ANTICHI MISTERI POLITICI MAI CHIARITI

ANTICHI MISTERI POLITICI MAI CHIARITI

La sera di domenica 29 luglio 1900 poco dopo le 22, a Monza, Gaetano Bresci, anarchico,  uccise il re d’Italia Umberto I di Savoia sparandogli contro tre colpi di rivoltella, colpendolo alla spalla, al polmone e al cuore. Il Re dopo pochi secondi perse conoscenza e morì. Il regicidio avvenne sotto gli occhi della popolazione festante che salutava il monarca.

Bresci si lasciò catturare dal maresciallo dei carabinieri Andrea Braggio senza opporre resistenza e fu lo stesso carabiniere a salvarlo, proteggendolo dal linciaggio a cui stava per essere sottoposto dalla folla inferocita. Poco dopo affermò:

«Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio».

Gaetano, difeso dall’avvocato Francesco Saverio Merlino, dopo il rifiuto di Filippo Turati leader socialista, che temeva repressioni contro il PSI, fu processato per regicidio e condannato all’ergastolo.

La pena di morte  era stata abolita dal Codice Zanardelli del 1889, tranne per alcuni reati militari.

Il dispositivo della sentenza affermò di condannare:

«…Bresci Gaetano alla pena dell’ergastolo, di cui i primi sette anni in segregazione cellulare continua, all’interdizione perpetua dei pubblici uffici, all’interdetto legale, alla perdita della capacità di testare, ritenendo nullo il testamento che per avventura fosse da lui stato fatto prima della condanna».

Gaetano Bresci fu recluso dapprima a San Vittore a Milano, poi, subito dopo il processo, nel carcere di Forte Longone, a Porto Azzurro sull’isola d’Elba, in una delle venti celle che formano la sezione d’isolamento denominata “la Rissa”, sotto una finestra della quale egli scrisse “la tomba dei vivi”.

Alle ore 12 del 23 gennaio del 1901, Bresci fu rinchiuso nel suo ultimo domicilio. Per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili, nel penitenziario di Santo Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane). Il suo numero di matricola era il 515.

Gaetano indossava la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicavano i colpevoli dei delitti più gravi. I piedi erano avvinti in catene e doveva effettuare l’ora d’aria su una terrazza isolata, quando gli altri detenuti erano nelle celle, per evitare la comunicazione con loro che effettuano l’uscita giornaliera nel cortile sottostante. Ogni giorno riceveva il vitto di spettanza: una gamella di zuppa magra e una pagnotta. Il comportamento del detenuto fu giudicato tranquillo, normale. Bresci ricevette la visita del cappellano del carcere, don Antonio Fasulo, ma rinunziò al conforto della conversazione. Si fece dare una Bibbia, che leggeva ogni tanto, e poi, tra gli scarsi volumi della biblioteca carceraria: Bibbie, una copia delle Vite dei Santi e pochi dizionari. Scelse un vocabolario italiano-francese. Lo troverà aperto, nel pomeriggio del 22 maggio 1901, il direttore del carcere venuto a constatare la sua morte.

Il 22 maggio 1901, l’ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registrò la morte del detenuto «Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all’ergastolo per l’uccisione a Monza del re d’Italia». Alle ore 14.55 il secondino Barbieri, che aveva l’incarico di sorvegliare a vista l’ergastolano, ma che si era allontanato per alcuni minuti, scoprì il corpo del Bresci, ormai cadavere, penzolare dall’inferriata alla quale il recluso si era appeso per il collo mediante l’asciugamano in dotazione o, secondo altri, un lenzuolo. Accorsero sia il direttore del carcere cavalier Cecinelli sia il medico, ma soltanto per constatare il decesso. Bresci non aveva dato segni di depressione né di volontà suicide nei giorni precedenti. Le circostanze della sua morte destarono subito perplessità e voci circolate da cella a cella e presto uscite dal penitenziario avvalorano un’ipotesi alternativa.

Tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, avrebbero immobilizzato il Bresci buttandogli addosso una coperta e poi lo avrebbero massacrato a pugni. Un “delitto contro lo Stato” sarebbe stato dunque punito con un “delitto di Stato”. Secondo i medici che effettuarono l’autopsia, il corpo era in stato di decomposizione, e non era morto da sole 48 ore.

Incertezze anche sul luogo di sepoltura: secondo alcune fonti fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di Santo Stefano, secondo altre, il suo corpo fu gettato in mare.

Le sole cose certe rimaste di lui furono il cappello da ergastolano, ma distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra, la rivoltella con cui compì il regicidio, la macchina fotografica con i reagenti per sviluppare le foto, e due valigie di effetti personali sequestratigli nella camera in affitto a Milano. Questi reperti sono conservati nel Museo Criminologico di Roma.

Alcuni misteri circondano ancora la figura dell anarchico venuto dall’America, che riguardano prevalentemente documenti spariti. Non è infatti mai stata trovata la pagina 515 che descriveva il suo “status” di ergastolano e le circostanze della morte. Nessuna informazione su di lui è disponibile all’Archivio di Stato di Roma. Non è mai stato ritrovato,  come testimonia un’approfondita biografia di Arrigo Petacco, il dossier che Giovanni Giolitti scrisse sulla vicenda Bresci.

Gaetano Bresci era nato il 10 novembre 1869 a Coiano, frazione di Prato, dai contadini Gaspare Bresci e Maddalena Godi, morti rispettivamente nel 1895 e nel 1889. La sua famiglia era povera ma non viveva in miseria, infatti suo fratello Angiolo era tenente del Regio Esercito presso il corpo degli artiglieri di Caserta, mentre una sorella aveva sposato un affermato ebanista di Castel San Pietro Terme.

Gaetano iniziò a lavorare già in giovane età in un’azienda di filatura e nello stesso periodo iniziò ad avvicinarsi al mondo politico. All’età di 15 anni entrò a far parte di un circolo anarchico di Prato e nel 1892 fu condannato a 15 giorni di carcere per oltraggio e rifiuto di obbedienza alla forza pubblica.  Fu schedato come «anarchico pericoloso» e relegato nel 1895, ai sensi delle leggi speciali di Crispi, a Lampedusa.

Ricevuta l’amnistia sul finire del 1896, Gaetano riprese il suo lavoro di filatore e poco dopo mise incinta una sua collega operaia. Decise però di non dedicarsi alla famiglia e di evadere i doveri della paternità emigrando negli Stati Uniti. Si  stabilì a Paterson (New Jersey), dove trovò lavoro nell’industria tessile e frequentò la comunità anarchica di emigrati italiani. Bresci si distingueva dall'”immigrato italiano medio” in quanto parlava correttamente l’inglese, possedeva anche una macchina fotografica (un lusso per l’epoca) e interagiva molto con la comunità statunitense, al contrario di molti immigrati italiani che, per motivi diversi, spesso si auto-ghettizzavano nelle Little Italy. Bresci era considerato anche un “donnaiolo”, molto spigliato con le ragazze, aiutato in questo anche da una discreta cultura. Tra i suoi amici e conoscenti di Paterson vi erano Ernestina Cravello, Mario Grisoni, Gino Magnolfi, nomi molto conosciuti nella comunità anarchica.

Negli Stati Uniti si legò all’irlandese Sophie Knieland, dalla quale ebbe due figlie, Maddalena e Gaetanina; quest’ultima sarà anche lei anarchica convinta, e dopo la morte del padre continuò le lotte per una vita migliore degli operai di Paterson, che il padre aveva sostenuto anni prima. Durante la sua permanenza in America, Bresci venne a conoscenza delle feroci repressioni dei Fasci Siciliani nel 1894 e dei moti popolari del 1898. In particolare a Milano, a seguito dell’aumento del prezzo della farina e del pane, il cui costo cresceva da anni, il popolo insorse ed assaltò i forni del pane. L’insurrezione milanese, passata alla storia come la “protesta dello stomaco”, durò vari giorni, dal 6 al 9 maggio 1898 e fu repressa nel sangue da reparti dell’esercito comandati dal generale Fiorenzo Bava-Beccaris.  Nella repressione militare vi furono, secondo i dati ufficiali dell’esercito ottanta persone uccise (di cui solo due tra la forza pubblica) e quattrocentocinquanta feriti, dei quali ventidue furono militari; tra le vittime vi furono anche vari mendicanti che si trovavano in fila per ricevere la minestra dei frati in via Monforte, sui quali si sparò col cannone. Bava Beccaris, per tale azione di ordine pubblico, fu insignito con la Croce di grand’ufficiale dell’ordine militare di Savoia dal re Umberto I, il quale per l’occasione inviò a Bava Beccaris un telegramma, reso pubblico, in cui scriveva fra l’altro che l’onorificenza gli era conferita «per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria».

Umberto I, non contento di aver elogiato il “carnefice di Milano” con tale assurda onorificenza, lo nominò senatore un mese dopo, con un decreto reale del 16 giugno 1898.

Gaetano Bresci intendeva vendicare l’eccidio e rendere giustizia, perciò decise di ritornare in Italia con l’obiettivo di uccidere re Umberto, ritenendolo responsabile massimo di quei tragici avvenimenti. Prima di tornare in Italia, inviò del denaro all’operaia che gli aveva dato un figlio a Prato. Una volta giunto in Italia, fu solito allenarsi presso il Tiro a Segno Nazionale di Galceti (Prato) dove poneva distesi al suolo dei fiaschi per il vino, allenandosi a colpire e sfondarne il fondo facendo passare il proiettile per il collo della bottiglia.

Prese poi in affitto una camera a Milano in via San Pietro all’Orto n.4 e riuscì a spiare per giorni i movimenti e le abitudini del sovrano, che si trovava dal 21 luglio in villeggiatura estiva nella poco distante Villa Reale di Monza.

(Fonte: Il Resto del Carlino 22 maggio 2015)

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