MASSIMINO ALLA RISCOSSA

MASSIMINO ALLA RISCOSSA

6228531-kMqB-U43220561865593QTE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Ci sta riprovando. D’Alema ci sta riprovando. Ci riuscì nel 1998. Cacciò via Prodi e Veltroni, e, con l’aiuto di Cossiga, riuscì a formare ben 2 due governi. Durò sostanzialmente due anni, fino a che nel 2000, Berlusconi stravinse.  Chiarissimo.

In quel tempo (parole evangeliche) il duo D’Alema-Berlusconi andava d’amore e d’accordo, nulla di nuovo, Berlusconi a suo tempo ottenne gratis tutte le frequenze televisive che voleva, su regalo di D’Alema e soci e Berlusconi, da indebitato che era diventò straricco, grazie a quella deliziosa classe dirigente. Condivisero le crostate, le bicamerali e poi, Berlusconi, sicuro della vittoria, cacciò tutto all’aria. E D’Alema e compagnia rimasero col cerino in mano. Storia. Storia vecchia, che ormai olezza.

Ora ci riprova. Quel meraviglioso profumo che invita a scalzare chi è al governo e a togliergli la sedia da sotto il sedere, è una tentazione irresistibile per D’Alema. Con la scusa del referendum costituzionale, forma ufficialmente, solennemente e con tutte le cerimonie liturgiche del caso, come il novello Mosè che vuole salvare il suo popolo, un comitato del no, o comunque un palco su cui salire per porsi all’attenzione del mondo politico, e dei vari commentatori al seguito.

Senza mezzi termini dichiara che “se vince il no, Renzi va a casa e la sinistra va al governo”.

Quale sinistra ha in mente D’Alema? Quella che al momento si configura in alcune persone, scontente di Renzi e desiderose di tornare a galla? La sua? Quella delle crostate in casa Letta? O quella divisa in mille rivoli e che, messa tutta insieme raggiunge sì e no il 15%?

Temo che si illuda un po’ troppo. Il partito non è diviso così tanto come crede, la cosiddetta base, vuole solo l’unità, non la discordia e le va benissimo anche Renzi.

Dunque per D’Alema, Renzi se ne andrebbe. Punto.

Ma bisognerebbe fare i conti con l’attuale Presidente della Repubblica, Mattarella, che è lontano anni luce da Cossiga. Il suo essere Presidente è encomiabile, non affiderebbe mai un governo a mani frantumate.

Renzi, comunque, se dovesse vincere il no al referendum, è chiaro che si dimetterebbe la sera stessa e con lui il suo governo, ma Mattarella, con ogni probabilità, lo incaricherà di formare un nuovo governo, lo rimanderà alle Camere per vedere se ottiene la fiducia e tutto continuerà come prima fino al 2018. Per me hanno già parlato di questa eventuale possibilità, in caso di supremazia del no al referendum.

Se Renzi non dovesse ottenere la fiducia, Mattarella scioglierebbe le Camere, e potrebbe indire nuove elezioni.

A questo punto la storia di D’Alema e compagni sarebbe finita. Renzi è ancora segretario del Pd, e sono sicura che sceglierà “chi” mettere in lista per le elezioni politiche, come hanno sempre fatto tutti i precedenti segretari. E Renzi farà il Renzi.

Saremo di nuovo da capo, ma almeno forse un po’ di pulizia si sarebbe fatta.

Comunque vada.

Potrebbero vincere i 5 stelle? Possibile, ma rimarrebbe il Senato e la vedo molto, ma molto in salita, la possibilità di governare, per un movimento siffatto che non vuole allearsi con nessuno, e in quella sede dovrebbe fare i conti con i parlamentari veri, e non con il direttorio, grillo, i vari studi di avvocati. Alleanze tali da poter governare.

Certo c’è sempre la Lega, che potrebbe dare una mano, c’è la parte rimanente di FI, la sinistra scontenta e vari delusi.  Sufficienti? Non si sa.

D’Alema vive nel passato, dice di essere un riformista, ma non vuole cambiare la costituzione con quello che è stato proposto a questo governo, perché, secondo lui, è sbagliata, pasticciata, confusa. Ma qualcuno ha letto la sua proposta che fece durante la bicamerale? Era così chiara,bella, lucida e splendente? Tuttavia, anch’essa era frutto di un compromesso. Sfido chiunque a ricordarsene i contenuti. Mentre questa riforma, proposta e, a breve, sottoposta a referendum, è quella dell’Ulivo, pari pari. Ma si sa, a D’Alema non piaceva Prodi, l’inventore dell’Ulivo.

Tuttavia, prima di pontificare tanto, si dovrebbe chiedere perché il Pd, portato avanti anche da lui, nel 2013 non ha vinto.

Si chieda il motivo del movimento di protesta nato in quegli anni, si chieda perché l’Italia è entrata nella crisi economica messa malissimo, si chieda perché la disoccupazione aumentava sempre e non si è mai stati capaci di promuove una che una opera pubblica, insomma faccia l’esame di coscienza se ne ha una, e si renderà conto che la sua magnifica stagione è finita.  Non si riusciva a combinare niente. Tanto meno una legge decente. L’immobilismo più totale.

Ora c’è gente diversa nel mondo politico, anch’io sono diversa, il mondo è diverso. I problemi che abbiamo sono molti e molto gravi e anch’essi sono diversi. Migliorare la possibilità di fare le leggi, sarebbe di grande aiuto, nell’attuale situazione, ma comunque sia, Renzi, per questi smaniosi di rivivere il passato, non va mai bene.

D’Alema la smetta di criticare il suo segretario, non rovini il Pd, non rovini il paese e la smetta di creare discordia. Fa solo pietà.

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3 Risposte

  1. Un interessante articolo di Maurizio Guandalini

    Non regge la tesi di D’Alema che Renzi è ormai un politico come gli altri. La crisi evidente del grillismo come alternativa a tutto e a tutti livellerà lo scenario del personale politico. Quello che sta succedendo a Roma con la Raggi è la testimonianza evidente del fallimento del Movimento 5 Stelle: in cuor suo Renzi ha sempre sperato di perdere nella capitale per cedere lo scettro ai 5Stelle e far vedere agli italiani quanto è grande, e vuota, è la bolla ideologica dei grillini. Vuota. Nulla.
    E in questa logica a tenaglia ci sono cascati autorevoli personaggi anche della sinistra bene, quella sinistra di lignaggio. Lo stesso D’Alema, malgrado le sue grida dimesse e affezionate alla disciplina di partito, ha sempre visto nei 5 Stelle un momento, forse di passaggio, salutare per la classe politica e infatti, in diversi modi, ha cercato di attaccarsi a questo carro segnalando nomi di assessori e collaboratori. Ma tant’è. Non regge la diversità politica, vuota, del grillismo.
    C’è solo la politica del fare e su quella ci si confronta: non a caso Renzi, e qui sta la diversità del Renzi politico, che D’Alema, volutamente, non vuole cogliere, con i tribolati confronti con l’Europa, dopo un periodo genuflesso, ha messo in campo una modalità (di lunga lena), nuova, del confronto politico e di governo. A questo si dovranno attenere anche i grillini che non potranno più barcamenarsi tra le catecumenali prediche no global di Di Battista e le solfe in blazer azzurro di Di Maio. Lo scenario politico futuro sarà questo.
    Ormai è indifferente la battaglia del No e del Sì al referendum. Vero che la vittoria del Sì sarebbe una vera e propria rivoluzione, finalmente possibile, senza paure (se vinceranno o meno i grillini: è la politica, l’assunzione delle responsabilità che mette dalla parte o premia un player politico, non la cabola delle riforme costituzionali a proprio favore, come la volontà espressa di rivedere l’Italicum fa capire senza giri di parole).
    Ma d’altronde qualcuno pensa che a D’Alema interessi la vittoria del No circoscritta al tema delle riforme costituzionali? A D’Alema, l’ha detto, interessa mandare a casa Renzi. Un piano scellerato in questo momento, ma almeno, D’Alema, ha avuto il coraggio di dirlo. Gli elettori dovrebbero riflettere anche e soprattutto su questo in vista poi di un cordone sanitario per il No che va da Berlusconi, passa per Brunetta, tocca Grillo e si ferma all’ex premier comunista. Un tourbillon da fuochi d’artificio che in teoria, solo in teoria, dovrebbe rafforzare le tesi di Renzi: immobilismo contro riformismo.
    Ma d’altronde qualcuno pensa che a Bersani interessi la vittoria del Sì, temperato, al referendum? L’ondeggiante ex leader di Bettola sta facendo una manfrina per conquistare spazi dentro il partito e raccogliere qualche applauso nostalgico, da rispettare, certo, ai dibattiti pubblici. Sarà un caso che due riformisti diversi, molto diversi, come Bersani e D’Alema cercano il loro rilancio agitando il vessillo del passato, della conservazione, tra l’altro della conservazione più residuale e marginale? Il karma di Cacciari ritorna. La sinistra dem, i vari Cuperlo, Speranza e compagnia devono proprio lasciare i Bersani e D’Alema e trovare una via irrobustire il Pd che c’è. Non serve altro. E poi se proprio vogliamo dirla fuori dai denti un leader della minoranza che potrebbe concorrere alla leadership c’è già: è Vasco Errani. Se riuscirà in questa sua opera di commissario per il terremoto sarà un trampolino di lancio non indifferente. Anche se noi crediamo che pure Errani si convertirà il renzismo, non si farà ingabbiare in una operazione nostalgia che nemmeno nella sua terra, l’Emilia Romagna, avrebbe successo.
    Non è una uscita sbalorditiva quella di Cacciari, ma visti i soggetti interessati diventa, obtorto collo, un evento straordinario. La proposta del professore di Venezia di mandare in soffitta i vari D’Alema e Bersani è l’unica fonte di salvezza della minoranza del Pd. Lo diciamo in questa fase, dove si è acutizzato lo scontro d’alemiano verso il premier, soprattutto in vista del grande raduno a Roma per il No al referendum costituzionale. L’illusione ottica che D’Alema, forte di alcuni incontri pubblici alle Feste dell’Unità (in particolare quella di Catania), possa spostare, in futuro, l’asse del Pd a suo favore rimane, appunto, una illusione ottica. Spesso quelli che D’Alema definisce i militanti del Pd, suoi supporter, non sono proprio militanti Pd. O meglio: è da una vita, anche prima di Renzi che non votano Pd. Lo spiega bene, nel corso di questi anni, il flusso del consenso al Pd e soprattutto l’evoluzione militante del partito di Renzi.
    D’Alema in verità fa una campagna ‘elettorale’ fuori dal Pd, in quella sinistra, molti bastian contrari da sempre, che potrebbero essere disponibili a votare l’ennesimo partitino (che non andrebbe mai oltre un 6-7 per cento). Per questo il movimentismo di D’Alema è un movimentismo disperato, per dire ci sono anch’io che sono un marchio di fabbrica antico, vecchio diremmo noi, emulo della conservazione più spinta che non fa onore nemmeno alla storia del Presidente della Fondazione ItalianiEuropei, contraddistinta da alcune uscite, poche, foriere di un sano riformismo progressista.
    Il D’Alema in tour per l’Italia riesuma i bei tempi andati che però non ritorneranno più. D’altronde osservate come la comunicazione del premier Renzi in un nano secondo riesce a distruggere ogni supporto, in apparenza ben costruito, delle tesi dalemiane. Nel corso di una intervista a Rtl ha detto Renzi: “Dopo 20 anni promettono la Bicamerale, ci crede qualcuno?”. Non c’è nulla da fare: la dicotomia è sempre quella, vecchio e nuovo, chiacchiere contro il fare. Un gioco-forza che ha ancora appeal tra la gente che, nella stragrande maggioranza dei casi, identifica D’Alema con il vecchio, con le chiacchiere, con l’apparatick di una classe politica che ha fatto il suo tempo: ed è questo voler ritornare che puzza solo di revival (molla per un eventuale consenso maggioritario nel partito e nel paese è pari a zero, se non sottozero).

  2. Molto interessante
    Grazie

    1. Carissima,
      come dice Guandalini. “il movimentismo di D’Alema è un movimentismo disperato, per dire ci sono anch’io che sono un marchio di fabbrica antico, vecchio diremmo noi, emulo della conservazione più spinta.
      Altro che riformismo, il Massimino nostrano è rimasto ai tempi della sua gioventù, quando era a capo della sezione giovanile del PCI.
      Ciao, grazie e un abbraccio. Spera.

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