CRITICHE E RISPOSTE SULLA RIFORMA (seconda parte)

CRITICHE E RISPOSTE SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE (seconda parte)

Critiche di metodo e procedura.

 

Critica: – La riforma non doveva essere proposta dal governo, le riforme costituzionali devono essere di iniziativa strettamente parlamentare.

Risposta: – Non solo non è scritto da nessuna parte, ma in passato numerose (certo, non tutte) le riforme di rango istituzionale sono state di natura governativa, così, fra l’altro, nel 2001 e nel 2006. Inoltre, nel caso specifico, sia il governo Letta che il governo Renzi sono nati proprio per permettere al Parlamento di fare le riforme. Sarebbe stato strano che non prendessero l’iniziativa. Era loro dovere. Alla Costituente il progetto di Costituzione della Commissione di 75 statuiva espressamente l’iniziativa del governo e delle Camere. Poi il riferimento fu soppresso per non impedire l’iniziativa costituzionale popolare e regionale. Ma nessuno mise mai in dubbio quella parlamentare e governativa. Inoltre, il governo ha proposto, ma poi il Parlamento ha disposto. Gli emendamenti al progetto iniziale sono state decine e decine fra un passaggio parlamentare e l’altro circa 70-80.

Critica: – Le riforme costituzionali si fanno tutte insieme. Questa è una riforma della maggioranza.

Risposta: – Anche questo non è scritto da nessuna parte. Ma naturalmente è saggio cercare di raccogliere dietro una proposta di riforma, tanto più costituzionale, il massimo consenso possibile.  Ma se questo non accade non si possono accettare veti: del resto non a caso è proprio la Costituzione vigente a prevedere la riforma a maggioranza del 50% più uno (con eventuale referendum). Non basta: il testo finale contiene moltissimi emendamenti, prima di tutto da parte della Commissione affari costituzionali del Senato (con Calderoli correlatore), poi da parte dei critici interni alla maggioranza, infine anche dall’opposizione. Il testo del governo è stato radicalmente modificato (non sempre in meglio), sono restati fermi solo i punti chiave: superamento del bicameralismo, Senato non direttamente eletto, Senato senza fiducia, prevalenza della Camera sul bilancio, senatori senza indennità parlamentare.

Critica: – Nel varare la riforma sono state fatte in Parlamento forzature inaccettabili.

Risposta: – In realtà ciò su cui si è assistito – specie nelle fasi cruciali dell’iter – è stato un ostruzionismo senza quartiere e del tutto ingiustificato, nella frequenza, nella quantità, nei modi: si ricordino le decine di milioni di emendamenti del leghista Calderoli. E’ chiaro che se chi si oppone fa uso spregiudicato del regolamento per mettere i bastoni tra le ruote a chi è in maggioranza, a sua volta userà tutti gli strumenti a disposizione per battere l’ostruzionismo.

Critica: – La riforma è stata affrettata inutilmente, si potevano fare le cose con più calma.

Risposta: – Verrebbe da ridere (o meglio da piangere) se non fosse una cosa seria. Se il referendum andrà come deve andare, saranno passati trenta mesi, con sei letture parlamentari. Esame e votazione prima in Commissione e poi in Aula in ciascuna di esse, votazione di migliaia di emendamenti (circa 6000). Per cose di cui si parla dal 1981.

Critica: – La riforma fa troppe promesse che non si sa se saranno mantenute, contiene troppi rinvii ad adempimenti successivi.

Risposta: – La riforma segue strettamente il modello della Costituzione del 1948 cui si uniforma. Non si può pensare di mettere in Costituzione tutto, del resto una delle critiche è che la riforma è troppo vasta. La Costituzione del ’48 rinviava a leggi costituzionali o ordinarie successive: la Corte costituzionale, il Csm, le Regioni ordinarie, i referendum e l’iniziativa popolare ecc. La riforma Renzi-Boschi rinvia i nuovi istituti di partecipazione a una legge costituzionale, la riforma del referendum abrogativo a una legge ordinaria, la composizione del Senato a una legge ordinaria (quella elettorale) e molto in relazione a organizzazione e funzionamento del Parlamento ai regolamenti parlamentari. Ma ciò è normale e utile, anche per non irrigidire troppi oggetti con norme di rango costituzionale.

Critica: – Governo e maggioranza non avrebbero dovuto chiedere il referendum.

Risposta: – E perché? Anzi dicendo fin dall’inizio che l’avrebbero fatto, si è rispettata la volontà ultima del corpo elettorale, tanto più in una fase storica nella quale il rapporto fra istituzioni, partiti e cittadini è logorato. Si tiene conto che una parte del consensi parlamentari alla riforma è frutto del premio di maggioranza, si indica che non si teme il giudizio popolare, forti dei buoni contenuti della riforma. E poi la garanzia che si sarebbe in ogni caso tenuto un referendum fu richiesta espressamente nel corso dei lavori parlamentari da coloro che si opponevano in tutto o in parte alla riforma medesima, come ha confermato il senatore Pd Valentino Chiti. Del resto il fatto che la costituzione permetta, come garanzia democratica, a una minoranza parlamentare del 20% di chiedere il referendum confermativo non ha mai voluto dire – non può voler dire – che altrettanti o più fautori della riforma non possano fare altrettanto. Si noti che nel 2001 il referendum confermativo fu chiesto dalla maggioranza (Ulivo) sia dall’opposizione (Forza Italia, An, Lega). Nel 2006 anche la Lombardia governata dal centro-destra chiese il referendum sulla revisione costituzionale, insieme a 15 Regioni del centro-sinistra.

Critica: – Non si sarebbe dovuto fare il referendum oggetto di strumentalizzazione politica.

Risposta: – “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, verrebbe fatto di dire. Non si capisce bene a chi questa critica dovrebbe rivolgersi, anche se per lo più il fronte del “no” la indirizza a Renzi. In realtà da qualunque parte, e verso chiunque, è una critica semplicemente insensata: la riforma costituzionale, qualsiasi riforma, e questa per i suoi obiettivi ancora di più, è scelta supremamente politica. E’ inevitabile che si associ alle fondamentali opzioni anche di partito o di governo.

Critica: – Matteo Renzi non avrebbe dovuto subordinare la continuazione del suo impegno di governo alla vittoria del “sì”.

Risposta: – Come si fa a immaginare che un governo, una maggioranza e un presidente del Consiglio che hanno fatto delle riforme il loro programma – nel rispetto dell’impegno assunto da quasi tutto il Parlamento al momento della rielezione di Giorgio Napolitano – possano sopravvivere alla clamorosa sconfessione che sarebbe la vittoria del “no” sulla madre di tutte le riforme?  D’altra parte è vero o no che le opposizioni pretenderebbero le immediate dimissioni di Renzi e del governo in caso di vittoria del “no”? E’ proprio ciò che le unisce. Magari avrà accentuato troppo i toni, ma si capisce che il presidente del Consiglio abbia inteso sottolineare al paese qual è la posta in palio: ovvero la capacità dell’Italia di progredire sulla strada delle riforme necessarie e urgenti, e la fiducia in chi si propone di guidare questa missione. E’ anche questione di credibilità in Europa e nel mondo.

Critica: – Il referendum non dovrebbe essere complessivo, ma per parti separate e distinte per dare all’elettore la possibilità di scegliere.

Risposta: – La Costituzione nulla dice in proposito. Inoltre, quello dell’omogeneità del quesito referendario è un principio affermato dalla Corte costituzionale, discusso oltretutto, e comunque per ben diversi referendum abrogativi. Neppure la legge 352/1970 che disciplina tutti i referendum dice nulla. Non basta: non si può pensare che una riforma costituzionale sia una specie di scaffale di supermercato dal quale uno prende quel che gli piace. Tutto si tiene. E la riforma di cui si tratta risponde ad una strategia complessiva coerente. Come si fa per esempio a dire: mi piace il nuovo Titolo V (Rapporti Stato-Regioni) ma non voglio il Senato delle autonomie? O viceversa? Oppure voglio le più alte garanzie previste ma anche lasciare la doppia fiducia? Ciò vale ancor più in un processo legislativo che implica intese e compromessi che non sarebbero immaginabili se la contesa sui singoli punti si potesse riaprire davanti al corpo elettorale. Infine non è neppure immaginabile, dal punto di vista giuridico, che si scomponga in più voti una legge che il Parlamento ha votato unitariamente con un voto finale. E poi: chi dovrebbe inventarsi i sub-referendum?

(Fonte: “Aggiornare la Costituzione” di Guido Crainz e Carlo Fusaro)

 

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