Archivi Mensili: giugno 2017

QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

Le cose non vanno bene! E’ giusto esserne consapevoli! Molta parte dell’opinione pubblica è fortemente critica verso le riforme, verso il progresso e cede ai piagnistei disperati che vanno a parare in un pessimismo inerte e inutile.

La sconfitta del 4 dicembre non è ancora assorbita e ne pagheremo a lungo le conseguenze. La responsabilità delle forze politiche che hanno strumentalizzato l’antirenzismo per offendere il paese è gravissima. La sconfitta del 4 dicembre è un lutto nazionale!

Oggi come oggi si renderebbero necessarie alcune scelte fondamentali

Una legge elettorale eminentemente maggioritaria con sbarramento al 5% alle liste alla Camera e al Senato e un premio al 35%. La rappresentanza non vale nulla se non c’è chi governa!

Una qualunque coalizione sarebbe un disastro. Pisapia è inevitabilmente attratto dalla veterosinistra e non concepisce palinsesti liberali. Impossibile allearsi con tutta la Sinistra a sinistra del Pd. Impossibile allearsi con i traditori di Articolo Uno, impossibile allearsi con la Destra da Berlusconi a scendere.

Il nuovo non è Renzi e neppure il M5s. A prescindere. Più Grillo furoreggia e sbanda, più la Raggi distrugge Roma incolpando gli altri, più la colpa è sempre e solo soltanto di Renzi.

L’economia riprende soltanto con una ferma e risoluta stabilità politica. Lavorando bene in Europa, in Italia e gestendo al meglio i due fenomeni che terrorizzano la gente: l’immigrazione e il lavoro.

Perfino i miei amici dicono che del governo Renzi non rimane nulla. Non sono d’accordo. Le sole Unioni Civili, per tacere del resto, passeranno alla storia.

Gente come Fratoianni, Articolo 1 e Berlusconi sono inutili e costituiscono un inconcludente inciampo politico. Meglio avversari chiari e netti come Salvini e il M5S, con i quali marcare le differenze e combattere a viso aperto è possibile.

Giornalisti come Travaglio, giornali come l’Espresso e addirittura il Corriere, preferiscono la guerra civile al buon governo. Riescono a spostare il sentire comune più dei politici. Sono parte consistente dei veri poteri forti: corrompono, mentono, rimestano nella pentola delle streghe!

Le Riforme vanno fatte. Meglio, ma di più e più radicali! Altrimenti, addio Italia. Continuando a sguazzare felici in una tiepida fanghiglia. Né bollente, né gelata. Semplicemente schifosa!

Il governo Gentiloni deve finire la legislatura. Renzi non deve lasciarsi tentare dall’avventurismo in cui vogliono attirarlo Berlusconi e i Pentastellati e neppure la sinistra attuale in qualunque forma si presenti.

Quindi, niente avventure, niente incursioni a sinistra, e niente destra.

Renzi aveva fatto sognare non una riedizione dell’Ulivo, ma un’Italia diversa, liberal-democratica. Forse è ora di tornare a parlare di questo.

Questo è il Pd. Un centro sinistra socialdemocratico, o liberal-democratico finalmente svincolato dalle catene delle vecchie ideologie. E forse solo così potrebbe vincere bene.

Ora come ora, tanto per continuare a perdere, continuo a sentir parlare di coalizioni, a sinistra, tutto per perdere definitivamente anche quel po’ di buono che c’è ancora nel Pd.

Una coalizione non otterrà mai il mio voto.  Due esperienze (Ulivo e Unione) due sonore sconfitte, due umiliazioni subite a causa di traditori interni, mi sono bastate. Non ne voglio una terza.

Buon lavoro Prodi. Buon lavoro Franceschini. Buon lavoro Pisapia. Buon lavoro a tutti questi volonterosi…….. che straparlano. Pensate al paese, una buona volta e non sempre ai partiti.

Si può fare da soli.

UNA LEZIONE ESEMPLARE

UNA LEZIONE ESEMPLARE

Non è la solita storia “tutti contro il Pd” o tutti contro Renzi. Sono convinta che un elettore di sinistra, si stia trovando in una grande situazione di imbarazzo in questo momento.

La causa è evidente.

Non serve alcuna coalizione, perchè in queste elezioni amministrative ci si è presentati in coalizione con tutta la banda della sinistra, della sinistra estrema e abbiamo perso, sonoramente perso.

Questi sono gli effetti tangibili delle continue pagliacciate di alcuni personaggi della sinistra del Pd, quei personaggi che non hanno mai saputo o capito che il Pd era un’altra cosa, rispetto al vecchio Pci, con tutto il rispetto per il vecchio Pci.

Si può cominciare da quando un gruppetto di personaggi mal assortiti si sono recati in Grecia a sostenere Tsipras.

Poi il Civati, che se ne va e copia il podemos degli spagnoli, senza un vero perché. O forse perché non era arrivato primo alle primarie, ma “solo” secondo.

Poi Cofferati scocciato, che voleva diventare presidente della regione Liguria, ma non è stato scelto alle “sue” primarie e se l’è legata al dito quella pseudosconfitta.

Poi Fassina impresentabile, non ho mai capito cosa volesse veramente.

Poi Rossi, toscano incredibilmente fuori dai toni, forse perché da toscano odia Renzi più di tutti.

Poi la sconfitta del 4 dicembre, capitanata dai personaggi più incredibili della sinistra, persino dal povero Rodotà, pace all’anima sua, tuti insieme appassionatamente con la destra e con la parte fascista della destra.

Poi il congresso che ha consentito il distacco degli inferociti contro Renzi, pieni di rancore per aver perso, anni prima elezioni politiche già vinte, per non aver saputo eleggere un presidente della Repubblica, per l’umiliazione di dover inchinarsi di nuovo a Napolitano, per aver fatto una figuraccia meschina nel rincorrere grillo e nel farsi insultare, (e ancora ci provano, non sono bastati i calci in faccia di allora).

Un pasticcio enorme che consentirà a D’Alema di fare il capo della minuscola formazione, piena di metafore, di Bersani e compagnia. Pure D’alema è pieno di odio, contro tutti, fuorché contro la destra. Odio cresciuto enormemente da quando non è stato eletto in Europa ministro degli esteri. La verità vera è che proprio l’Europa non l’ha voluto. Oppure forse perché non ama nessuno se non se stesso, per cui chiunque sia che abbia un qualche incarico, a sinistra, da Prodi a Veltroni, li caccia via tutti. Figuriamoci Renzi!

Poi ancora le graffiate continue di Orlando, Emiliano, Cuperlo. Insopportabili lamentele, lagne, offese, punzecchiature, noiosissimi personaggi.

Quante ferite abbiamo subito, chi è ancora disposto a lasciarsi colpire da continue frecciate? Ogni volta si perde sangue vero politicamente parlando.

Le ferite sono profonde nell’elettore del Pd, in particolare quello affezionato da sempre.

Il tutto fa perdere stima, fiducia e ovviamente fa vincere la destra.

E’ un’ottima lezione, preludio di quello che ci aspetta nelle prossime elezioni politiche.

IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

Sembra che l’ex sindaco di Milano, Pisapia, ex Sel, voglia ritirare fuori dal cilindro del vecchio Ulivo, il Prodi dei miracoli, quello che ha sconfitto due volte Berlusconi e che, a sua volta, è stato sconfitto per due volte.

Ma non mi pare una mossa elegante e non so cosa ne pensi Prodi.

Pisapia, il cui peso nella politica italiana è pari a quello di un uccellino, lo vorrebbe come capo di un nuovo centro-sinistra largo, originale, diverso.

Non so che cosa deciderà Prodi.

E’ vero che Prodi sconfisse due volte Berlusconi, la seconda volta proprio di misura, ma vinse. E’ altrettanto vero, per quanto incredibile, ma di consuetudine in questa sinistra, che, in entrambe le occasioni, è stato liquidato dai suoi stessi compagni di avventura. Senza un minimo di riconoscenza.

Più tardi, l’hanno fatto rientrare apposta e di corsa dall’Africa, dove era in missione per conto dell’Onu perché sembrava dovessero farlo presidente della Repubblica. Altra presa in giro: sabotato e gettato via, senza nemmeno dirgli grazie.

Adesso, lo vanno a ritirare fuori.

Incredibile, povera, e senza idee è questa politica di sinistra di oggi. Una vera delusione per me.

ALLA FINE QUEL CHE CONTA È QUEL CHE RESTA

ALLA FINE QUEL CHE CONTA È QUEL CHE RESTA

Se c’è un cosa che si impara gestendo un blog per alcuni anni è che vi sono notizie ed argomenti che appaiono importanti al momento ma che, col tempo, denunciano tutta la loro inconsistenza.

Così capita di rivedere articoli di qualche anno prima e ci si rende conto di quanto sia stato inutile dedicare tante energie a questioni molto futili.

Per esempio: le “elezioni politiche” rientrano perfettamente all’interno di questo paradigma: per un certo verso, ne sono l’emblema.

Tutta l’attenzione del paese è catalizzata per diverse settimane dalla campagna elettorale, tante discussioni e tanto cattivo sangue, poi, a partire dal giorno dopo, ogni cosa torna come prima, con i gialli sulle poltrone del governo al posto dei marroni, circondati dai verdoni e dai blu che gridano dall’opposizione.

E a ripensare al tempo speso per “informarsi”, per giudicare i “candidati”, per conoscere il pensiero di Caio o di Tizio, ci si rende conto di quanto sarebbe stato più proficuo starsene davanti ad una finestra con una tazza di caffè in mano ad osservare il panorama o ascoltare il traffico.

In un blog, nel suo piccolo, così come nella vita, occorrerebbe sempre saper distinguere tra ciò che appare importante ma che, in realtà, è insignificante e ciò che invece realmente conta.

Alla fine, quel che conta è quel che resta.

Ed è bene che le energie siano dedicate a tutto quello destinato a restare.

IL CONGIUNTIVO

IL CONGIUNTIVO

Il congiuntivo è un modo che nell’italiano moderno gode di alterne fortune. Come certe anziane signore dalla salute malferma sembra che siano sempre lì lì per schiattare, ma poi si ripigliano e continuano a vivere beate.

Il congiuntivo è il modo che indica una idea, una opinione. Credo che tu sia simpatico (ma mi riservo di verificarlo), ritengo che questa sia una stupidaggine (ma non si sa mai, magari mi sbaglio io ed è una genialata).

È un modo educato che non si prende sul serio, lascia aperto uno spiraglio, accetta la possibilità che gli altri abbiano ragione e torto noi. Per questo nel mondo moderno, fatto di grintose certezze, il congiuntivo non ha vita facile. Complice il fatto che in inglese, per esempio, non viene usato spesso, anche in italiano i manager lo usano poco e mal volentieri: «Credo che è così!» tuona il capetto con i suoi sottoposti, e non si discute.

Ci sono anche altri usi del congiuntivo che non tutti conoscono. È un modo gentile, ma è capace di sostituirsi all’imperativo nei casi in cui questo modo non ha forme proprie: Andiamo a casa! Prenda ancora una tazza di tè o il berlusconiano Mi consenta! sono in origine forme di congiuntivo.

In latino veniva definito congiuntivo esortativo, cioè quello che esprime un invito educato, ma pressante quanto un ordine.

Da solo, nelle frasi principali, il congiuntivo viene usato per esprimere un augurio o una speranza: Fosse la volta buona! Magari vincessi alla lotteria! In questo caso si può anche chiamarlo congiuntivo ottativo o desiderativo, in quanto esprime una cosa che si vorrebbe ardentemente.

È un modo pieno di sfumature, quindi, che va trattato con i guanti. Ci mette un attimo a farvi fare una pessima figura quando non lo si sa coniugare bene. Vadi, facci sono infatti una forma di congiuntivo non nota alla grammatica ma diffusissima nel mondo reale: il congiuntivo fantozziano.

(Grammatica italiana)

AMARE UNA PERSONA E’…

AMARE UNA PERSONA E’….

Amare una persona è…
averla senza possederla;
darle il meglio di sé senza pretendere niente in cambio;
desiderare di stare con lei, ma senza essere spinti dal bisogno di alleviare la propria solitudine;
temere di perderla, ma senza essere gelosi;
aver bisogno di lei, ma senza esserne dipendenti;
aiutarla, ma senza aspettarsi gratitudine;
essere legati a lei, pur restando liberi;
essere tutt’uno, pur rimanendo se stessi.

(Omar Falworth, dal libro: L’Arte di Amare e Farsi Amare)

DICIAMOCELO

DICIAMOCELO

Pensare che Pisapia e il Mdp rappresentino oggi il “nuovo” della politica italiana è come credere che il Colosseo sia stato inaugurato la settimana scorsa.

Infatti, i diversi protagonisti che recentemente si sono fatti attorno all’ex Sindaco milanese, soprattutto, per ragioni di mera sopravvivenza esistenziale, sono tutti reduci di precedenti ed annose esperienze politiche oggettivamente non esaltanti. Sono quelli, per intenderci, dei perenni distinguo, delle litigi tanto al chilo e delle vecchie e stantie ricette che non solo non hanno funzionato nel passato, ma male si addicono oggi, sia al nostro tempo che al nostro prossimo futuro.

La verità vera, è che nel panorama politico italiano degli ultimi 40 anni, piaccia o meno ai suoi critici, l’unica reale novità, dopo la ultraventennale e fallimentare esperienza berlusconiana, l’ha rappresentata e la rappresenta Matteo Renzi.

Quel personaggio politico, cioè, che, seppure in condizioni tutt’altro che ottimali, ha avuto l’idea, la tenacia ed il coraggio di far saltare i vecchi e rituali schemi, rinnovare il contorto e criptato linguaggio della politica, defenestrarne le vecchie cariatidi, mettere le mani sulle diverse e complicate cause che hanno ingessato per tre quarti di secolo il nostro Paese e tentato di avviarne il complessivo ammodernamento.

Questo è un dato reale ed è anche conseguenza, del largo ed ostile fronte che gli si frappone.

Tutti sappiamo che i problemi del nostro Paese vengono da lontano. Sono problemi complessi e che taluni sono addirittura figli del nostro stesso modo d’essere e della nostra “cultura”.

Tutti sappiamo, inoltre, che a questi, nel triennio renziano non sempre è stata data la risposta giusta.

E’ indubbio, però, che molto si è fatto e che i risultati, per quanto lentamente, forse troppo lentamente, lo stanno a dimostrare.

Naturalmente, tali risultati li disconosco strumentalmente i suoi avversari interni ed esterni e, spesso, ne colgono il valore a fatica gli stessi beneficiati.

E ciò, sia per la diffusa pochezza culturale, sia perché non sono pochi quelli che pretenderebbero inesistenti capacità taumaturgiche ai processi politici che, invece, come sappiamo,necessitano di tempi lunghi per essere “toccati con mano”.

Non li riconoscono, altresì, anzi li ostacolano, e spesso con mezzi tutt’altro che leciti, anche i rappresentanti di quei poteri che hanno forti interessi a contrastarli.

Ciò nonostante, è il caso di sottolineare che quei risultati sono una realtà e quantunque li si vogliano ignorare, svilire e/o rallentare, difficilmente se ne potrà negare a lungo la concretezza.

Di fronte a questo complesso ed articolato quadro della situazione socio-politica italiana, assistiamo alla lacerazione ed alla ripetuta divisione di quelle stesse forze politiche che dovrebbero sostenere a spada tratta il rinnovamento; al conseguente disorientamento del corpo elettorale e, soprattutto, cosa pericolosissima quest’ultima, alla scelta di una fascia significativa di cittadini di affidarsi alle cure di improvvisati ciarlatani che, quantunque messi alla prova in talune grande realtà cittadine, Roma e Torino ne sono due evidenti e clamorosi esempi, hanno manifestato clamorosamente la loro incapacità ed insufficienza.

Quanto sopra per dire che la svolta per il nostro Paese, non è dietro l’angolo. Occorrerà ancora stringere i denti per realizzarla. Potremmo ritrovarci a fronteggiare nuove emergenze e forse anche delle sorprese negli immediati tempi che verranno e che per questo dovremmo seguire la rotta, senza farci ammaliare da vecchie sirene.

Anche in previsione delle prossime elezioni politiche, la scelta dei nuovi partner del PD, dovrà essere fatta con estrema cura, tenendo conto non solo dei numeri, ma anche della propria vocazione fondatrice, nonché della necessità di accompagnarsi a simili, ma senza immaginare automaticamente ritorni a quel passato di cui buona parte dei ricordi non solo non è piacevole, ma sarebbe assolutamente il caso di dimenticare.

Renzi e la sua squadra, la dirigenza del PD e lo stesso suo ampio elettorato, non hanno affatto bisogno di nuove frizioni interne, di lacerazioni e costanti polemiche, degli stessi scenari ai quali recentemente hanno assistito e, soprattutto, non avrebbero la pazienza di sopportarle ulteriormente.

Buon lavoro.

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

IL “MONUMENTALE” GIULIANO FERRARA

IL “MONUMENTALE” GIULIANO FERRARA

“La verità fa male alle copie vendute, fa male al senso di sé della grande stampa, fa rari i contatti con il famoso “primo partito italiano”.

Così lo prendono sul serio, fanno i titoli che a lui convengono, i retroscena: sembra una lotta tra l’Europa cattiva delle banche e questo scassinatore di scatole di tonno da strapaese.

Un vaffanculo così non si era mai visto, ma con quei titoli passa per un duello con l’establishment, ma mi faccia il piacere, amico Fontana, ma mi faccia il piacere, Marione Calabresi.

Grillo è subcultura. Subpolitica. Subspettacolo.

Promuoverlo statista e leader ha del fantasioso, richiama la seriosità di un’informazione che ha perso il contatto con la realtà, preferisce intrattenersi e intrattenerci con la subrealtà.

Uno va in Kenia da Briatore. Torna e diventa liberale per settecentomila sporchi euri, euri al plurale.

Che altro si può sperare dell’uomo che ha conferito a Roma la signora Virginia Raggi e il signor Marra, anzi i fratelli Marra?

Mi preoccupo per i connazionali detti elettori a 5 stelle.

Hanno scelto lo sberleffo.

Non si fidano dei partiti.

Non si fidano dei movimenti seri.

Non si sono fidati di Renzi.

Si sono comportati da stupidi, per rabbia, per ignoranza, per spirito bue.

E che bidone ci hanno rifilato, che immensa perdita di tempo, che storiella da Tg7 o da Strafatto quotidiano.

Meglio di Grillo. I ladri. I corrotti. I peccatori. I Politicanti. Raggi e Scilipoti. Meglio di Casaleggio. Chiunque. Un passante, un topino da poco, un contabile di quelli che non usano altro che nei racconti di Gogol.

Si fanno i fatti loro, ci tradiscono da secoli in tutte le società antiche e moderne, rodono e rosicano, ma qualcosa sanno fare, e all’atto pratico riescono perfino a governare, si fa per dire, un popolo di corrotti, di imboscati, di invalidi falsi, di protetti, riprotetti, dipietristi e falsi emarginati quali noi siamo, in particolare i gggggiovani cosiddetti dai 18 ai 34 anni.

Sempre con l’assistenza della pubblica informazione e di gran parte di quella privata.

Michele Serra, che l’ha capita, forse la finirà di assistere sdraiato allo spettacolo.

Ma è incredibile che non si trovino dozzine di profeti, commentatori, direttori, opinionisti capaci di dire queste elementari verità, di sussurrarle con la precauzione di un condom, allo scopo di non partorire falsa politica e falsa informazione per una falsa associazione illegale, di natura eminentemente fascista e antidemocratica, che si è impadronita delle fantasie malate, morbose, ignoranti di tanti italiani e gli ha rifilato la faccia di Di Maio, il libro di Di Battista e tutto il resto.

Siete in arresto, dicevano.

Arrendetevi.

Ed erano solo un branco di avidi cretini”.

(Giuliano Ferrara)