlava di relazione “carnale”, come se le donne fossero cannibali e divorassero l’uomo, e di ira maschile, come se fosse legittima, oltre che di offesa dell’onore.

Quale onore?

Quale onore può, anzi fino a pochi anni fa, poteva dare il diritto all’uomo di uccidere le donne sue famigliari, perché si era arrabbiato, non gli garbava di essere diventato cornuto o che la figlia e la sorella avessero un amante?

La vita di una donna, anche in Italia, non valeva più di tre anni di carcere e forse anche meno, a seconda delle condizioni sociali dell’assassino, che aveva pure il diritto di vantarsi del gesto compiuto.

Non ci si può illudere però, che nonostante la cancellazione dell’articolo 587 del codice penale (codice Rocco) del periodo fascista per altro, si sia risolta la condizione della donna italiana.

È migliorata, sicuramente e la possibilità di divorziare ne ha aumentato la libertà, ma la mentalità maschilista continua, anche ai giorni nostri, con la costante e quasi quotidiana, sgradevole notizia della morte di una donna, per mano di chi dice di amarla.

Il “femminicidio” è una triste realtà. Nell’anno 2018, nell nostro paese, sono state assassinate, o meglio trucidate 143 donne. Un numero incredibile, e quasi sempre ad opera di un famigliare, di una persona di cui si fidavano.

Capisco che non si possa paragonare la vita di una principessa araba, o di una donna araba qualsiasi, con la nostra vita di donne, nel nostro paese. Sarebbe una cosa assurda. In ogni modo, là, in quel paese ricchissimo con gli uomini sempre più ricchi perché hanno il culo sul petrolio, la vita di una donna è davvero terribile. Un inferno.

Altro controsenso è che, mentre c’è chi muore di fame nel mondo, in quel paese, i sauditi, regalano milioni di dollari ai loro bambini appena nati, nascondendoli quasi sempre in banche estere.

A me ha fatto un po’ impressione anche questo.

 

 

 

SI PIANGE VENEZIA


SI PIANGE VENEZIA

Abbiamo sentito che la salsedine marina di questi giorni, sta già danneggiando gravemente i meravigliosi mosaici della bellissima basilica di San Marco a Venezia. Un patrimonio culturale artistico unico si sta perdendo.

Tutti ne parlano e tutti ne lamentano la rovina, giustamente, anche il presidente della Regione Veneto, Zaia, lo ribadisce con forza e chiede aiuto all’Europa, a quell’Europa dalla quale voleva uscire e chiede euro, miliardi di euro, moneta da lui disprezzata, ma ora invocata, per salvare un patrimonio inestimabile.

A suo tempo ebbe a dire che non occorreva buttare soldi per quei quatto sassi di Pompei. Quattro sassi anch’essi dal valore unico ed inestimabile, ma non per il signor Zaia. Comprensibile sono al Sud e non fanno parte del Veneto.

Ebbene noi sosteniamo quello che dice la Costituzione italiana.

Per sostenerla a dovere dobbiamo ripristinare la Storia dell’Arte, come insegnamento fondamentale nelle scuole e capiremo meglio perché è necessario conservare i mosaici della basilica di Venezia e anche i quattro sassi di Pompei.

Studiare la storia dell’Arte significa garantire a tutti i cittadini la possibilità di fruire in modo consapevole del patrimonio culturale e del paesaggio, significa, da un lato, onorare i principi fondamentali della nostra Costituzione, dall’altro equivale a creare le condizioni necessarie a perseguire l’obiettivo della conservazione e della tutela del patrimonio stesso.

“Non vi è tutela senza conoscenza”: un principio chiaro, quasi scontato per chi si occupi di beni culturali a qualsiasi livello.

Lo si insegna nelle università, nelle scuole, nei corsi di aggiornamento. La storia dell’arte è un pilastro fondamentale dell’educazione alla cittadinanza: la vogliamo nella scuola primaria, la vogliamo negli istituti tecnici e professionali.

E la vogliamo perché è giusto offrire a tutti i bambini e a tutti i ragazzi pari opportunità di accesso alla bellezza, alla storia dei luoghi ove crescono ogni giorno, al mondo complesso che li circonda.

(Un suggerimento fuori contesto, ma che può servire: si cominci ad insegnare ai bambini dell’asilo, la lingua inglese. Cominceranno ad avere dimestichezza con questa lingua, (i bambini imparano benissimo) e da grandi nelle scuole avranno meno difficoltà e si potrà insegnare anche storia dell’arte).

LE MATERIE PIÙ BISTRATTATE DELLA SCUOLA ITALIANA


LE MATERIE PIÙ BISTRATTATE DELLA SCUOLA ITALIANA

Dopo aver tolto la Geografia, la storia dell’arte dagli insegnamenti fondamentali, ora è a rischio la Storia come materia fondamentale o comunque destinata ad una drastica diminuzione delle ore di insegnamento

Ricordiamo tutti che l’ex ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel Governo Conte I, Marco Bussetti, eliminò la traccia di Storia dall’esame di maturità.

Non so l’attuale ministro Lorenzo Fioramonti che cosa intenda fare, ma penso che segua la traccia del precedente, per cui l’eliminazione della traccia di Storia dall’esame di maturità, resterà.

L’insegnamento come materia rimarrà, ma non sarà fondamentale, probabilmente confinata e ridotta nelle ore di studio o accollata a qualche altra materia, togliendole l’importanza che invece ha.

La Storia, infatti, che già per Cicerone era “magistra vitae”, non costituisce una semplice raccolta di fatti, date o nomi noiosissimi da imparare: è così che oggi forse viene insegnata, semmai, perché manca effettivamente il tempo di approfondirne il reale significato. La storia è il presente che in qualche modo è già stato sperimentato, analizzato e vissuto: senza di esso, siamo come ciechi senza una guida.

La maggior parte dei giovani, alla fine del secolo, è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Il lavoro degli storici, il cui compito è ricordare ciò che altri dimenticano, è ancora più essenziale ora di quanto mai lo sia stato nei secoli scorsi.

Perché questo vuol dire sostanzialmente studiare la storia o la storia dell’arte: acquisire la capacità di leggere i fatti, gli accadimenti o, nel caso della storia dell’arte, i linguaggi creativi, in modo razionale e approfondito in modo da poter sviluppare una coscienza individuale, collettiva, civile, e politica. E anche l’Arte, forse soprattutto l’arte, in questo senso, è vitale: essa non è mai stata fine a sé stessa, e le grandi esperienze del Rinascimento ci hanno insegnato come un quadro o un dipinto possa nascondere molta più realtà e politica di quanto pensiamo.

L’Arte, infatti, ha linguaggi e regole ben precise che, se approfondite, permettono di decifrare messaggi che altrimenti resterebbero nascosti: questa capacità, in un’epoca in cui tutto è immagine e comunicazione visiva, è indispensabile. Senza lo studio approfondito di Raffaello o Caravaggio è impossibile comprendere qualcosa della Street Art che tanto piace ai più giovani, ma ancor di più di quello che ci circonda nella vita quotidiana

Le già difficili vie di accesso all’ analisi di ciò che avviene attorno a noi si privano di due armi fondamentali per conoscere il passato.

La storia che costituisce il presente di tanto tempo fa, necessario per comprendere il presente contemporaneo, come possiamo accantonarla?

Non si può analizzare l’oggi senza conoscere “ieri”, come ci si può preparare a domani senza conoscenza?

La storia in tutte le sue sfaccettature, la filosofia, sono le armi con cui analizzando il passato comprendiamo il presente e possiamo non ripetere gli stessi errori.

Viviamo in un periodo in cui, l’ elogio dell’ignoranza, ci ha fatto mettere, ed ancora lo sarà per il futuro, il governo del nostro paese, in mano ad incapaci.

Gli incompetenti hanno dimostrato di non essere nemmeno onesti, una volta assaggiato il potere.

Si inneggia al fascismo che “avrebbe fatto anche cose buone”, come se quelle cattive non fossero sufficienti per ripudiare per sempre quella barbara ideologia.

Lo studio, mentre da un lato ci fornisce strumenti di analisi, dall’altro ci forma per i nuovi lavori.

Non c’è nulla di facile senza una preparazione di base, solo lascia le persone in balia del primo imbecille che dice “ho abolito la povertà” “abbiamo risolto il problema dell’Ilva in tre mesi” o di un idiota che promette di lasciare aperto gli ospedali anche il sabato e la domenica.

Già l’eliminazione della Geografia dagli insegnamenti scolastiti ha fatto i suoi danni. Sentiamo, senza vergogna, confondere il Cile col Venezuala, dire che Matera è in Puglia, che l’Emilia Romagna confina col Trentino e addirittura pronunciare male i nomi delle città italiane. Così Pavìa diventa Pàvia e Vibo Valentia Vibo Valenthia.

Che cosa vieta alla scuola italiana di lasciare che si insegnino queste importanti materie, assieme alla matematica, le scienze, la fisica e tutte le altre materie scientifiche?

[Agiungo un aggiornamento: ho saputo, proprio ieri sera dai Tg, che il Ministro Lorenzo Fioramonti, intende rimettere negli esami di maturità di quest’anno, la traccia del tema di storia. Mi congratulo con lui.]

FARE E DISFARE È TUTTO UN LAVORARE


FARE E DISFARE È TUTTO UN LAVORARE

Passano i giorni ed è un continuo parlare di questa benedetta manovra economica.

Ci giocano attorno e i giocatori sono i partiti di maggioranza (Pd e m5s) separati in casa.

Sembra un castello fragile, fatto coi mattoncini lego. È tutto un aggiungi e togli, fai e disfi.

Attorno al tavolo ognuno allunga le sue manine, spinto da sensibilità politiche e dai suggerimenti dei sondaggi.

Prima cosa evitare l’aumento dell’Iva e uno dice che sì è una buona cosa. Ma come provvedere?

Si mette la plastic-tax, ma è poco, allora si aggiunge l’accrocco delle automobili aziendali.

Si aggiunge un virtuosismo fiscale su eco-pannolini e zuccheri. Sulle cartine e su qualche altro amenicolo.

Anche il premier Conte, l’uomo che ha firmato, con il ministro dell’Economia Gualtieri, la bozza di manovra inviata a Bruxelles, rimette mani alla sua opera e annuncia: troppe tasse, tagliamole. Non importa se anche lui ha contribuito alla costruzione, all’accumulo di micro e macro balzelli: fa e disfa da solo.

E cominciano gli emendamenti per buttare giù o modificare completamente il castelletto “tasse”, costruito con fatica.

Ma se si toglie una tassa, bisogna metterne un’altra per compensare.

I 5s sparano oltre 400 emendamenti, persino uno per ridurre l’Iva sui preservativi. Il Pd si allunga a 920, i renziani ne mettono sul piatto 240.

Gioco pericoloso.

Già così la manovra è povera, se la si continua a peggiorare sarà un problema.

Ma il vero problema sta alla base: se non si smontano i due pesi massimi (quota 100 e reddito di cittadinanza), si procede solo con i mini mattoncini.

Una miseria.

L’offensiva emendamenti mette a nudo i cento giorni di solitudine di un governo non amato dalla coppia di fatto che lo ha concepito.

Si vuole stare al governo e all’opposizione, mariti e amanti. Sperando di salvare sia i conti ufficiali, sia i voti.

Alla lunga non si regge.

QUANDO SARÒ CAPACE DI AMARE (Giorgio Gaber)


QUANDO SARÒ CAPACE DI AMARE (Giorgio Gaber)

Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l’amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d’amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò…

[Non è solo una canzone ma un capolavoro. Chi ha seguito Gaber distrattamente o l’ha giudicato per le sue prime canzoni, pur bellissime ma non introspettive, attraverso questo testo riesce a capire tutta la profondità che si cela dietro a parole apparentemente semplici. Bellissime le parole: “Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero, non come quando io ragiono, ma come quando respiro.]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: