Archivi del giorno: 25 novembre 2017

COS’HA DI DIVERSO IL FEMMINICIDIO DALL’OMICIDIO?


COS’HA DI DIVERSO IL FEMMINICIDIO DALL’OMICIDIO?

L’idea che una cultura del possesso e della sopraffazione esista, ancora non va giù a moltissimi.

Prima o poi accade: si tratti di un commento su un blog e su Facebook, di una mail, o della frase di qualcuno che ti pone davanti a quella che sembra una verità evidente.

Cos’ha di diverso il femminicidio da un altro omicidio?

Non si muore comunque per caso, per vendetta, per calcolo?

Perché quando a morire sono le donne, si parla di emergenza e addirittura si conia una parola nuova?

Intanto perché la maggior parte delle vittime viene uccisa in circostanze quasi identiche, anche se la consapevolezza che esiste un filo comune è recente.

Ma a lungo, nel nostro paese, è mancato il collegamento sono, anzi, mancate le parole che tenessero insieme morti atroci quanto ritenute isolate e non ripetibili.

Per anni a tenere il conto delle donne uccise per lo stesso motivo (possesso, gelosia, gelosia e possesso, e la convinzione di qualcosa che veniva chiamato amore), sono state solo le attiviste: le donne dei centri antiviolenza e le giuriste come Barbara Spinelli, che al femminismo ha dedicato il primo studio italiano, le blogger di “Bollettino di Guerra” e di “Femminismo a Sud”.

Nonostante il loro lavoro, un motivo comune, un filo che legasse tutte le morte, non veniva accettato mai.

Abbiamo sotto gli occhi una parte della “statistica” del 2012.

Antonella, 21 anni, il fidanzato le taglia la gola perché voleva lasciarlo. Stefania, 39 anni, viene trucidata insieme alla madre e alla figlia bambina, dal marito che non accettava la separazione. Sharna viene strangolata con una sciarpa dal fidanzato geloso. Leda muore dopo due mesi di agonia perché il convivente le aveva dato fuoco. Domenica prende quattro colpi di pistola per aver lasciato il partner. A Rosanna spara il marito da cui si era separata. Il cuore di Antonia viene trafitto da una stilettata da parte dell’ex compagno.  Edyta viene soffocata per gelosia. Gabriella per un sms trovato dal marito sul cellulare. Per gelosia l’ex uccide Francesca, il nuovo compagno, la figlia e il fidanzatino di lei. Una pistola per Esmeralda, perché la storia era finita. Una corda per Rita, dopo una lite sui figli. Una pallottola per Concetta e una per Annamaria, dai mariti, perché “possedute dal demonio”. Il coltello per Hane, perché il marito era disoccupato e lei manteneva la famiglia. Un martello per Camilla, il fucile per Giacomina, i pugni per Enza.

Cambiano le armi, ma non i motivi che sono quasi identici: lei se n’era andata, oppure supponeva che l’avrebbe lasciato, magari perché aveva il diavolo in corpo.

L’omicidio ha un sesso, ma è difficilissimo ammetterlo, perché se per le donne è difficile mettere in crisi il potere materno, per gli uomini è difficilissimo incrinare il potere della forza fisica e l’idea che quella forza garantisca un dominio.

(Alcuni brani sono stati tratti dal libro “L’ho uccisa perché l’amavo” di Loredana Lipparini e Michela Murgia.)

 

D’altra parte, se si pensa che fino al 1980 era in vigore questo articolo del codice penale, vengono i brividi.

Codice Penale, art. 587
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

Sottolineo che le vittime contemplate sono solo le donne, che la relazione è carnale (e si dà l’idea dell’enorme peccato che merita l’inferno) e che l’uomo o l’uccisore viene “difeso” perché in stato d’ira (era arrabbiato)  e offeso nell’onore (il codice dice praticamente che era cornuto, la sempre attuale offesa che si dice, soprattutto in certe regione, per ridicolizzare un uomo), e la conseguente pena una cosa ridicola rispetto all’enormità di un assassinio.

Per fortuna quell’articolo del codice penale non c’è più, tuttavia, dopo un femminicidio, scattano le difese o le circostanze attenuanti: “era cieco di rabbia”, “era disoccupato”, “era depresso”, “era drogato”, “era impazzito”, “gli aveva messo contro i figli”, “stava fallendo”, “era ubriaco”, “era deluso abbandonato e umiliato”. Come se la facile e frequente morte delle donne non sia frutto di una sistematica cultura del possesso o della sopraffazione, ma di casuali gesti singoli compiuti da soggetti labili, vulnerabili e in definitiva irresponsabili delle loro azioni.

Sorprendente anche l’espressione: “L’amavo troppo e non potevo vivere senza di lei”. Però la uccide e senza di lei, molto spesso, lui continua a vivere.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: