VIVERE UN PARTITO VUOL DIRE COGLIERE L’EMOZIONE DI UN’IDEA, ANCHE QUELLA CHE ALL’IMPROVVISO SEMBRA TRAMONTATA

VIVERE UN PARTITO VUOL DIRE COGLIERE L’EMOZIONE DI UN’IDEA, ANCHE QUELLA CHE ALL’IMPROVVISO SEMBRA TRAMONTATA

L’unica domanda da porsi, a questo punto, è dove stiamo andando. E se l’Assemblea del 19 maggio sarà davvero l’occasione per guardarsi negli occhi senza retropensieri.

Nella consapevolezza che stare in un partito vuol dire dirsele, se occorre, anche di santa ragione, con differenze che, comunque le si mettano, devono fondarsi sul rispetto delle ragioni per cui siamo nati.

Ho la certezza che il faro debba essere rappresentato da un altro modo di fare politica privo di finzioni e con molta concretezza.

Ci si assume la piena responsabilità dei risultati non sempre facili da accettare, ma tuttavia capaci di esprimere un sentimento popolare che nessuno può ignorare né manipolare.

Il riaffiorare, oggi, di una cultura da retrobottega ci consegna, però, un PD che torna a ciò che era prima della sua fondazione. Un passo indietro enorme, rispetto ai miglioramenti fatti.

Siamo in un agone tutto proporzionale privo di differenze, che privilegia le militanze gruppettare anziché quelle che intendono legarsi ad una visione, ammesso che ve ne sia ancora una.

Da iscritta molto vicino a Matteo Renzi, in questi anni ho colto il valore del coraggio.

Il coraggio di scelte difficili e distanti da quella logica del consenso che per decenni ha scandito il banale “tirare a campare”.

Un tratto distintivo che ha innalzato il livello del confronto, finalmente sui fatti e non sui “bisognerebbe fare” di antica memoria.

Serve, pertanto, un atto forte da parte di tutti a partire dai membri della stessa Assemblea per fortuna non tutti “big”.

Serve trasferire in questo consesso i sentimenti e le speranze coltivati negli ultimi cinque anni senza innamorarci dei personaggi del momento.

Perché vivere un partito vuol dire cogliere l’emozione di un’idea, quella che all’improvviso sembra essere tramontata.

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2 Risposte

  1. La famosa favola di Arthur Andersen racconta come l’imperatore di Danimarca si mise addosso un abito inesistente, comprato da due truffatori, che l’avevano convinto della qualità così particolare dei tessuti che gli stolti non potevano vederla. Così il re grullo, sfilava nudo al corteo e tutti i cortigiani plaudivano per quell’abito meraviglioso inesistente, fino a che un bambino – con la forza dirompente della sua ingenua sincerità – gridò: ma il re è nudo! Dopodiché la catastrofe.

    La parabola della stoltezza vanesia dei potenti non si applica in casa Pd nonostante il “re” sia altrettanto nudo e anche malmesso in arnese, perché i “bambini” – cioè quelli che dicono la verità – se ne sono andati o tacciono per convenienza o per paura; che è la stessa cosa.

    Siamo oltre l’epilogo di una vicenda cominciata tre anni fa con un “Enrico, stai sereno” rivolto amabilmente al povero Enrico Letta, due giorni prima della pugnalata che lo dimissionava dal governo, il presidente della Repubblica silente faceva finta di non vedere il regicidio e accettava il rampollo di Firenze, segretario di partito, auto nominatosi presidente del Consiglio. Chissà perché in quel caso nessuno aveva fatto appello con forza all’esercizio delle prerogative del presidente in merito alle procedure costituzionali contemplate dall’art. 92: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo i ministri”.

    La storia dei tre anni (più quello in corso) del dominio incontrastato di Matteo Renzi sul suo (ex primo) partito e sul Paese, è caratterizzata e condizionata dalla copertura del suo operato da parte dei media e di tutti i poteri forti e meno forti, mentre il genio di Rignano, dopo i primi scoppiettanti assoli da 80 euro, dimostrava ampiamente di essere un bluff. Così cominciarono le meravigliose gesta e progressive sorti del Jobs act, l’abolizione di fatto dello Statuto dei lavoratori, le regalie di miliardi euro alle imprese per assunzioni poi rivelatisi a termine, l’esplosione del precariato, la cosiddetta buona scuola, “invidiata” in tutto il mondo.

    Le conseguenze si cominciarono a vedere, subito dopo l’illusione delle vittoriose europee: le successive elezioni regionali e amministrative segnalavano consistenti cedimenti dell’elettorato democratico e veri e propri crolli come in Liguria, a Napoli a Roma ecc. Cosicché il Nostro vedendosi in impaccio come quegli scapestrati giocatori di poker che alzano la posta bluffando, decise di rilanciare alla grande, inventandosi – grazie a costituzionalisti prezzolati di seconda e terza serie – una “riforma costituzionale” degna di una nave di folli che immaginava una finta riduzione di una Camera per creare il Senato “degli amici degli amici” nominati, associando a questa invenzione istituzionale una legge elettorale – l’Italicum, peggiore della legge del fascista Giacomo Acerbo – che consegnava il Paese nelle mani di una minoranza attraverso uno scellerato premio di maggioranza.

    Sappiamo come fini il 4 dicembre 2016, la “riforma” fu stroncata al referendum confermativo dal voto contrario di oltre il 60% degli elettori e il Nostro ne trasse apparentemente le conseguenze dimettendosi da presidente del Consiglio. Qualcuno s’illuse che avrebbe mantenuto la promessa di prima del referendum “se perdo lascio definitivamente la politica” seguito a ruota dalla damigella di governo Maria Elena Boschi.

    Ovviamente non poteva smentirsi e dopo qualche mese di mascheramento, si faceva rieleggere a gran voce dal popolo democratico opportunamente cloroformizzato dai finti oppositori interni e dai soliti media inneggianti al “c’è un solo segretario”. Così il “caudillo” – dopo aver subito la più grave batosta della sua fulgida e rapida carriera – ritornava baldanzosamente in sella al ronzino ormai claudicante del Pd per portare le truppe all’ultima esiziale battaglia delle elezioni politiche, dove (come in una scena da film di Kagemusha) le gloriose truppe democratiche subivano la più rovinosa sconfitta della storia della Repubblica; paragonabile forse solo alla caduta di Benito Mussolini il 25 luglio del ’43. Meno 2 milioni 511mila voti pari a circa il 30% delle precedenti elezioni del 2013, quelle di Pier Luigi Bersani per intendersi.

    Beh, direte voi, ora finalmente Renzi comprenderà che è necessario per lui un adeguato periodo di riflessione e consentirà una libera discussione nel partito per un necessario processo di rigenerazione! Quando mai, nemmeno di fronte a questa tragedia il Nostro ha rinunciato. Come quei personaggi delle tragedie dumasiane, pazzi ossessionati dai tormenti dei propri fantasmi, riesce non solo a non sparire bensì – sempre grazie alla copertura di un mondo di cortigiani e servi di un “palazzo” ormai diroccato – a imporre al suo ammutolito partito il suicidio politico definitivo, impedendo un eventuale confronto con gli avversari M5s vincenti e consegnandoli a un’alleanza con la Lega e (soprattutto) con la destra, portando così a compimento l’opera demolitrice iniziata con ardimentosa sicumera.

    Purtroppo la metafora della favola di Andersen è che non solo l’imperatore non si rende conto di essere nudo per manifesta vanesia incapacità, ma tutto il suo reame, il suo popolo e i suoi cortigiani sono affetti dalla stessa malattia che è il sostrato della fine di una lunga stagione di equivoci, cominciata nel 2007 con la fondazione di un pseudo partito democratico costruito sulle illusioni e gli inganni di una classe dirigente mediocre. (Sergio Caserta)

    1. Il re è nudo sì, ma non è Renzi, tutt’altro. Ha la fortuna di essere uno come noi che crede nella democrazia e libertà.
      Peccato, cara Letizia, non condivido nulla di quanto scritto da questo signore, del quale rispetto il pensiero (mi sento molto illuminista in questo momento).
      Invito a leggere il programma “politico” dei nuovi re, populisti, che si stanno apprestando a “scrivere la storia” dove, non a caso si reinventa il “Gran Consiglio” dell’infelicissima storia italiana del ventennio secolo scorso.
      Un governo del cambiamento, che torna a 100 anni fa, da dove sono sparite parole “lavoro”, crescita” “cultura”, “educazione”, “futuro”.
      Auguri per chi rimane e crede in questi nuovi re.
      https://www.huffingtonpost.it/2018/05/15/un-comitato-di-conciliazione-parallelo-al-consiglio-dei-ministri_a_23435353/
      e buona lettura.
      Ciao Letizia, speriamo in bene, che è meglio.
      Un abbraccio.

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