CRITICHE E RISPOSTE SULLA RIFORMA (sesta parte)

CRITICHE E RISPOSTE SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE (sesta parte)

Critiche di merito di carattere generale

Critica: – La riforma introduce una specie di “premierato assoluto”.

Risposta: – Questa definizione fu inventata ai tempi della tentata e fallita riforma del centro-destra (2006) da Leopoldo Elia, già giudice della Corte e consigliere di Aldo Moro. Non rispecchiava davvero il contenuto di quel progetto, peraltro pasticciato e respinto dai cittadini senza lasciare particolari rimpianti. Ma riferita alla riforma Renzi-Boschi è una sciocchezza. L’unica cosa che la riforma prevede, senza toccare giuridicamente la forma di governo, è la fiducia con la sola Camera dei deputati.  Certo in combinazione con la legge elettorale, comporta la certezza che un partito col suo leader vinca le elezioni e possa formare un governo. Ma la saldezza di questo governo è tutta da provare (con 340 seggi, la maggioranza essendo di 316, il margine è piccolo); e inoltre, – diversamente dall’ipotesi del 2006 – nulla è cambiato rispetto al potere di scioglimento, che allora si attribuiva al primo ministro. Infatti, la denominazione della carica non è cambiata: presidente del Consiglio e non primo ministro. Tuttora è incerto, ma i più propendono per il “no”, che il presidente del Consiglio possa liberamente sostituire i ministri del proprio governo.

Critica: – … Tanto più che Matteo Renzi è, oltre che presidente del Consiglio, segretario del Pd…

Risposta: – Critica del genere “la lingua batte dove il dente duole”: parte delle censure contro la riforma sono strettamente legate a questioni interne del Pd e a critiche della figura di Matteo Renzi. Ma non si può valutare una riforma costituzionale, che peraltro non incide sui poteri e prerogative del presidente del Consiglio, o anche una riforma elettorale, alla luce delle norme statutarie interne ad uno dei suoi partiti politici che potrebbero vincere le elezioni. Ogni partito farà come crede, salvo il rispetto delle norme statutarie. E poi la prassi di far coincidere leadership di partito e leadership di governo, quando il partito è al governo, ovviamente, è lo standard delle democrazie parlamentari europee.

Critica: – Sarebbe servito un Senato “di garanzia” direttamente eletto.

Risposta: – Il Senato più o meno di garanzia, fu proprio il compromesso concordato dai costituenti, volto a garantire reciprocamente forze politiche che si consideravano non solo politicamente diverse, ma agli antipodi e senza la certezza che l’una avrebbe rispettato l’altra in caso di vittoria elettorale. Ma non vi sono al mondo esempi di seconde camere di garanzia, e questa concezione è basata sull’idea sbagliata secondo la quale controlli e garanzie sono possibili solo ostacolando o impedendo la buona funzionalità del circuito governo-Parlamento. Non è così: e anzi è un’idea in contrasto con i fondamenti stessi del regime parlamentare. Infine una seconda camera eletta dai cittadini con poteri rilevanti ma senza rapporto fiduciario sarebbe diventata un organo potentissimo in grado di porre il veto su tutte le questioni sulle quali avrebbe avuto competenza. Un’assurdità che avrebbe portato prima o poi al presidenzialismo, elezione diretta del vertice dell’esecutivo e separazione dei poteri rigida.

Critica: – La riforma avrebbe dovuto essere più drastica e introdurre il monocameralismo invece di trasformare il Senato.

Risposta: – Prima di tutto c’è un dettaglio: una maggioranza per il monocameralismo, nell’attuale Parlamento non c’era. Ma soprattutto la scelta di fare del Senato l’assemblea di rappresentanza territoriale non è “tanto per far fare al Senato qualcosa”: è perché sin dalla Costituente si ritenne che uno Stato regionalista, tanto più se evoluto in direzione di ulteriore decentramento, avrebbe necessità di vedere rappresentate le istituzioni territoriali al centro dell’ordinamento.

Critica: – Il nuovo Senato non conterà nulla.

Risposta: – Prevedere esattamente quale sarà il ruolo e il rilievo del nuovo Senato è difficile. Dipenderà essenzialmente da coloro che ne saranno i protagonisti, dalla capacità di rappresentare il nuovo e di non pretendere di essere una pseudo Camera, impegnata su tutto e il contrario di tutto, ma un’assemblea realmente intenzionata a far valere gli interessi regionali e locali. Dovrà evitare ogni dispersione per concentrarsi su ciò che conta. Poteri giuridici ne avrà, altri critici dicono ne avrà troppi; legislazione costituzionale, tutta; incidenza su tutta la legislazione ordinaria; incidenza rafforzata su alcune materie individuate; controllo sulle politiche pubbliche e le nomine; possibilità di condurre indagini; concorso alla fase ascendente e discendente del diritto dell’Ue.

Critica: – Non sono state riformate le Regioni a statuto speciale.

Risposta: – E’ vero. Anzi c’è scritto che questa riforma del Titolo V non si applica alle Regioni speciali fino al varo dei loro nuovi statuti, tutti da negoziare sulla base di intesa: che le rafforza e di varare come sempre con altra legge costituzionale. Il fatto è che ad ogni giorno la sua pena: mettere le mani su una questione delicata come le Regioni speciali, alcune di confine e con garanzia internazionale della loro autonomia, avrebbe aperto un vaso di Pandora difficile da richiudere. In ogni caso l’implicito impegno a rivedere gli statuti speciali c’è: a riforma fatta sarà politicamente meno difficile. Inoltre clausole volte a tutelare l’interesse nazionale negli Statuti speciali ci sono già adesso.

(Fonte: “Aggiornare la Costituzione” di Guido Crainz e Carlo Fusaro)

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