Archivi del giorno: 6 aprile 2018

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

Innanzitutto occorre una precisione di linguaggio: il Pd attualmente ha un ruolo di minoranza, sarà opposizione a governo fatto.

Maurizio Martina: il prodotto del laboratorio Pci, giovane ma che ha già avuto il tempo di essere gregario di Bersani, Veltroni, persino di Franceschini.

Matteo Renzi aveva ragione quando disse che le sue dimissioni sarebbero state attuate dopo la formazione del governo.

Le sue non erano finte dimissioni, ma intelligenza politica di non lasciare il partito senza guida in un passaggio così importante.

Ma al solito hanno vinto i media, i dittatori del paese. E come conseguenza si è nominato un reggente: Maurizio Martina.

E’ già successo con Epifani reggente, che poi fu allontanato definitivamente, Martina invece si ricandida.

Ho ascoltato le sue dichiarazioni alla sua prima uscita dopo le prime consultazioni al Quirinale.

Martina ha precisato che l’attività parlamentare del Pd “all’opposizione” si baserà su quattro punti: taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione, controllo della finanza pubblica, gestione del fenomeno migratorio e rafforzamento del quadro internazionale.

Gli ultimi tre punti sono “ordinaria amministrazione di un governo”, se non si fanno riforme.

Il primo punto: taglio del costo del lavoro, è possibile solo con due strade, finora già esplorate: pagare meno chi lavora (diminuzione dei salari), oppure diminuire di molto le tasse per chi dà lavoro. Queste sono le due vie che si sono sempre praticate, con poco successo.

Ma occorre trovare una terza via che possa giovare a tutti: la crescita di cui nessuno ha parlato.

La crescita si potrebbe attuare se si riuscisse a costruire un grande progetto in cui i ceti più deboli si uniscono, all’interno di un progetto comune, con ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida della crescita.

Quindi, lungi dal tornare indietro, ai tempi della classe operaia, si deve invece fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni.

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo.

È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire nulla di utile.

Per fare questo ci vogliono persone di carattere, anziché persone che dimostrano di soffrire di colite a stare nel Pd.

Lo avevamo, un leader vero, in grado di guidare le truppe. Invece di sostenerlo è stato demolito e umiliato sia all’interno del Pd che, soprattutto dai media, i quali, ancora una volta hanno vinto.

La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd.

Come si può constatare ai media, così efficaci nel demolire un leader come Renzi, perché capace, e bravo tanto da essere pericoloso per il loro equilibrio, non piacciono le riforme, piacciono le cosette fatte giuste giuste poco alla volta, tanto perché il tempo passi senza scossoni, e per lasciare le cose come sono.

 

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LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

Nel Pd c’è qualcuno che vuole uno strapuntino.

Lo diciamo alla Fantozzi o alla Di Maio: faccino, faccino pure, ma senza di noi.

La situazione del Pd è chiara, siamo una minoranza, anzi l’unica minoranza, non possiamo fare i salti della tigre, tuttavia ci sono delle lamentele da parte di alcuni ministri e altri papaveri dirigenti del partito democratico, che si stanno comportando come bambini dell’asilo.

Parliamo di Dario Franceschini (Ministro dei Beni Culturali) e Andrea Orlando (Ministro della Giustizia) e di Emiliano, di Boccia, eccetera.

Per loro un dialogo con il M5S è doveroso.  Non sappiamo in che senso “doveroso”. Per responsabilità?  Siamo un po’ stanchi di sentire che dobbiamo sempre sacrificarci, passare sopra a tutte le ingiurie, le offese personali e tutto il fango che in anni ci è stato buttato addosso.

Non abbiamo nessuna ascia da dissotterrare perché non abbiamo mai usato un’ascia, per parlare con i nostri avversari, ma abbiamo sempre cercato rispetto e dato rispetto.

Secondo noi ad esser doverosa sembra essere solamente la loro voglia di una poltrona. E’ ancora più doveroso, invece, è rispettare la volontà degli elettori. Prendiamone atto con sincerità e senza rancore, abbiamo perso, così è stato decretato e ci dobbiamo comportare di conseguenza.

Senza dimenticare che alcuni giornali come “Il Fatto Quotidiano” e Travaglio, con le loro dichiarazioni, stanno dando la colpa al Pd del motivo del fatto che la legislatura non sta partendo.

  • Se i signori Franceschini e Orlando e non so chi altri, vogliono un accordo con il M5S, dimenticandosi delle differenze programmatiche e degli insulti pentastellati nei confronti del Pd, e di tutti noi, per uno strapuntino, lo dicessero e buon viaggio.
  • Se costoro vogliono diventare la ruota di scorta o il salvavita di un governo M5S lo facessero.
  • Se vogliono stare con chi vuole buttare all’aria quanto fatto in questi anni, che lo facessero.
  • Se proprio gli fa schifo non contare nulla, in questa legislatura, possono uscire dal Pd, (oppure usciamo noi, non c’è problema), e fare un altro gruppo.
  • Se costoro si stanno, tatticamente, rincoglionendo non possono certo pretendere che gli altri condividano i lor convincimenti.
  • Se qualcuno di loro riesce a passare sopra agli insulti, pur di prendere una poltrona agissero di conseguenza, ma solo a nome loro. Noi, non ci stiamo.
  • Se qualcuno prende per “parole serie” le buffonate di Di Maio del tipo: “Credo che ora il senso di responsabilità nei confronti del Paese ci obblighi tutti, nessuno escluso, a sotterrare l’ascia di guerra”, è liberissimo di farlo.
  • Se qualcuno crede che un comico, un affarista e una persona di scarsa cultura possano decidere i destini del paese, si chiedano sinceramente con chi avranno a che fare.

Pensiamo fermamente che la nostra dignità valga più di qualsiasi poltrona.