Archivi Mensili: aprile 2018

È ORA DI DIRE BASTA

È ORA DI DIRE BASTA

Cuperlo, Orlando, Emiliano, e soci muoiono dalla voglia di riunirsi con D’Alema e soci e quando si viene a sapere che alle politiche, gente iscritta al Pd, ha votato 5 stelle per far dispetto a Renzi, si capisce che la divisione è inevitabile.

Se anche Renzi riconquistasse il partito gli farebbero ancora la guerra per i prossimi anni.

Ed allora basta.

Matteo è una splendida persona, sappiamo che non caccerebbe mai nessuno, ha sopportato di tutto, perfino una campagna referendaria contro, all’interno del suo partito (altro che dittatore) ed allora gli chiediamo, per favore, per rispetto di se stesso, di chi  gli vuole bene e di coloro che gli hanno dato il voto, perché credono in lui, di staccarsi da questi tizi che non l’hanno mai voluto.

Basta con questa guerra continua verso di lui, li faccia contenti, lasci loro il partitino e faccia finalmente la sua politica libero da vincoli e compromessi e poi vedremo chi avrà più voti.

Vogliono fare il governo con i grillini, che lo facciano, ma senza di me e senza Matteo Renzi e senza tanti altri.

Credo che siamo in tanti, se camminerà per la sua strada lo seguiremo sempre, perché è l’unico politico del quale ci fidiamo, del quale condividiamo ogni singola idea, e perché è il più competente e capace di tutti e di gran lunga.

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PRIMA LA FINIAMO È MEGLIO PER TUTTI

PRIMA LA FINIAMO È MEGLIO PER TUTTI

Andrea Marcucci, capogruppo Pd al Senato, è stanco sulla discussione relativa all’atteggiamento che il Pd dovrà tenere in questa legisaltura.

Già Anna Ascani ha ribadito  l’impossibilità di un dialogo con il M5S. Andrea Marcucci, con le sue dichiarazioni, non è stato da meno.

Possiamo chiudere qui un dibattito che non ha nessun possibile sviluppo? Il Pd non sosterrà mai nessun governo del M5S, nessun governo Lega Cinque Stelle.
La linea che porteremo al Colle è quella votata praticamente all’unanimità in direzione: il Pd in questa legislatura starà all’opposizione. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente. 
Qualcuno pensa davvero che sia possibile allearsi con Di Maio? Ovvero con colui che ha un programma opposto al nostro, che per cinque anni ci ha insultato ogni giorno, ha insultato il nostro segretario Matteo Renzi, le politiche dei nostri governi, e persino i nostri elettori? 
Ci sono intellettuali ed editorialisti che pensano che sia davvero possibile un tale disprezzo per il mandato dei cittadini? 
Opposizione poi non vuol dire Aventino: la faremo in modo rigoroso, nelle Aule parlamentari e nel Paese, un’opposizione seria e propositiva, nel nome delle nostre idee, dei nostri valori e delle nostre proposte concrete. Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio-Salvini. Loro hanno il diritto dovere di governare, noi non gli faremo sconti”.
 

A QUESTO PUNTO IL PD SERVE SOLO A TOGLIERE LE CASTAGNE DAL FUOCO

A QUESTO PUNTO IL PD SERVE SOLO A TOGLIERE LE CASTAGNE DAL FUOCO

La soluzione peggiore è quella di un governo Pd e 5s.

Ma lo stesso si potrebbe dire se fosse un governo Pd e destra.

Per un motivo semplice: non è che il Pd non deve andare al governo, è che è sbagliato che il governo abbia uno dei due vincitori all’opposizione.

Sarebbe un disastro.

E questa considerazione dovrebbe farla il Capo dello Stato.

Non è un problema di correttezza formale: un governo bisogna darlo. È un problema di opportunità.

Il Pd serve, unicamente, a cavare le castagne dal fuoco. E per questo lo si tenta. Pura sottomissione!

Alcuni si illudono che avrà ruoli e funzioni. Sciocchezze.

Per i 5s è un ripiego: usato controvoglia e per necessità. Quasi con vergogna.

Per la destra sarà il catalizzatore di una feroce opposizione.

E qui sta il punto: l’opposizione.

In queste condizioni del Parlamento, dove destra e 5s assommano i due terzi dei parlamentari, dividere le due forze e costringerne una all’opposizione è la soluzione peggiore, più fragile, e più pericolosa.

Se si aggiunge il fatto che, nel caso di una maggioranza Pd e 5s, i numeri sono limitatissimi, la frittata è completa.

Salvini, con tutta la destra, è l’unico che ha interesse a votare subito.

Anche con l’attuale legge: è vicino al 40%.

E la destra è l’unica, in elezioni, che è sicura di crescere.

All’opposizione saranno durissimi.

Hanno anche il motivo di aver subito un’ingiustizia come coalizione che ha vinto le elezioni.

E oggi, ecco il paradosso, un’opposizione feroce è più decisiva che il governo.

Perché l’azione del governo è obbligata: vigilerà l’Europa e non potrà fare nulla, su nessun tema, che si allontani dall’agenda europea.

Tutti gli obiettivi demagoghi e farlocchi dei 5s se li possono dimenticare. Anzi dovranno essere impopolari.

Invece l’opposizione potrà permettersi di essere spietata. E avrà i numeri in Parlamento per paralizzare il governo.

Si tornerà al voto. Con al centro lo stesso refrain del 4 marzo: diranno che è tutta colpa del Pd. Sia destra che m5s.

LA BASE DEL PD È DESTINATA A RESTRINGERSI, MA NON SARÀ UN MALE, ANZI

LA BASE DEL PD È DESTINATA A RESTRINGERSI, MA NON SARÀ UN MALE, ANZI

Non so se avete avuto occasione di ascoltare le parole de Prof. Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e dal 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.  Ha scritto e pubblicato nientemeno che 91 opere. Tra cui evidenziamo, per esempio, “Il partito democratico secondo Matteo” del 2014. È un professore di politica, se ne intende e per questo è spesso in televisione intervistato a dovere dai vari giornalisti e quasi tutti i giorni lo si trova su “Radio Radicale” dove rilascia numerose interviste.

In una recentissima intervista proprio su Radio Radicale, alla domanda “perché la base del Pd sembra respingere l’idea di un patto con i Cinque Stelle”: Risposta: “perché Renzi vuole la rivalsa”.

Da una persona così istruita, sapiente e piena si scienze politiche, non ci si sarebbe mai aspettati una risposta tanto semplicistica e superficiale.

Forse non ha ancora compreso quale sia la realtà attuale del Pd, quello che è diventato, la cultura politica che ormai vi prevale, le convinzioni e le aspettative dei suoi iscritti e dei suoi elettori.

Politicamente è rimasto ai tempi d’oro bolognesi di Bersani (di cui tra l’altro ha scritto un libro, “Il Partito Democratico di Bersani. Persone, profilo e prospettive”).

Come mai un Professore così esperto non si interroga sulle vere motivazioni della reazione della base del Pd contro la possibilità di fare un governo col m5s, e cerca invece di spiegare il dissenso diffuso con le presunte volontà di Renzi?  È un modo non da professore di scienze politiche di rispondere.

Semmai dovrebbe interrogarsi sul contrario: forse lo stesso gruppo dirigente del Pd, Renzi compreso, dovrebbe, attentamente, valutare ciò che significa questo sentimento diffuso, il cosiddetto #senzadime nella realtà attuale del Pd.

Non si può pensare che la base degli elettori e iscritti del Pd sia informe e manipolabile, a comando. Sia pure da parte di un leader come Renzi. C’è un fatto che si è sottovalutato e non indagato a dovere: la cosiddetta “base” del Pd è radicalmente cambiata.

Cosa è successo a coloro che si sono scissi dal Pd, Bersani e compagnia? Hanno avuto poco seguito, perché hanno creduto che la maggior parte del Pd, avrebbe risposto ancora una volta al richiamo nostalgico.

Ma così non è stato perché il Pd non è più il risultato della fusione a freddo del 2007, ma è un’altra cosa e non è più interessato ai richiami nostalgici di un tempo passato.

Probabilmente dentro il Pd c’è un’altra generazione e la cosiddetta base è destinata a restringersi sempre di più. E non sarà un male, anzi.

 

SIGNORI MAGGIORENTI DEL PD ABBIATE PIÙ RISPETTO PER I #SENZADIME

SIGNORI MAGGIORENTI DEL PD ABBIATE PIÙ RISPETTO PER I #SENZADIME

Attribuiscono a Renzi la larga ripulsa nel Pd di un governo con i 5 Stelle.

E‪rrore.

Lo stesso che fecero con la scissione: sottovalutando il cambiamento avvenuto nella base e tra gli elettori del Pd.

È una manifestazione di cecità, superbia e presunzione, che li porta a svilire, insultare, irridere il dissenso del “#senza di me”. Ridotto a infantilismo, irresponsabilità, risentimento, rancore. Guidato dalla volontà di rivalsa di Renzi.

Non hanno capito nulla.

Inviterei gli intellettuali parolai del nulla e i maggiorenti del Pd come Martina, Franceschini, Orlando, Chiamparino (per cirarne alcuni) sostenitori della intesa di amorosi sensi coi 5 Stelle, a fare qualche analisi sociale, sociologica, culturale della base del Pd dopo i 5 anni di Renzi. E non basta dire che se andasse al governo la lega sarebbe peggio. È peggio ignorare i risultati  delle elezioni e imporre al paese un “qualcosa di diverso e spurio” dalle scelte dei cittadini.

Guardate che la gente del Pd, adesso, non ha più niente a che vedere con quella cui voi eravate abituati a sbattere da tutte le parti com’è stato fatto fino al 2013. I risultati elettorali sono anche sotto i vostri occhi.

È la gente che ha creduto alle riforme dei due ultimi governi del Pd, che si è identificata nel Sì del 2016, che ha votato in massa per Renzi segretario, in nome della difesa della prospettiva riformista.

Sono cittadini ed elettori italiani ormai insensibili alla nenia logorroica dei luoghi comuni della vecchia sinistra.

Sono cittadini che hanno investito nel sogno della modernizzazione, del futuro, della crescita economica, della opposizione ad ogni estremismo e populismo.

Sono cittadini che costituiscono una base di centrosinistra autentico.

Non la sinistra eterna camuffata dei Cuperlo e degli Orlando. Quella sinistra antipatica, autoreferenziale, radical chic.

Ora questa base del Pd è lì, in quella gente sincera e spontanea, quella dei #senza di me.

E nemmeno Renzi potrebbe manipolarla come plastilina.

Sono persone equilibrate, moderate, non intossicate da ideologie.

Sono persone che disprezzano l’estremismo e il populismo.

Sono persone che si sentono anni luce lontani da Lega e Cinque Stelle.

Se continuate a fare come fece D’Alema: illudervi che basta silenziare Renzi per portarsi dietro la base del Pd, trattandola con paternalismo e insulti, resterete delusi. E rischiate la fine di D’Alema. Cioè di voltarvi indietro e, invece della base del Pd, vi trovate il resto di niente.

Più rispetto per i “#senza di me”.

E lo stesso rispetto lo doverebbero dimostrare anche i responsabili della comunicazione, informando in modo corretto come stanno le cose. Non è sufficiente  dire che la base dei grillini non vuole fare un governo col Pd (e meno male dico io), ma che anche la base del Pd non vuole questa strana ed innaturale unione.

Ma sperare che l’informazione dei nostri Tg o talk how sia corretta, è come aspettare che dal cielo piovano monete.

25 APRILE 1945

25 APRILE 1945

Partigiane legate al Partito d’Azione per le strade di Milano, 1945

Milano, 25 aprile 1945. Uomini in azione per occupare la sede del “Corriere della Sera”, nel giorno della Liberazione

1945. Una donna anziana mostra la sua gratitudine a un soldato americano dopo la liberazione d’Italia

Ferrara, 24 aprile 1945. Un soldato britannico dell’Ottava armata bacia una ragazza dopo l’ingresso in città.

Brescia, aprile 1945. Alcune ausiliarie della Luftwaffe e della RSI su un veicolo della 13esima pattuglia alleata, trasportate verso un campo di prigionia.

Pieris, frazione del comune di San Canzian d’Isonzo, in provincia di Gorizia, maggio 1945. La popolazione locale sventola bandiere e mostra cartelli a una jeep britannica di passaggio, diretta a Trieste.

Ferrara, 24 aprile 1945. Soldati britannici della Ottava armata applauditi dai civili per le strade della città

Bologna, 25 aprile 1945. Due giovani donne e un bambino in posa con dei soldati polacchi su un carro armato, dopo la liberazione della città da parte dalle truppe alleate.

Ferrara, 24 aprile 1945. La popolazione applaude le truppe britanniche che fanno ingresso in città

Milano, 25 aprile 1945. Un gruppo di partigiani lungo Corso Ticinese, salutato dagli applausi della popolazione della città liberata. A una finestra, sventola il tricolore.

 

NON BASTA CAMBIARE I POLITICI PER CAMBIARE LA POLITICA

PERCHÈ LE RIFORME DEVONO INIZIARE DALLE ISTITUZIONI

Di Sergio Fabbrini

Sono passati quasi 50 giorni dalle elezioni del 4 marzo scorso, eppure siamo ancora senza un governo. Probabilmente dovranno passare molti altri giorni per sapere che governo avremo. I partiti più votati alle elezioni sono in uno stallo da cui non riescono ad uscire. È questo il risultato di un destino cinico e baro? Ovviamente, no. Lo stallo in cui ci troviamo è dovuto al fallimento di una precisa strategia politica. Ovvero all’idea che basta cambiare i politici per cambiare la politica. È questa idea la responsabile dello stallo. Vediamo perché.

Il nostro Paese non è l’unico (tra le democrazie parlamentari con sistemi elettorali proporzionali) ad avere difficoltà a formare un governo. È l’unico però ad avere un sistema partitico che funziona secondo una logica tripolare. È difficile che, sistemi di questo tipo, trovino una soluzione governativa attraverso la mediazione tra leader politici.

Nel caso italiano, si sarebbe dovuto prevenire quello stallo attraverso una riforma elettorale in grado di dare vita, con il doppio turno, ad una maggioranza elettorale. E attraverso una riforma costituzionale in grado di garantire, con la differenziazione dei ruoli delle Camere, la stabilità della maggioranza parlamentare. Che è quello che voleva fare la riforma costituzionale (bocciata dagli elettori il 4 dicembre del 2016) e il corrispondente sistema elettorale (bocciato dalla Corte costituzionale). Come mai quella proposta di riforma, che era riuscita a passare attraverso il Parlamento, non riuscì a passare attraverso l’opinione pubblica? Non interessa, qui, ritornare sugli errori comunicativi compiuti dai riformatori. Né interessa ricordare il politicismo degli anti-riformatori, che si opposero alla riforma per combattere il governo che l’aveva proposta. È d’interesse piuttosto domandarsi perché quella riforma non ebbe il sostegno dell’opinione pubblica organizzata (media scritti e televisivi).

Le riforma di struttura (come quelle costituzionali) sono necessariamente promosse da élite. Cosa può saperne, il cittadino comune, del bicameralismo parlamentare o del sistema elettorale a due turni? Ogni riforma di struttura richiede una patto tra élite da siglare attraverso l’opinione pubblica organizzata. Un patto che deve basarsi sulla condivisione della ragione che giustifica quella riforma. Nel nostro caso, se la diagnosi della crisi italiana era condivisa (scarsa efficienza delle istituzioni parlamentari, scarsa legittimità elettorale dei governi), non lo era invece la prognosi. Due visioni opposte si sono scontrate. Per risolvere la crisi, una (quella vincente) sosteneva che occorresse liberarsi della Casta dei politici e l’altra (quella perdente) che occorresse invece riformare le istituzioni che generavano quella Casta. Due visioni, peraltro, che hanno accompagnato l’Italia in tutte le fasi critiche della sua vicenda unitaria.

La strategia dell’anti-Casta è stata formidabilmente promossa da giornalisti e opinionisti (dei principali quotidiani nazionali e reti televisive) che si sono percepiti come dei moderni “muckrakers” (letteralmente, coloro che puliscono la stalla dal letame). Vennero così chiamati, negli Stati Uniti del periodo 1890-19920, i giornalisti che, con le loro indagini sulla corruzione politica, miravano a pulire la stalla dei governi locali (delle principali città del nord-ovest di quel Paese) dalle macchine partitiche considerate la causa di quel letame. In Italia, la battaglia contro la Casta (inaugurata da un libro di due giornalisti divenuto un bestseller) è divenuta la strategia intorno a cui si è aggregata una pluralità di interessi. La denuncia della Casta ha consentito di incrementare le vendite dei quotidiani, di alzare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, di soddisfare il narcisismo di accademici o esponenti dell’establishment in cerca di facili applausi. Per i sostenitori dell’anti-Casta, occorreva liberarsi dei gigli magici, dei partiti personali e degli inciuci parlamentari per liberarsi della corruzione, a sua volta causa dell’inefficienza delle istituzioni politiche. La strategia dell’anti-Casta ha contrastato con successo la riforma costituzionale (perché espressione, appunto, della Casta), ha smantellato con successo la credibilità dei partiti tradizionali (perché espressione, appunto, della Casta) e ha promosso con successo i movimenti che ci hanno liberato dalla Casta.

Le elezioni del 4 marzo scorso hanno portato al più alto tasso di ricambio parlamentare mai realizzatosi in Italia e nelle democrazie parlamentari. Il 65,91 per cento dei deputati e il 64,26 per cento dei senatori sono stati eletti per la prima volta. Fantastico. Però, il letame è stato spazzato via dalla stalla, ma la democrazia italiana è più che mai bloccata. E naturalmente i nostri “muckrakers” hanno ripreso a dire e a scrivere che così non si può andare avanti. Eccetera, eccetera.

Quel blocco è dovuto dunque ad una cultura superficiale, ovvero che basta cambiare i politici per riformare la politica. Una cultura che ha dimenticato la storia drammatica del nostro Paese, che inventò il fascismo per liberarsi della Casta di allora, con le conseguenze che sappiamo. Non si cambia la politica senza riformarne le istituzioni. E ciò non si può fare senza un’opinione pubblica responsabile. In uno studio del 1968, Karl Deutsch spiegò come politiche e riforme complesse richiedano, per realizzarsi, modelli di formazione dell’opinione pubblica “a cascata” (cascade model). Modelli in cui le élite (politiche e d’opinione) riconoscono un interesse nazionale e si impegnano per costruire il consenso su di esso tra i cittadini. Le riforme o politiche strutturali, spiegò sempre Karl Deutsch, non possono essere realizzate attraverso il modello alternativo di formazione delle opinioni dal basso (il bubble up model). Quelle riforme sono troppo complesse per essere decise attraverso consultazioni popolari (specialmente oggi che siamo in un’epoca di social media).

Ciò che è mancato in Italia è un’opinione pubblica organizzata consapevole che la riforma delle istituzioni costituisce la condizione necessaria (anche se non sufficiente) per dare stabilità politica al Paese (come è avvenuto, peraltro, con le riforme dei governi comunali e regionali). La riforma costituzionale è stata sconfitta da una strategia basata su di un’idea sbagliata, oltre che superficiale. Le cui conseguenze oggi paghiamo. Naturalmente, occorre combattere la corruzione politica, contrastare l’abuso del potere, favorire il ricambio delle rappresentanze parlamentari. Tuttavia, se non si riformano le istituzioni, tutto ciò non basta per migliorare la democrazia italiana. Come è avvenuto spesso nella nostra storia, il radicalismo (dell’anti-Casta) e il conservatorismo (delle istituzioni) si sono alleati per lasciare le cose come stanno.

INVECE DI AFFERMARE CON FORZA LA RAGIONE E LA BUONA FEDE, SI ASSISTE AL TRISTE SPETTACOLO DEL CAPRO ESPIATORIO

INVECE DI AFFERMARE CON FORZA LA RAGIONE E LA BUONA FEDE, SI ASSISTE AL TRISTE SPETTACOLO DEL CAPRO ESPIATORIO

Di fronte alla tracotanza e inabilità dei Cinquestelle e contro la rissosità e i distinguo degli ammucchiati di centrodestra, dobbiamo mostrare, fin da subito, un desiderio di rivincita, alla luce delle contraddizioni degli avversari, che, di fatto stanno dimostrando una incapacità totale, una politica di bassissimo livello, perché utilizzano tutta la loro forza numerica, solo per ottenere poltrone.

Programmi zero. Prospettive per il futuro catastrofiche.

In democrazia si scambia l’elemento numerico della maggioranza con la verità. Spesso la ragione sta dalla parte della minoranza.

In questa situazione il Pd sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali: conserva i vizi dei democristiani, come le correnti per la spartizione del potere, conserva anche le perversioni dei comunisti, con il perenne detestarsi dei dirigenti tra loro e la naturale pratica del farsi fuori reciprocamente.

Oltre a ciò, oggi, il Pd appare affetto da smarrimento post elettorale. La batosta c’è stata, è vero, ma rimane pur sempre il secondo partito.

A questo punto, anziché l’immobilismo e la paura di esagerare per non offendere i tracotanti ed inefficienti cosiddetti vincitori, il Pd deve reagire.

E’ ora di dire basta e di mostrare le mille e mille buone ragioni per cui il Pd è un partito di eccellenza.

Il Pd deve dimostrare con forza e subito le ragioni del SÌ al referendum.

Queste ragioni sono oltremodo evidenti e hanno bisogno di essere rivendicate a gran voce, proprio ora, perché si sta mettendo in evidenza tutta la negatività espressa dai sostenitori del no.

Si capisce che non hanno avuto ragione, ma torto marcio, ed è anche a causa di quel “no”, che ora, gli stessi si trovano in queste difficoltà.

Bisognerebbe farglielo ammettere e dirlo a gran voce: ”avete avuto torto, vi siete sbagliati a dire “no” al referendum”. Avevamo ragione noi e la ragione sta ancora dalla parte nostra, nonostante i numeri elettorali.

Il buon operato dei governi a guida Pd dovrebbe essere “gridato” a fronte dell’evanescenza delle posizioni grilline, delle rivalità interne al centrodestra e delle false promesse fatte da entrambi in campagna elettorale.

Insomma un comunicare agli elettori il desiderio di attribuirsi i meriti di una gestione politica che ha migliorato questo paese.

Invece nulla.

Tono dimesso e continui inutili mea culpa.

Anziché reclamare gli obiettivi raggiunti dai governi a guida Pd, si vede solo la voglia di resa dei conti interna in funzione antirenziana.

Invece di affermare con forza la ragione e la buona fede, si assiste al triste spettacolo del capro espiatorio, della persona simbolo del torto e della colpa.

 

COME SE IO NON CI FOSSI

COME SE IO NON CI FOSSI

Come se io non ci fossi”. È un libro scritto da una giornalista croata, Slavenka Draculić, in cui racconta la storia di una donna che chiama solo con la iniziale S.

La storia è costruita su testimonianze e documenti storici, in forma di romanzo. Un orrore reale, descritto però in una lingua piana e pacata, che racconta e non giudica, secondo l’insegnamento di Primo Levi, modello dichiarato della scrittrice e fonte del titolo.

Una giovane donna bosniaca di origine mussulmana partorisce un bambino in un ospedale di Stoccolma nel 1993. Reduce da un campo di prigionia, si è resa conto di essere incinta solo dopo essere stata liberata.

La nascita del figlio, per il quale prova indifferenza ed estraneità, spinge la donna a ripercorrere la sua esperienza soffermandosi su episodi e sensazioni.

Viene arrestata in una notte del 1992, internata nella sezione femminile di un campo detenzione serbo-bosniaco, un regno di crudeltà dove tutte le norme del vivere civile vengono sistematicamente violate.

Selezionata per la cosiddetta “stanza delle donne” è costretta a subire il sadismo e la violenza dei soldati ubriachi.  Deciderà alla fine che il figlio che sta per nascere sia una sorta di malattia, da cui liberarsi al più presto, immediatamente dopo il parto.

Il pianto del neonato però quasi per istinto fa sì che lo prenda tra le braccia e lo nutra. Forse è l’inizio del periodo del perdono, o è solo la vita che vince sulla morte.

Un periodo storico che ci pare lontano nel tempo, ma tanto vicino a noi. Storia che non dobbiamo mai dimenticare. Nè quella di S., né quella di tante altre donne, e di tutte le persone che hanno perso la vita in quella terribile guerra fratricida.

IL TIRO ALLA FUNE PER SEDERSI SULLA SEDIA DI PALAZZO CHIGI

IL TIRO ALLA FUNE PER SEDERSI SULLA SEDIA DI PALAZZO CHIGI

Fino a ieri, si vociferava di una possibilità concreta di accordo tra M5S e Centrodestra. Ma Di Maio, uscito dalle consultazioni, ha, in qualche modo, smentito la possibilità di una alleanza Centrodestra-M5S. Sostanzialmente non vuole Berlusconi e la sua Forza Italia.

Di Maio ha fatto capire che vuole parlare e trattare solo con Salvini, se poi altri membri di Centrodestra vogliono appoggiare il programma concordato con Salvini è una questione tutta interna al Centrodestra.

Berlusconi, in Molise per le elezioni Regionali di Domenica, ha lanciato strali contro il M5S definendolo un pericolo.

Salvini, di rimando al pensiero berlusconiano sul M5S, ha fatto capire di non aver gradito quanto detto dal leader di Forza Italia.

Che sia dunque rottura tra Salvini e Berlusconi?

La situazione è un po’ complicata, ma ancora rimediabile, forse, perché sembra tutta una commedia o un inutile tiro alla fune, per vedere chi resiste di più.

Da una parte c’è un Salvini, col suo peso anche corporeo non indifferente e che, all’interno del Centrodestra, è leader forte se restasse unito a Berlusconi (il suo carico a briscola sarebbe un bel del 37% contro il 32% di m5s), ma se uscisse da quella coalizione lui politicamente verrebbe dimezzato e sarebbe sotto la falce grillina.

L’atteggiamento di Berlusconi sul M5S, potrebbe essere una spinta per portare Salvini in braccio a Di Maio. Ma non so quanto possa giovare tutto questo a Forza Italia. Da partito vincente a tappezzeria? Non credo sia sopportabile da parte di Berlusconi. Lui, anche se non c’è di persona,  c’è sempre e vuole esserci a pieno titolo.

In conclusione il dictat di Di Maio, nonostante gli apparenti litigi fra Salvini e Berlusconi,  è sempre quello: “Io debbo fare il Presidente del Consiglio perché sono stato votato da 11 milioni di persone”.

Avete capito o no?

Quando la fune si spezzerà, ci sarà chi cadrà e chi alzerà la mano in segno di vittoria. Per ora è impossibile consegnare la palma al vincitore.