PICCOLA SODDISFAZIONE

islanda-2011-114-4PICCOLA SODDISFAZIONE

Quando l’altra sera la piccola e fiera Islanda ha mandato a casa gli inglesi estromettendoli dal campionato europeo, molti, come me, avranno avuto un moto intima soddisfazione.

La metafora dell’essere “diversi”, costi quel che costi, ha avuto il suo epilogo, che da politico-economico è divenuto sportivo.

Le responsabilità, per come si trova adesso l’Europa, sono molto diffuse. E’ una comunità con scarso appeal per i suoi cittadini, troppo legata a calcoli da pallottoliere, finanziari ed economici e poco incline alla solidarietà ed alla cessione di sovranità da parte dei suoi stati membri.

Troppo soggetta agli umori e agli interessi specifici di casa tedesca, troppo rigida ed incapace di progettare il suo futuro, perché troppo floscia nei confronti della Germania.

Un paese, la Gran Bretagna, con una classe politica mediocre che, bluffando al ricatto dentro o fuori la comunità nel tentativo di strappar concessioni non solo per qualche settimana, ma per anni, facendo finta di niente, si è poi scoperta di non essere poi tanto amata dagli altri Stati membri, e incapace di arginare il fuoco pericoloso che chiedeva a gran voce la Brexit.

Imperialista da sempre, questa volta il gioco non ha funzionato. La storia di uno stato, di un’isola da sempre sentitasi diversa, estranea al vecchio continente. E un po’ diversi i britannici lo sono, a comminciare dalla guida a sinistra, sulle strade.

A questo quadro di desolazione si è affiancata l’assenza di solidarietà generazionale, quella che ha portato i vecchi a sposare la causa della Brexit in contrasto con i più giovani che, all’opposto, si sentono figli di questo imperfetto sistema, migliorabile ma non da abbattere.

I giovani si sono dimostrati paradossalmente più lungimiranti dei loro “padri” egoisti.

Ci augurianmo che l’uscita della Gran Bretagna sia quindi rapida e senza tentennamenti, senza mediazioni e terze vie, che renderebbero l’istituzione Europea ancor più fragile.

L’antieuropeismo serpeggia nel continente, un virus subdolo, pericoloso, cavalcato da politicanti miopi e spregiudicati. Questa potrebbe paradossalmente essere una delle ultime occasioni per salvare la comunità, rimettendone in discussione gestione ed obiettivi.

Che il “gioco” europeo sia dunque di squadra: umile, laborioso, senza voglie di protagonismo esasperate, capace di farci sognare, ambizioso. Esattamente come quello della piccola e vincente Islanda.

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