RIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

pianta-semeRIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

Il dibattito sul ridare un senso alla sinistra ha radici lontane.

Le possiamo rintracciare in un saggio di Michele Salvati del 1995, dove si criticavano le vecchie formule della sinistra che deve rielaborarsi, misurarsi con l’Italia odierna ma senza perdere la propria passionalità.

A distanza di 22 anni il dibattito è stato via via sempre annunciato ma mai fatto partire, Renzi oggi ha la responsabilità di dargli finalmente corpo e vita. Del resto lui stesso, nel 2012, si propose come la persona che voleva ribaltare le vecchie liturgie di partito, che voleva spalancare il partito per farvi entrare aria nuova.

Per farlo avrebbe però dovuto elaborare una propria ideologia e non lasciare che tutti interpretassero il renzismo come una piratesca conquista del potere. Forse risiede qui l’errore originario che ha poi letteralmente fatto esplodere il sogno di una generazione nuova al potere, quella che doveva portare la rivoluzione e il vento della novità ma che invece è finita per ricalcare, più o meno, tutti gli schemi nonché gli errori e le storture e i vizi, della vecchia politica.

La differenza fra allora e oggi la si nota da un dettaglio: nella sconfitta del 2012 Renzi si assunse totalmente ogni responsabilità, oggi fa quasi lo stesso, ma ricordando anche come sia stato ostacolato, come un pochino di colpa la abbiano anche gli altri. Esattamente quello che fanno tutti i politici: abbiamo sbagliato, ma in fondo lo abbiamo fatto per colpa degli altri.

Il risultato è stato che il ribelle Renzi si è travestito da conformista.

Serve che il Partito Democratico torni a lanciare una sfida di alto livello al sistema dominante.

Viviamo un periodo storico molto particolare, in cui le ideologie del passato risultano sempre più fragili e dove il sistema attuale si sta via via sgretolando.

Serve tornare a essere ambiziosi, non verso il potere, ma verso l’elaborazione di una visione che getti le basi per il futuro dei prossimi decenni.

Servono contribuiti intellettuali per dimostrare che possono esistere delle alternative al sistema vigente, per l’elaborazione di alternative ideologiche, culturali e sociali.

In un’epoca di post-qualsiasi-cosa (post-democrazia, post-verità), forse sarebbe ora di parlare del nostro sistema e introdurre l’argomento del post-capitalismo, ma non con l’obiettivo di abbattere il capitalismo in sé, ma con quello di ripensarlo, rivoluzionarlo, supportarlo nel suo aggiornamento.

Tutti però devono essere coinvolti in questa rinnovata necessità di cambiare le cose, e tutti devono iniziare a farlo, partendo dal proprio metro quadrato di spazio.

Abbiamo visto al lingotto 17 un Renzi pieno di buoni propositi. Questa volta cerchiamo di portarli fino in fondo. Cerchiamo di non farci trovare ancora impreparati alle sfide sociali e politiche che abbiamo davanti.

Senza Renzi in questo paese, al momento, la sinistra non c’è.

Il movimento che si sta formando attorno a Pisapia, per ora è un insieme di personalità talmente differenti le une dalle altre che lasciano dei dubbi, uno fra i tanti è vedere avanzare sul palco Bersani e Speranza con il pugno chiuso alzato. Solo che il pugno è sbagliato è quello destro anziché il sinistro. Segno che, in effetti, sono dei reduci e non degli eredi, destinati alla rinnovamento.

Ma una frase di Pisapia mi ha colpito: ”Chi sta con Marchionne ma non con Landini, non è di sinistra”. Vorrei sapere se Landini è in grado di creare lavoro. Giustamente lo difende, ma per difendere una cosa, quindi anche il lavoro, bisogna che il lavoro ci sia e, di conseguenza, ci deve essere chi il lavoro è capace di crearlo e quindi anche un Marchionne.

Anche queste parole sono solo slogan, nulla che si avvicini a quella realtà di cui abbiamo un bisogno estremo: lavoro. Per questo è utile, necessario per la sopravvivenza del lavoratore stare anche con chi il  lavoro può darcelo e nel contempo difendere il lavoratore dagli abusi. E nella grande riunione di Pisapia, questa sfumatura non l’ho colta.

 

 

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4 Risposte

  1. Giusto per erudurti: Il pugno alzato è un saluto spesso utilizzato da militanti e simpatizzanti politici e sociali di area comunista e socialista, rivendicativo ed antisistema. In genere il saluto a pugno, con il braccio alzato sinistro o destro che sia, è considerato come espressione e manifestazione di solidarietà, di forza o di sfida.

    Il pugno alzato è anche denominato pugno chiuso, specialmente nella locuzione “saluti a pugno chiuso” usata dai comunisti. Da notare che il saluto a pugno può essere denominato in modo diverso a seconda dei gruppi o movimenti che lo usano: tra i comunisti e i socialisti è a volte chiamato saluto rosso.

    Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) ed il periodo del Fronte Popolare francese era eseguito con il pugno destro.”

    Almeno conoscere il significato dei gesti prima di sputare sentenze.

    E per fortuna che siete l’unica sinistra possibile, siam messi bene.

    Io, da sempre, a qualsiasi manifestazione alla quale ho partecipato, ho alzato il pugno chiuso destro.
    , non v’è alcuna differenza.

    Meglio far pagare 100mila euro al miliardario estero che viene qui, tanto l’importante è guardare se il pugno chiuso è quello giusto.

    1. Carissimo,
      è vero, forse non è tanto il pugno chiuso destro o sinistra che sia, ma il gesto in sé che è fuori tempo, anche se la nostalgia è un sentimento da non calpestare. Tuttavia sarebbe bene ridare un senso alla sinistra del 2017 e non a quella del 1917.
      Vedremo come si metteranno le cose, e il prossimo 18 marzo nel mio circolo cercherò anche di capire a quale Pd posso iscrivermi.
      Vorrei prima capire con chi ho a che fare come segretario.
      In ogni modo le parole di Debora Serracchiani, al Lingotto 17, mi sono entrate nel sangue ed è quello che spero succeda:
      “Non accettiamo nessuna lezione da chi prima ha ucciso Ulivo e adesso sta cercando di uccidere il Partito democratico”. E agli scissionisti dice: “Pisapia è la sinistra a cui guardare, ma chi è uscito dal Pd non pensi di rientrare con quel listone. La soluzione non è girare le spalle, andarsene vigliaccamente e poi condizionare il partito da cui si è usciti, non ci faremo condizionare”.
      E lo penso anch’io. Non voglio che chi è uscito dalla porta, rientri in qualche modo dalla finestra. Ed è quello che desidero capire.
      Spero che il 18 marzo qualcuno me lo spieghi, ammesso che così presto si possa capire qualcosa.
      Grazie della lezione.
      Un caro saluto. Speradisole.

  2. Berlinguer saluta. Ma alla folla non basta: la folla grida, ripetutamente, l’urlo che ha nel cuore: “Enrico, Enrico fa il pugno!”.
    …………….. Sul balcone, Enrico, l’uomo tutto di un pezzo, l’uomo dell’austerità, il rigoroso volto sardo, ascolta e ripetutamente, con insistenza, fa segno di no. La sua mano, le sue mani sono aperte, chiare, parlano chiare. Il sussurro arriva: nessun pugno, nessun inchino. Nessun pugno, quindi nessun inchino.
    Non altro. Nessun pugno, nessun inchino.
    Nessuna genuflessione.

    1. Carissima Roberta,
      mi hai fatto una sorpresa, una bellissima sorpresa, anzi un regalo.
      Berlinguer amava la sua gente, la sua comunità, lo si vedeva in tutto quello che faceva dall’atteggiamento alle parole. Ed anche l’atteggiamento dimostrava il suo animo.
      Un pugno andava bene cento anni fa, o al tempo della lotta al franchismo, o a Cuba, lo sappiamo, ma ora ci vogliono le mani aperte, aperte alla possibilità di crescere, aiutando i giovani a trovare il lavoro, a trovare la loro dignità, senza assistenzialismi di sorta, ma lavoro che fa guadagnare, sia chi lo dà e chi lo pratica. Era questa la lezione di Berlinguer.
      Una civiltà in crescita. Forse un sogno, ma non impossibile.
      Un grandissimo grazie Roberta.
      Un abbraccio. Spera.

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