IL SINDACO IN GABBIA

IL SINDACO IN GABBIA

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I candidati nella Capitale in caso di dissenso saranno sanzionati con l’espulsione e una procedura di richiesta di danni per 150mila euro; persino l’eventuale sindaco non è immune da tali sanzioni.

Jacopo Iacoboni sulla Stampa di oggi racconta di un documento di tre pagine relativo alla campagna per il sindaco di Roma del MoVimento 5 Stelle, e punta l’attenzione su un paragrafo “punitivo” per il candidato che violi le regole nel codice che gli aspiranti devono firmare, con una multa da 150mila euro da firmare all’atto della notifica della contestazione formale.

II documento si articola in dieci punti e Gianroberto Casaleggio – attraverso la faraona romana, Roberta Lombardi – ha preteso che i candidati del M5S alle elezioni per il Campidoglio lo firmassero. È un decalogo brutale ed eloquente politicamente, pur nella sua impugnabilità giuridica, perché commissaria di fatto il futuro candidato sindaco del M5S, e i consiglieri eletti, vincolandoli totalmente alla volontà, nell’ordine, di Casaleggio, del suo staff e del direttorio. Da queste pagine che pubblichiamo si capisce che gli eletti del M5S a Roma non avranno nessun potere decisionale, che ogni autonomia locale dei territori – tanto sbandierata fin dalla fondazione del Movimento – è disattesa, e soprattutto che al minimo dissenso dall’asse Casaleggio-direttorio saranno sanzionati con l’espulsione e una procedura di richiesta di danni per 150mila euro; persino l’eventuale sindaco non è immune da tali sanzioni. Immaginate una situazione del genere in una città come Roma e avrete dinanzi lo spettro del caos. Naturalmente la cosa potrebbe essere impugnata da molti punti di vista, ma il senso politico di questa scrittura privata è chiaro: mentre stanno concedendo «libertà di coscienza» sulle unioni civili – contraddicendo la regola storica del Movimento, che vuole negli eletti dei meri portavoce, non dei rappresentanti «senza vincolo di mandato» – Casaleggio e Di Maio imbavagliano in toto il Movimento romano.

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Il documento pubblicato dalla Stampa con le regole per le candidature del M5S a Roma (8 febbraio 2015)

Racconta la Stampa che a lavorare al documento è stata Roberta Lombardi, e il documento ha una serie di punti non meno eclatanti di quello della multa:

Al punto 9b (Sanzioni) si sancisce che «il sindaco, ciascun assessore o consigliere assumono l’incarico etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice», naturalmente, «con decisione assunta da Beppe Grillo o Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online» – una procedura non trasparente né verificabile. In sostanza Casaleggio potrà «dimissionare» in ogni momento il sindaco di Roma, se vincesse il M5S. Interessanti le regole sul «personale di supporto». Dopo i casi di familismo, o le clientele che il M5S ha ampiamente accolto dentro di sé tra collaboratori e portaborse, la soluzione è quasi peggiore del male: «Le proposte di nomina *** dei collaboratori (7b) dovranno preventivamente esser approvate dallo staff coordinato dai garanti del M5S» (ossia Grillo e Casaleggio). Cruciale (ci torneremo meglio in altra occasione) la regola del punto 4a: «Lo strumento ufficiale per la divulgazione delle informazioni e la partecipazione dei cittadini è il sito wwwbeppegrillo.it/listeciviche/roma». In pratica tutto il traffico social o non (e anche i video televisivi dei romani) deve esser convogliato sul sito proprietario, che poi ci guadagnerà in pubblicità secondo il sistema rpm (revenue per mille visualizzazioni). Dalla popolarità, poniamo, di un Di Battista, o di un eventuale sindaco romano, o di un Di Maio, si avvantaggerà economicamente Casaleggio.

E anche per le proposte di amministrazione e le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a un parere tecnico legale dello staff del M5S.

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8 Risposte

    1. Caro Mario,
      non condivido con te le gioie di sconfitte eventuali, anzi mi adopereri perché ciò non capitasse.

    2. In un articolo de “La Stampa” ci viene spiegata, in maniera dettagliata, la natura del M5S e le sue finalità.

      A quanto si legge queste finalità non hanno nulla a che fare con l’ambizioso progetto di cambiare veramente il nostro paese.

      Tutti noi lo avevamo capito che il M5S non vuole governare, non vuole fare politica in maniera seria ma vuole solo, come si dice a Roma, “buttarla in caciara” .

      Noi possiamo solo essere dispiaciuti per quelle persone che, in buona fede, hanno creduto nella bontà del progetto pentastellato .

      “…..Prima cosa: ancor prima del boom del M5S, la Casaleggio ha costruito una quindicina di – chiamiamole così – webstar, da Di Battista a Fico, gente con un milione di iscritti su facebook, che è tenuta a concedere di pubblicare ogni proprio video sul sito di Grillo. Se Dibba fa una performance dalla Gruber, la deve mettere sul sito di Casaleggio. I video non vengono caricati su youtube (che non accetta caricamenti con monetizzazione di video protetti da copyright), ma su un altro servizio di cloud storage di video, che non ha evidentemente ancora stipulato accordi con le tv italiane e le società di produzione. A questo servizio la Casaleggio paga una quota per ricevere in cambio dei ritorni pubblicitari dagli spot che partono prima del video, e dai banner (attraverso Adwords o altre piattaforme di monetizzazione pubblicitaria). Per ogni video caricato e visto la Casaleggio incassa in percentuale una quota stimabile fino ai mille euro e oltre per ogni video visualizzato almeno centomila volte (dati variabili). Cosa che a suo tempo fece infuriare moltissimi parlamentari M5S, che però non hanno mai avuto la forza di stoppare questo meccanismo.

      Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio. Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media. Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio – lavorava nella redazione del suo programma – e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello; soprattutto Matteo, fratello di Filippo, storico braccio destro di Casaleggio, un passato anche da boy scout. Belotti è diventata collaboratrice di Luca Eleuteri, uno dei soci della Casaleggio (l’altro è Mario Bucchich; da non molto si sono aggiunti il programmatore storico della Casaleggio, Marco Maiocchi, e un uomo di marketing che collaborava con Casaleggio già in Webegg, Maurizio Benzi).

      I tre che gestiscono il blog e le pagine social della galassia Casaleggio controllano tutto il giorno il trend di viralità dei contenuti pubblicati, attraverso le analisi comparate dei dati (usano insights di facebook e Google analytics). Con l’incrocio semplicissimo di questi due strumenti, sanno in ogni momento quanto stanno guadagnando. Le webstar politiche fanno fare soldi all’azienda. Un berlusconismo 2.0.

      C’è però un’altra cosa in cui i «ragazzi» eccellono, e Dettori è bravissimo, la profilazione. È un loro divertimento sapere: chi si collega a un video, da dove, con quale software, quale browser, qual è la sua età e i suoi interessi. Non è proprio The Circle di Dave Eggers – l’azienda è troppo piccola; quello è il sogno. “

      http://www.lastampa.it/2016/02/11/italia/politica/la-struttura-delta-della-casaleggio-ecco-tutti-i-nomi-e-come-funziona-KjOs99jXDHs6JbhPBP5uAM/pagina.html

    1. Caro Mario,
      non condivido con te le gioie di sconfitte eventuali, anzi mi adopereri perché ciò non capitasse.

    1. Caro Mario,
      non condivido con te le gioie di sconfitte eventuali, anzi mi adopereri perché ciò non capitasse.

  1. Denunciare Casaleggio per salvare la libertà dei Cinque stelle
    di Avv. Venerando Monello – 9 febbraio 2016 in In evidenza, Prima pagina
    Torino Cronaca Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del Movimento 5 stelle, incontra a Torino gli imprenditori della rete ConfAPRI Nella foto: Gianroberto Casaleggio Foto Marco Alpozzi – LaPresse 15 04 2013 Turin News Gianroberto Casaleggio, co-founder of the “Movimento 5 stelle”, meet in Torino businessmen in ConfAPRI network In the picture: Gianroberto Casaleggio

    La scelta, di Grillo e della Casaleggio e associati, di far sottoscrivere un accordo pattizio ai candidati dei cinque stelle alle prossime amministrative romane, con la possibilità di addebitare agli stessi una penale di almeno 150mila euro, non è più una questione endoassociativa che attiene alla violazione di democrazia e di pluralismo interni al movimento. È una questione che riguarda tutti! Perché soffoca alla radice la libertà di pensiero, di azione politica e di rappresentanza. Spezza il legame tra elettori e candidati, a vantaggio di un controllo totale sugli eletti realizzato da una s.r.l..

    Questo così detto decalogo elettorale, che vedremo meglio più avanti, è un vero e proprio contratto contra legem. Al futuro candidato viene persino sottratta la possibilità di negoziarlo, può soltanto scegliere se aderire o non aderire. Proprio come avviene per i contratti con molte compagnie che forniscono, a pagamento, servizi ai consumatori. Un contratto per adesione insomma, con tanto di clausole vessatorie neanche palesate come tali.

    È composto da dieci punti (che in realtà sono nove perché dal punto sette salta al punto nove), che impongono regole in totale spregio ai principi e alle libertà democratiche costituzionalmente garantiti in materia di rappresentanza politica, così gravi che non sarebbe peregrino ipotizzare persino la violazione della legge Spadolini che disciplina le associazioni segrete. In quanto la Casaleggio s.r.l. tenterebbe di realizzare un controllo, illegittimo, diretto su organi amministrativi di rilevanza costituzionale (L. n. 17/1982, Art. 1: Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall’articolo 18 della Costituzione, quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale).

    Certo, qualcuno obietterà che la Casaleggio s.r.l. non è una associazione segreta. Ma la Casaleggio e associati è una società che ha per finalità sociale la produzione e la vendita di servizi software e hardware ed altre attività correlate. Non ha nel proprio oggetto sociale quello di essere il dominus di un movimento politico al quale imporre le linee politiche da seguire. Pertanto, l’attività di condizionamento politico non rientra, e non potrebbe, tra quelle statutarie di una società di capitali. Ecco emergere, dunque, alcuni di quegli elementi che caratterizzano i profili della nozione della segretezza. Probabilmente, una apposita indagine sul punto meriterebbe di essere meglio approfondita dagli organismi a ciò deputati. Qui siamo molto ben oltre il partito azienda di Berlusconi.

    Ma vediamo più nel dettaglio il contratto.

    La prima anomalia è prevista al punto 1. Il candidato non potrà fare campagna elettorale per sé stesso, ma dovrà farla a favore di tutti i candidati della lista, anche destinando all’uopo eventuali contributi elettorali ricevuti. In sostanza, dall’interpretazione letterale, non potrebbe neanche chiedere il voto per sé stesso. In barba al principio di concorrenza tra candidati nelle competizioni elettorali.

    Al punto due, invece, si palesa, a mio avviso, la più grave delle irregolarità contrattuali. Stabilisce che “Le proposte di atti di alta amministrazione e le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico-legale a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle, al fine di garantire che l’azione amministrativa degli eletti M5S avvenga nel rispetto di prassi amministrative omogenee ed efficienti, ispirate al principio di legalità, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa di cui all’art. 97 della Costituzione”.

    A differenza degli atti politici, gli atti di alta amministrazione sono soggetti all’obbligo di motivazione previsto dalla legge sulla trasparenza amministrativa (L. n. 241 del 1990), e si caratterizzano come atto a forte valenza fiduciaria, che non comporta l’esclusione dell’obbligo di motivazione. La Casaleggio così si sostituirebbe alla pubblica amministrazione, senza essere tenuta, a differenza della prima, agli obblighi e alle garanzie di legge che regolano l’azione amministrativa. È qualcosa di una gravità abnorme.

    In sostanza la Casaleggio avoca a sé tutte le scelte più importanti che i futuri amministratori, Sindaco e Giunta compresi, dovranno compiere. Dagli appalti pubblici, alla gestione delle municipalizzate, dal piano regolatore, alla revoca di un assessore, solo per fare alcuni esempi. Tanto che al punto 6 prevede già l’utilizzo, in assenza di regolare bando di gara, di un non meglio precisato sistema che l’amministrazione dovrà subito utilizzare: “Dovrà essere adottato LEX per discutere le proposte di delibera o di regolamento a livello comunale non appena attivo anche per il comune”. Con l’espressione: “le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico-legale a cura dello staff”, si intende esautorare il ruolo dell’avvocatura comunale, ed affidare tale, delicatissima, funzione allo studio legale di fiducia della Casaleggio e associati.

    Sarebbe la privatizzazione di Roma Capitale.

    Al punto 3 stabilisce che “Il Sindaco, gli Assessori e i consiglieri del M5S dovranno operare in sintonia con i principi del M5S, con gli obbiettivi sintetizzati nel programma del M5S per Roma Capitale, con le indicazioni date dallo staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle”. Ma chi fa parte dello staff di coordinamento? Da chi é stato eletto? Qual’è il limite della sua “influenza”? Domande che non hanno, allo stato, alcuna risposta. Se non quella che arriva dall’eco dei regimi totalitari.

    Il tentativo della Casaleggio di ambire a realizzare un controllo personale e totale dell’amministrazione di Roma Capitale si palesa al punto 4: “La costituzione dello “staff della comunicazione” delle strutture di diretta collaborazione politica degli eletti, sarà definita da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio in termini di organizzazione, strumenti e scelta dei membri […]”.

    Non solo si sottrae agli eletti (compreso il Sindaco) il diritto di scegliersi liberamente e fiduciariamente il proprio staff di collaboratori, ma addirittura al punto 7 chiarisce che “Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle”. In buona sostanza il duo Grillo-Casaleggio, in tema di comunicazione, si sostituirà persino agli uffici comunali già esistenti.

    Al punto 9 vengono fissate le modalità di valutazione degli eletti, attraverso un meccanismo di votazione in rete, che non presenta nessuna garanzia di verifica finale. Tutto viene lasciato al controllo della Casaleggio s.r.l. senza possibilità di un successivo controllo da parte di un revisore terzo. In totale spregio, oltre che alla tanto brandita trasparenza, anche alla libertà che gli eletti hanno rispetto al vincolo di mandato.

    Infine al punto 10, per chiudere in bellezza, l’amara ciliegina sulla torta. Agli eletti sarà comminata una sanzione pecuniaria di almeno 150mila euro qualora, nell’esercizio delle proprie pubbliche funzioni, disobbedissero alle, illuminate quanto intrinsecamente democratiche e plurali, richieste della Casaleggio e associati.

    Ai candidati (futuri amministratori) viene imposta una “convinta adesione” al Movimento 5 Stelle. La cui natura sembra tipica più di quelle organizzazioni settarie che di una formazione politica. La cui violazione comporta “l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S”, con la conseguenza che, in tale ipotesi, verrà comminata ai futuri amministratori capitolini, una sanzione “quantifica in almeno Euro 150.000” a titolo di danni all’immagine in favore del movimento. Ovvero dei suoi proprietari. L’intento è evidente. Si vuole aggirare il divieto di vincolo di mandato, per poter scegliere una classe dirigente ciecamente obbediente e senza alcuna agibilità politica. Tanto varrebbe che la Casaleggio chiedesse direttamente la facoltà di non candidare nessuno riservandosi l’opzione, a seguito della assegnazione dei seggi ottenuti sulla base dei voti raccolti dal Movimento 5 Stelle, di nominare direttamente dei suoi fiduciari.

    Certo ci si indigna a leggere questo cosiddetto decalogo. Ma l’indignazione da sola, oggi, non basta più. Non è più sufficiente la denuncia pubblica dell’operato di questi opachi imprenditori che, cavalcando l’antipolitica e lo stato di frustrazione di chi in buona fede spera in una migliore res publica, arricchisce soltanto i propri bilanci societari. Non possiamo più fingere di non sentire il tanfo di regime che emana dal Movimento. O continuare a pensare che ciò che accade all’interno dei cinque stelle è qualcosa che riguarda solo loro. Riguarda tutti noi. Riguarda l’intera comunità, italiana ed europea. Si rende, a mio avviso, necessario un agire.

    Per questo motivo, ho deciso di fare. Fare qualcosa che anche i partiti democratici potrebbero promuovere se il sospetto di interesse mirato – magari da parte di certa stampa -, o l’accusa dei cinque stelle di voler impedire la loro partecipazione al confronto elettorale, non si abbattesse su di loro.

    Ho deciso di impugnare, davanti al Tar del Lazio, la presentazione delle candidature di tutti coloro che firmeranno il decalogo per le elezioni amministrative di Roma. L’intento non è certamente quello di escludere dalla competizione democratica i candidati dei cinque stelle, ma costringere la società di capitali Casaleggio e associati a desistere dal far sottoscrivere ai futuri amministratori di Roma un contratto illegale che li imprigionerebbe politicamente. Ciò che il ricorso alla magistratura intende realizzare è poter consentire ai candidati del Movimento di presentarsi all’elettorato senza con ciò rinunciare a tutte quelle prerogative e garanzie costituzionali e di legge che l’ordinamento giuridico gli riconosce. Una imprescindibile tutela democratica che vale sia per loro, sia per tutti noi.

    Avv. Venerando Monello

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