LA STAGIONE DEI BALORDI

LA STAGIONE DEI BALORDI

 di Giuseppe Turani

Abbiamo avuto la stagione dei balenghi, ma adesso è cominciata quella dei balordi veri. L’elenco è lungo. Potremmo cominciare dalle due candidate a sindaco di Roma, la Raggi e la Meloni. La prima, come si sa, è portata dai pentastellati, la seconda da un po’ di fascisti e da Salvini (più che altro per fare un dispetto all’anziano Berlusconi che aveva scovato Bertolaso).

Per carità, si tratta di due signore (una anche incinta) per cui ci vuole un attimo a essere accusati di maschilismo. Però, si potrebbero evitare le elezioni e scegliere a sorte fra una decina di casalinghe. La Raggi, che almeno è carina, non ha mai amministrato nemmeno se stessa, credo. Stava in un ufficio legale a fare fotocopie e a istruire qualche pratica. E la banda di Beppe il matto la vuole mandare (con una certa probabilità) a governare la città più incasinata d’Italia? Oppure si pensa che la Raggi ci mette la faccia e Casaleggio la testa?

Casaleggio, quello che vuole chiudere tutte le macellerie, si diventa vegani, tutti. Ma si chiudono anche le fabbriche di auto perché si va in bicicletta o a piedi. I corrotti verranno esposti in gabbie sistemate sulle tangenziali, dove peraltro non passerà mai nessuno perché le auto saranno state abolite. In compenso tutti, ma proprio tutti, per vivere in questo paradiso riceveranno dallo Stato circa 700 euro al mese. Non una cifra, ma sono gratis. E poi non ci sarà quasi niente da comprare: qualche carciofo e un po’ di lattuga.

Questo Casaleggio, peraltro, è la stessa persona che sta dietro a Beppe il matto e che quasi certamente gli fa da regista. E’ lui che ormai ha espulso quasi un terzo degli onorevoli eletti nelle liste dei 5 stelle. Erano stati eletti dal popolo? E scelti personalmente da Casaleggio? Sì, ma cosa vuol dire? Lui ha cambiato opinione e loro volano fuori dal movimento come bucce di banana. In avvenire, comunque, visto che la cosa si ripeterà, ai futuri onorevoli sarà chiesto di versare prima 150 mila euro nelle casse del movimento. Così, se uno cambia opinione, ai 5 stelle restano  almeno i soldi. Questa cosa è contro ogni tradizione politica e anche contro la Costituzione. Ma che cosa importa? Tutto il movimento si muove largamente al di fuori dalla legge (mai fatto un congresso, i gruppi dirigenti si sono autonominati, non esiste un bilancio, ecc.).

Questa poltiglia demenziale, comunque, è quello che sta dietro ai bei sorrisi della signora Raggi: un misto fra goliardia anni Cinquanta, new age, decrescita felice e baraccone per il tiro a segno. Si sente anche un certo odore di minestrone.

E l’altra candidata, la combattente Meloni? In questo caso non si può dire niente perché lei è il niente. Ha quattro idee (sbagliate) sul fascismo, non ha mai amministrato niente e nemmeno sa da dove si potrebbe cominciare. Fra i suoi fan i picchiatori di Casa Pound e Matteo Salvini. Un tizio, invece, molto mobile. Eletto nel primo parlamento padano di Bossi in rappresentanza dei “comunisti padani” (cinque in tutto), oggi è famoso per avere le posizioni politiche più demenziali d’Italia insieme a una fabbricazione di felpe infinita. Vuole cacciare via gli  immigrati (forse vuole anche sparargli, ogni tanto, alla domenica ad esempio). Per i rom, lasciassero fare a lui, pur non avendo mai lavorato un solo giorno nella sua vita, salirebbe su una ruspa e farebbe piazza pulita, definitivamente. Sulle questioni più serie, spesso è per uscire dall’euro (quasi sempre), da anni promette che abolirà la legge Fornero, il trattato di Maastricht, l’Europa e forse anche l’Onu. Il suo vero essere, cioè, è quello dell’abolitore. La Meloni, grosso modo, la pensa come lui.

Anche in questo caso, poltiglia insieme a un certo odore di minestrone casalingo, di cose imparate nei social network e ascoltando qualche vecchia zia.

Comunque, queste due signore sono state lanciate alla conquista della città di Roma: la politica italiana è questa cosa qui. E’ persino imbarazzante parlarne.

Lascio perdere quei poveri rancorosi, confusi, incerti persino sulla propria esistenza della minoranza dem. Non ne vale proprio la pena. Sono pezzi di antiquariato rimasti fra di noi, come delle vecchie Lambrette. Chi vuole può  anche farci un giro, ma meglio che si porti in tasca i soldi del taxi, non si sa mai.

Allora, chiudiamo tutto e andiamo a casa, visto che anche il capitalismo è morto?

No. C’è un’Italia che cerca di funzionare, che pronuncia ancora frasi con un soggetto, un verbo e un oggetto. Che difende la nostra scelta europea (i trattati istitutivi furono firmati a Roma, pensate un po’). Che non si rassegna a vedere tutto che va in vacca.

E, in provincia, ci sono anche degli imprenditori che tentano, contro ogni legge fisica, di stare al passo dei tempi, di essere piccoli ma multinazionali. E poi c’è il magico Sergio Marchionne, uno capace di fare tutto. Anche di salvare la Fiat un paio di volte e di farla diventare addirittura più grande.

Insomma, non siamo finiti. Viviamo dentro una specie di film popolato da avanzi, probabilmente, di altri film di altre epoche (fascisti, razzisti, matti accertabili in laboratorio). Ma c’è materia per tornare a essere un buon paese.

Basta ricordare che dietro il sorriso della signora Raggi ci sta la più straordinaria accozzaglia di teste di cazzo mai vista e che dietro la Meloni, o Salvini, ci sta il vuoto perfetto. Zero assoluto.

Tutta gente che non saprebbe amministrare nemmeno un garage di piccole dimensioni. Certo, sono ingombranti e fastidiosi. Basta ignorarli. Svaniranno da soli, e questo tornerà a essere un paese in cui vale la pena di vivere.

[Tentata ancora una volta di tenere nel blog, a futura memoria, questi brani bellissimi scritti da Giuseppe Turani, su ciò che succede di questi tempi, perché si fa presto a dimenticare.]

Annunci

5 Risposte

  1. Ti rispondo con questo…..

    Nel 1973 Richard Nixon, già in mezzo al casino del Watergate, ebbe la pessima notizia che il suo vice Spiro Agnew era stato beccato per aver evaso le tasse. Due scandali erano troppi da reggere, così Nixon sacrificò Agnew e chiamò al suo posto un deputato di terza fila ma di riconosciuta rettitudine, Gerald Ford. L’onesto Ford, che serviva per cercare di migliorare l’appannatissima immagine della Casa Bianca.

    Mi è tornata in mente questa vicenda di tanti anni fa leggendo della tribolata campagna di Roberto Giachetti, a Roma.

    Un uomo perbene che si aggira per la capitale cercando di far dimenticare tutto quello che ha fatto per anni il Pd in città: le correnti, le clientele, gli impresentabili, i baci in bocca ai peggiori potentati economici, passando per mafia capitale e per il golpetto notarile con cui ha divorato il suo stesso sindaco, fino alle primarie flop del 6 marzo scorso, con tanto di schede bianche gonfiate per farle sembrare meno flop.

    Un compito immane, povero Giachetti.

    Di qui il suo sforzo ciclopico per dire a tutti che non è stato «messo lì per perdere», che non è «un candidato al martirio»: e si sa, la gallina che canta ha fatto l’uovo. Se lo dice, è perché sa che è proprio così.

    Chiacchieravo l’altro giorno con un amico che lavorerà nel suo staff e un po’ per scherzo un po’ no gli dicevo: guarda che, con quello che ha combinato il Pd a Roma, il tuo potrebbe farcela solo liberandosi il più possibile dal Pd medesimo. Dalla sua immagine.

    Un po’ Giachetti sta cercando di farlo, in effetti, contrapponendo i suoi digiuni al magna-magna a cui ha partecipato il suo partito.

    Ma più in là di così non può andare, perché l’ha messo lì il Pd.

    Di qui l’altra opzione scelta per la campagna elettorale, non so se dallo stesso Giachetti o direttamente dal Pd: attaccare a testa bassa la semisconosciuta Raggi, la candidata del M5S. Il cui maggior asset politico è proprio quello di non aver preso parte dalla mangiatoia. Il che non è poco, in una città che nell’ultimo decennio ha visto passare lanzichenecchi di centrodestra e di centrosinistra ugualmente voraci.

    Attaccano Raggi, dicevo, su tutto. Hanno cominciato con il suo praticantato di neolaureata: non so con quali risultati, ma credo che non a moltissimi importi davvero dove ha iniziato a lavorare Raggi a 25 anni.

    Poi è successa una cosa ancora più interessante. Raggi ha detto che da sindaco cambierebbe i vertici Acea: società posseduta in maggioranza dal Comune dove però Caltagirone fa il bello e il cattivo tempo pur possedendone solo il 15 per cento, proprio per le inestricabili cointeressenze tra partiti e potentati che ci sono a Roma.

    Immediatamente Caltagirone ha reagito, furioso, attraverso un suo giornale, il Messaggero.

    E cosa fa il Pd? Si mette subito in scia a Caltagirone. Cioè riprende pari pari la bufala interessata di uno dei vecchi padroni della città, ne produce infografiche e le diffonde on line, con l’hashtag #raggiamari.

    L’autogol ha qualcosa di incredibile: in una città strangolata da poteri forti proprio come Caltagirone, il partito che più avrebbe bisogno di emancipare la sua immagine da questi poteri forti si fa megafono degli interessi di uno di essi, e di certo non l’ultimo per invadenza nella cosa pubblica.

    Ce ne ha da camminare, Giachetti, con una compagnia simile. E con una campagna elettorale simile.

    Ah, tra l’altro: alla fine, nonostante la scelta di pescare dal mazzo un vice onesto, anche Nixon dovette dimettersi. E il vice onesto perse le elezioni subito dopo, per poi sparire nel nulla.

    Dal blog piovono rane.

    1. Carissimo,
      tanto di cappello a Gilioli.
      Il suo pensiero è per se stesso e va rispettato.
      Personalmente sono molto stanca di sentire parlare di questi poteri forti. Dietro queste parole si nasconde spesso chi non sa dare altre giustificazioni.
      Tengo a dire che la reazione di Caltagirone (suocero di Casini) è una reazione logica da proprietario di tante cose, e non condivido che il Pd ci sia andato dietro, come non ho condiviso il pasticciaccio di Roma mafia capitale. Purtoppo tante bestie nere ci sono nel partito o si servono del maggior partito per fare i propri comodi, cosa che molti hanno imparato da Berlusconi in poi. Lega compresa.
      Sono d’accordo quando dice che Giachetti avrà una bella gatta da pelare, ma la stessa gatta ce l’avrà anche la Raggi, che finora è stata sempre in un ufficio a fare la passacarte alle dipendenze dello studio di Previti.
      Il che non mi riempie d’entusiasmo.
      Ciao Mario, un abbraccio Speradisole.

      1. Virginia Raggi, candidato M5s a Roma, lavora per lo studio legale che difese Previti. E magari ha pure le calze turchesi.

        1. La gatta da pelare resta, calze turchesi a parte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: