QUEL MARE IN CUI DI MAIO E SALVINI PESCANO IL LORO CONSENSO

QUEL MARE IN CUI DI MAIO E SALVINI PESCANO IL LORO CONSENSO

Avrei voluto e dovuto staccare un po’ dai social almeno a ferragosto. Ma il mio legame con Genova e il tragico crollo del ponte sul Polcevera me l’hanno impedito.

Quella disgrazia è stata uno choc per tutti gli italiani; ma ai genovesi qualcosa è crollato dentro insieme al ponte, e quel moncone di strada proteso nel vuoto resterà, speriamo per il minor tempo possibile, il lugubre monumento ai tanti sogni spezzati della città.

Ho fatto l’errore di buttarmi a capofitto nell’assurda polemica social che ha seguito l’incidente; non avrei dovuto ma l’ho fatto.

Ho scritto alcuni tweet criticando l’ipocrisia dei governanti grillini, che si sono scapicollati ad additare colpevoli prima ancora di recuperare i morti e i sopravvissuti; guardandosi ovviamente assai bene dall’ammettere le loro responsabilità politiche nel boicottaggio delle opere pubbliche già progettate e finanziate per bypassare il ponte (la c.d. “gronda di ponente”).

Poi ne ho scritto un altro, esprimendo la mia inquietudine per un paese governato da persone e forze che si rifiutano o che non sono in grado di utilizzare, nella loro delicatissima missione, raziocinio e competenze. Neppure nei momenti in cui tutti gli italiani dovrebbero stringersi tra loro come un unico popolo.

“La sgradevolissima sensazione di essere governati da gente che si trova profondamente a disagio col metodo scientifico, l’approccio logico-matematico, i fondamenti dell’economia e finanza, il diritto, la grammatica e la sintassi, le comprensione dei testi, le buone maniere”

Per qualche insondabile ragione questo tweet è diventato virale, con 350mila visualizzazioni e 20mila interazioni; e così ho fatto esperienza di cosa significa navigare davvero nel mare aperto della rete, al di fuori della protezione garantita dalla consonanza di vedute tipica dei piccoli gruppi di utenti social.

Devo dirvi che là fuori è davvero brutto; si viene esposti a insulti feroci, minacce, aggressioni (verbali e virtuali, per carità, ma non per questo meno violente); non vi è alcuna ragionevole speranza di poter dialogare. L’esperienza è stata però utile a capire qualcosa di quel mare, che poi è lo stesso nel quale Luigi Di Maio e Matteo Salvini pescano con la rete a strascico il loro consenso. Vorrei perciò trarne qualche insegnamento; per chi fosse interessato li riassumo e li commento qui.

Dalla virulenza degli scambi social sulla disgrazia di Genova ho imparato questo:

  1. Era ed è fortissimo il desiderio di accollare tout court al PD le responsabilità morali e penali della tragedia. Tutta la politica grillina (e via via che passa il tempo anche quella leghista, visto che le due tendono progressivamente ad assimilarsi) si fonda infatti su un unico granitico assioma: “voi avete rovinato l’Italia”. Inutile chiedere quale e dove sia la rovina, quali i capi di imputazione, quali le politiche che avrebbero prodotto i danni, quali i personaggi specificamente responsabili, quali le fonti e le evidenze numeriche; la fatwa è irrevocabile, indimostrabile in quanto rivelata, vera a prescindere. Né può essere messa in discussione, perché essa è tutto ciò che un webete conosce e senza di essa per un webete non vi è cittadinanza politica.
  2. Il riformismo ottimista/razionale lib-dem basato sulle competenze avrà forse un suo seguito tra le élite, ma suscita tra “la gente”, il nuovo popolo del web, una paura ancestrale, un odio cieco e una ripulsa senza riserve; è proprio vero che il connotato caratterizzante del populismo è la conservazione.
  3. A causa del suo riformismo di stampo liberal il partito democratico, Renzi in testa, è stato sapientemente identificato dalla micidiale macchina della disinformazione grillina come il partito del capitale ed additato come tale al disprezzo gentista; come partito dei padroni il PD è il responsabile ultimo di tutto ciò che di male accade al popolo, e quindi anche delle morti sotto quel maledetto ponte. Nulla al mondo riuscirà a revocare quell’identificazione arbitraria, e qualsiasi tentativo di spiegare la differenza tra riformismo solidale e liberismo capitalista sfrenato è destinata a infrangersi contro la povertà dei mezzi cognitivi del popolo webete.
  4. Per un webete il PD, e tutto ciò che ruota attorno ad esso non deve far altro che sparire, autoeliminarsi. Non vi è redenzione, non vi è diritto neppure all’opposizione, neppure alla testimonianza. Non vi è distinzione tra vertici e popolo, tra generazione e generazione; si è tutti la stessa marmaglia, la stessa feccia corrotta fino al midollo e colpevole di aver succhiato parassitariamente il midollo del paese. Il PD sintetizza tutto il male che c’era “prima”, e a poco rileva che esso sia stato partorito, con sommo dolore, poco più di dieci anni fa. E che chi lo ha guidato negli ultimi tempi, e viene quotidianamente bruciato in effigie, non ha davvero alcuna responsabilità negli atti di governo del secolo scorso.
  5. Il meccanismo di generazione del consenso via web a favore dei populisti si autoalimenta. Essi sono efficientissimi promotori di loro stessi e dei loro “capitani” , propagano le parole d’ordine con fede cieca e assoluta, rimbalzano i messaggi più infondati con la foga di un crociato. Costituiscono un blocco omogeneo e monocorde, privo di sfumature, di distinguo, di varianze. Essi sanno perfettamente chi è il loro nemico, sanno che per sconfiggerlo e possibilmente annientarlo occorre conquistare il potere ed esercitarlo senza scrupoli. E tanto basta. Sono allergici alle pippe mentali e ai sofismi del politically correct, e in questo sono estremamente forti e compatti. Il nemico sono i Benetton? Tutti contro di loro allora, in un istante, e poco importa se si scopre solo oggi che non fanno solo magliette e bermuda.
  6. Gli webeti sono spesso persone che soffrono socialmente e professionalmente. Le rare volte che mi è capitato di stabilire un contatto ho verificato che alla base dell’astio c’è quasi sempre un fallimento, una mancata affermazione, un insuccesso di tipo sociale e lavorativo. Frequentemente la frustrazione va di pari passo con la bassa scolarità e con l’isolamento, ma non è sempre così. In ogni caso la molla della sete di riscatto sociale fa da acceleratore all’aggressività e all’indignazione. Tanto più ci si sente penalizzati ingiustamente dalla società tanto più si ha necessità e urgenza di qualcuno da impiccare, anche per le vittime di disgrazie le cui cause restano tutte da chiarire.

Ciò che più mi preoccupa e mi angoscia è la separazione totale, assoluta. Nulla di contingente potrebbe mai spostare un vero webete dalle sue convinzioni, perché esse riposano su assiomi e non su giudizi, né su conoscenze. L’esercizio della critica e della dialettica, intese in senso filosofico, viene dal demonio. Non si vede cosa potrebbe spostare, oggi, un consenso così radicalizzato. E infatti i sondaggi non rilevano spostamenti, se non tra 5s e Lega (quindi politicamente irrilevanti). Prova ne è l’incapacità di deporre le armi dell’insulto e dell’irragionevolezza anche di fronte alla tragedia, come nel caso di Genova.

Mi sarebbe piaciuto trovare in questo frangente così drammatico un momento di unità, di intesa, di collaborazione, di dialogo. Ho sperimentato l’opposto.

https://politicaperdilettanti.wordpress.com/2018/08/17/il-mio-tragico-ferragosto-webete/

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