INUTILE FRIGNARE

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Scusate un istante, fateci capire.

Avete votato No al referendum costituzionale. E avete stravinto.

Avete ottenuto quello che volevate. La caduta dell’uomo solo al comando. La rottamazione dei rottamatori. Il ritorno di D’Alema. La distruzione di ogni sogno maggioritario. La legittimazione del bicameralismo perfetto. L’addio al primato della politica.

Bene.

Ora la Corte costituzionale ha fatto quello che doveva fare. Ha preso atto della nuova epoca, del passaggio brusco ma sincero dalla possibile democrazia della competizione alla più realistica democrazia della concertazione. Ha detto che senza monocameralismo il doppio turno non ha senso, ed è giusto così. Ha disegnato una nuova legge elettorale che rende impossibile avere un governo eletto dai cittadini e che mette tutto in mano alla casta del Parlamento, ed è giusto così. Ha creato le condizioni per una meravigliosa palude da Prima Repubblica, senza avere i partiti e i politici della Prima Repubblica, e ha offerto al popolo (un po’ meno sovrano) le condizioni per andare alle elezioni con rapidità e certificare il ritorno alla democrazia parlamentare. E anche qui è giusto così.

E’ accaduto tutto questo, e ora che succede?

Succede che chi ha vinto il referendum vuol far finta di nulla e infischiarsene della famosa “volontà popolare”.

Prendete Pietro Grasso, campione del No, magistrato, presidente del Senato, simbolo estremo della politica che sceglie di essere subalterna alla magistratura, e forse anche con qualche parente al Cnel (indagheremo). Grasso, ora, alza il ditino e dice no, bisogna aspettare e omogeneizzare, perché non si può andare alle urne con una legge che non sia fatta dal Parlamento: il primato della politica è importante, e se ve lo dico io buona camicia a tutti. Succede questo, ma anche altro.

Succede che il partito del No, il partito degli appelli contro l’uomo solo al comando, dei girotondi con Zagrebelsky, Urbinati, De Monticelli e Ro-do-tà- tà-tà, ora dice scusate, fermi tutti: non è pensabile votare così, senza una legge fatta dal Parlamento. Bisogna aspettare e non si può votare senza aver garantito un minimo di omogeneità-tà-tà e di governabilità-tà-tà. Comunicato di Libertà e Giustizia (presidente onorario sua eminenza, Dottor Ing. Gran Furbacchion di Gran Croc Gustavo Zagrebelsky): “Non resta che augurarsi che il Parlamento tragga da questa sentenza gli elementi utili per svolgere il suo compito, ovvero discutere e approvare una legge elettorale legittima e coerente al dettato costituzionale, attenta a garantire sia la formazione di maggioranze, sia la rappresentanza”.

Sentito?

Non si fanno fare le leggi ai giudici, si dice dopo avere eliminato l’unica legge che avrebbe messo un po’ da parte il potere delle burocrazie.

Non bisogna tornare al proporzionale, si dice dopo aver combattuto per la fine del maggioritario.

Non si può creare un sistema che ci faccia tornare alla Prima Repubblica, si dice dopo aver ucciso ogni speranza di Terza Repubblica.

Eppure è tutto così chiaro e lineare: l’ostilità contro l’uomo solo al comando ha portato al trionfo del suo contrario, alla repubblica parlamentare, ai partitini, agli inciucini, al trionfo della casta, ai caminetti, al Cencelli, e anche per questo non ha senso chiedere al Parlamento di modificare quello che la Corte ha già perfettamente recepito.

Gli elettori, il 4 dicembre, hanno detto una cosa chiara.

Niente governabilità.

Niente maggioritario.

Niente primato della politica.

Niente autonomia dalle burocrazie.

Niente snellimento del Parlamento.

Bisogna prenderne atto, non deprimersi, sorridere, ricordarsi che i governi li decidono gli elettori e non le leggi elettorali, mettersi in testa che l’unico modo per avere omogeneità tra Camera e Senato era eliminare la fiducia al Senato (perché è la Costituzione più bella del mondo a dire che Camera e Senato hanno ruoli diversi e non sono omogenei per natura).

Per questo, anche per Renzi, non c’è altra scelta che convocare un bel caminetto tra correnti, mettersi in una stanza con Franceschini e Orfini, organizzare delle rigide liste fatte con il compasso del Cencelli, fregarsene dei lamenti di Pisapia (“mai una lista con Alfano”, e pazienza), dei borbottii dei parlamentari (“omogeneità!”), delle chiacchiere delle opposizioni (“i problemi sono altri”) e andare a votare, anche per rispetto dei 19 milioni di elettori che hanno votato No e che meritano di raccogliere rapidamente i frutti della loro scelta.

Si andrà alle elezioni, probabilmente.

L’11 giugno, forse.

Tornerà la repubblica parlamentare.

Il Senato sarà ingovernabile.

Le correnti sceglieranno al posto dei cittadini il presidente del Consiglio.

E tutti scopriranno che è tornata la Prima Repubblica e che, chi ci ha portato, non ha nulla da mettersi.

Niente lagne, su.

E’ il momento di prepararsi a quello che è stato deciso il 4 dicembre: è il governo Cnel, bellezza, e tu non puoi farci niente.

(Claudio Cerasa)

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2 Risposte

  1. Carissima Spera, anch’io nella mia piccolezza avevo capito che la legge elettorale, che tutto il mondo ci avrebbe invidiato, cozzava di brutto contro la Democrazia sancita dalla Costituzione; forse una maggior umiltà ed un occhio di riguardo alla Costituzione e agli italiani che in Democrazia hanno il diritto di scegliere i loro rappresentati, non ci avrebbe messo in questa situazione; io mi rendo conto di essere un rottame del passato, ma le liste blindate per favorire solo gli amici, proprio non le sopporto e continuo a battermi per seguire quelle idee che tanti grandi personaggi di un’altra epoca ricca di sogni ci hanno lasciato. Ciao Spera

    1. Carissimo,
      non è facile neanche per me, credimi, la paura di un cambiamento in peggio sicuramente non mi lascia tranquilla, tuttavia il continuo restare nella incertezza di tutto, finisce col fomentare sempre più i movimenti populisti che possono determinare la rovina di un paese.
      E sarebbe il peggio che ci possa capitare.
      Un abbraccio e un augurio per entrambi, che il cielo si rassereni per tutti. E che la parola “stare sereno” non significhi quello che gli viene attribuito (e che non era nelle intenzioni di chi l’ha detto), ma semplicemente una speranza in qualcosa di meglio.
      Spera.

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