Se i conti, e Conte, andranno a posto come sembrerebbe, governo sarà.

Con due connotati, in attesa di un Mattarella a schiuma molto frenata.

Primo. Il paradosso di un gabinetto presieduto da un tecnico promosso sul campo a politico, alla guida di una squadra orgogliosamente politica, integrata da tecnici. Una soluzione inevitabile nel momento in cui due forze antagoniste decidono di dare vita a una maggioranza, senza voler perdere la propria identità.

Una mediazione, un mix in cui il Capo dello Stato vuole e può mettere le mani per garantire dosaggi ed equilibri.

Quindi, se Conte ha buone possibilità di avere l’incarico, è altrettanto certo che l’équipe dei ministri non sarà messa in campo solo dall’allenatore, ma anche dal presidente.

Del resto, anche la giornata di ieri, che pure dalle valli aostane ci ha riportato il fragore di un successo leghista e di un de profundis per Pd e Forza Italia, è stata scandita più dalle grida esterne, che dai sussurri interni.

E qui sta il secondo paradosso: un esecutivo in libertà vigilata. Certo, gli annunci di qualche trasgressione politica, non sono mancati. I sospetti dei mercati, delle cancellerie e della Ue, insomma, possono essere legittimi.

Continuiamo a pensare, però, che se lo stesso esito elettorale si fosse registrato in Francia o Germania, dall’Italia nessuno si sarebbe permesso le bacchettate preventive somministrate da Berlino, Bruxelles e Parigi.

Capitali, e giornali, paladini del cambiamento nelle dinamiche comunitarie, basta che a dirlo, e a farlo, siano loro.

Il governo che il Quirinale farà nascere speriamo in fretta, a prova di spread, dovrà dunque dare tranquillità all’esterno, ma soprattutto risposte ai problemi interni.

Conte è nuovo alla politica. Ma non è detto che farà male, che sarà solo un ostaggio.

Vedremo. Per le condanne, preferiamo aspettare i reati.