LA SINISTRA CHE CI METTE LA FACCIA

bandieraLA SINISTRA CHE CI METTE LA FACCIA

Sento continuamente ripetere “Matteo Renzi non è di sinistra”, ok, incominciamo:
Se essere di sinistra vuole dire “mai oltre il 20/25 %.
Se essere di sinistra vuole dire “coltivarsi i propri orticelli”.
Se essere di sinistra vuole dire “mai toccare i poteri forti”.
Se essere di sinistra vuole dire essere chiusi.
Se essere di sinistra vuole dire essere conservatori.
Se essere di sinistra vuole dire lasciare vincere le destre.
Ebbene, allora si, Matteo Renzi non è di sinistra, o meglio, Matteo Renzi appartiene a un’altra sinistra, alla sinistra che ci mette la faccia, alla sinistra aperta, alla sinistra che fa le riforme, alla sinistra del fare, alla sinistra vincente.

E qui vale la pena aggiungere le parole di un maestro del nostro tempo: Giuliano Pisapia.

“Io credo ancora in una sinistra diversa dalla destra e questo è il punto di partenza. Per chi è uscito dal Pd il nemico principale è il Pd, per chi si è allontanato dal partito il nemico principale è Renzi. Quando sento dire che Renzi è uguale a Berlusconi io mi ribello. Quando sento che il nemico da abbattere è il Pd per costruire un partito di sinistra-sinistra, io chiedo anche i danni che ha fatto questa sinistra-sinistra. Una “sinistra” che non si assume responsabilità di governo e critica chi le assume e dove ci sono i duri e puri e qualche puro epurato da qualcuno che è più puro. Quelli che sono rimasti 30 anni indietro. Ma il mondo è cambiato, e anche il modo di fare sinistra”.

 

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6 Risposte

    1. Ciao Massino,
      Credo che presto tornerà a fare il Renzi di sempre.
      Un abbraccio. Spera.

  1. A GRILLO E AI SUOI AIUTANTI DI CAMERA LA SINISTRA PIACE A PEZZI. QUANDO I PEZZI SONO PICCOLI E MANEGGEVOLI IL LEADER COTONATO PUò ANCHE COCCOLARLI. I SUOI CAPATAZ HANNO RISPETTO PER QUEI FRAMMENTI. INSOMMA, PROVANO LO STESSO PIACERE CONDIVISO DA TANTI SALOTTI TV CHE A UNA SINISTRA UNITA E FORTE HANNO SEMPRE PREFERITO QUELLI CHE SI VENDEVANO PER DURI E PURI, OSTILI ALLA SINISTRA STORICA. ANZI, LI CHIAMAVANO DAVANTI ALLE TELECAMERE PROPRIO PER QUESTO, PER MENARE IL GROSSO DELLA SINISTRA, MA DA SINISTRA. LI TRASFORMAVANO IN PUPAZZI, E COME FUNZIONAVANO! E FUNZIONANO. GRILLO è SISTEMA, E I SUOI PICCOLINI SONO VITARELLE DI SISTEMA.
    (Toni Jop)

  2. È tempo che il Pd s’impegni per salvare il lavoro straordinario che il presidente del Consiglio ha fatto e continua a fare. Il primato della politica, che è la chiave del renzismo di governo e grazie al quale l’Italia sta ritrovando la strada dello sviluppo e della modernità, deve esercitarsi anche nella gestione e nella direzione del partito. E il modo più efficace per mettere in sicurezza le riforme, per restituire fiducia e credibilità alla politica, per ridimensionare le nostalgie giustizialiste della parte più chiassosa e minoritaria della magistratura, e per vincere il referendum di ottobre, è fare pulizia.

    Da sé, e in fretta: senza scatenare nessuna caccia alle streghe dentro il Pd, ma anche senza alcuna indulgenza o compromesso. E senza aspettare l’avviso di garanzia, l’arresto o la condanna del giorno. Il cortocircuito mediaticogiudiziario – ogni accusa è già una sentenza, la personalità dell’imputato è fatta a pezzi in pubblico senza possibilità di replica, trionfano semplificazione e generalizzazione – rischia di travolgere un’altra volta la fragile infrastruttura democratica del Paese, consegnando al peggior qualunquismo populista e fascistoide l’egemonia nel dibattito pubblico.

    Tutto l’impegno messo in campo dal governo in questi anni – compresi i numerosi provvedimenti per la legalità, contro la corruzione e per il miglioramento della macchina giudiziaria – rischia di essere dimenticato, travolto, cancellato.

    Una possente macchina di propaganda s’incarica ogni giorno di picconare le basi stesse della convivenza civile: quando non ci saranno più politici in giro non avremo sconfitto la corruzione, avremo affossato la democrazia. Il fatturato dei media si nutre di scandali, quello della politica di buone riforme. È una gara asimmetrica, perché lo scandalo penetra con estrema facilità nelle coscienze, scuotendole e frastornandole, mentre la buone riforme, per dare frutti, hanno bisogno di tempo, volontà, tenacia. La semplificazione emotiva, sebbene contenga sempre in sé un errore di fondo, è più popolare della fatica della complessità.

    È bene essere chiari: se nell’opinione pubblica dovesse prevalere l’idea che il governo e il partito di maggioranza sono covi di malaffare – un’idea rafforzata quotidianamente dalle notizie sulle indagini, gli arresti, le condanne – la sconfitta per il Paese sarebbe catastrofica. Possiamo rinunciare alla riforma del Senato e al governo Renzi, ma non possiamo rinunciare alla politica, alle elezioni e alla democrazia. Renzi ha fatto benissimo, nella sua qualità di presidente del Consiglio, a difendere l’indipendenza della magistratura, a ribadire che le indagini devono proseguire senza condizionamenti, a negare l’esistenza di un “complotto” o di una giustizia ad orologeria. Intanto perché è effettivamente così, e poi perché Renzi non è Berlusconi: la sacrosanta battaglia garantista per una giustizia giusta, rapida ed efficiente può essere vinta soltanto a patto di rinunciare ad ogni anche minima ambiguità: i delinquenti, quando sono provati tali, vanno puniti senza distinzioni né attenuanti. Ma, con altrettanta franchezza, è bene dire che questo non basta più.

    La difesa del buon operato del governo e delle istituzioni democratiche passa anche per una profonda, non più rinviabile autoriforma dei partiti. Il Pd e i suoi gruppi dirigenti devono dare l’esempio, devono muoversi per primi, e non devono fermarsi di fronte a nulla. È illusorio (e politicamente sbagliato) pensare che questo compito possa essere svolto soltanto a Roma, dal segretario e dai suoi collaboratori: al contrario, è necessaria e urgente una grande mobilitazione a tutti i livelli, dai circoli fino ai comitati regionali. È venuta l’ora di un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva. È venuta l’ora di drizzare le antenne, ascoltare, capire e intervenire, ciascuno nel proprio ambito, a viso aperto e responsabilmente, ovunque nel Paese.

    L’autonomia della politica non significa soltanto potere e saper decidere senza subire le pressioni delle corporazioni, delle caste o della magistratura sindacalizzata: significa anche saper fare pulizia al proprio interno prima, e non dopo l’apertura di un’inchiesta. Non possono più esistere zone franche, potentati locali, ambiguità e tacite collusioni. È tempo di una grande campagna politica, diffusa e partecipata come e più di un congresso, per mettere in sicurezza il Pd dal malaffare che lo lambisce. È il malaffare, non la magistratura, il nemico mortale del nuovo Pd.
    (l’Unità 06/05/2016)

  3. Non importa se non pubblichi la lista che ti ho inviato….a me basta sapere che l’hai letta.

    1. Non l’ho letta. La conoscevo già. Gira. Gira come una trottola per consolare gli afflitti perdenti.

      Posso aggiungere una lista che il “Fatto quotidiano” non pubblicherà mai:
      facciamo una bella lista dei corrotti, indagati, mafiosi, del M5S : 1) Bagheria: Claudia Clemente, presidente del Consiglio Comunale indagata dalla Procura di Termini Imerese – 2) Livorno: rifiuti, indagato assessore al Bilancio M5s Lemmetti – 3) Quarto: Giovanni De Robbio consigliere M5S infiltrato con la camorra e da una loro intercettazione: “A votarli portiamo anche le ottantenni” e anche il sindaco Rosa Capuozzo – 4) Alessandria: capogruppo M5s arrestato per furto: “Ha forzato armadietti in palestra per rubare denaro” – 5) Livorno: Filippo Nogarin sindaco avviso di garanzia ecc. e diciamo anche che sono in parlamento solamente da questa legislatura – e che guidano mi pare 16 su 8.000 comuni italiani – e………..non finisce qui.

      Ma la polemica non mi piace.
      Allora qui bisogna intendersi. Non esiste grande gruppo politico che non debba essere estremamente vigile sulla propria classe dirigente. Vale per noi, vale per i M5S, vale per chiunque governi la cosa pubblica. Le mele marce sono un pericolo costante e bisogna vigilare tutti con estrema attenzione per fare in modo che nelle fila di chi amministra o governa la cosa pubblica non si nascondano dei malfattori.

      Se qualcuno pensa però di farne una battaglia etica tra gli onesti (loro) e i disonesti (noi), si sbaglia.

      Innanzi tutto perché il PD governa una montagna di enti locali e l’incidenza percentuale di condannati nella massa dei nostri amministratori, comunque inaccettabile – perché nessuno (ripeto: nessuno) dovrebbe commettere reati – è statisticamente risibile. (Peraltro, poi, le sentenze di assoluzione sono totalmente ignorate dai media, ieri l’ultima a Firenze.)

      E poi c’è fondamentalmente una differenza: noi democratici siamo sì garantisti, ma i nostri si dimettono, si sospendono, insomma qui si rispetta il lavoro dei magistrati. Quelli di M5S, forcaioli con gli altri, invece, si regolano secondo la migliore tradizione del “me ne frego”.

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