LA FAVOLA DELLA QUERCIA E DEL DIAVOLO

LA FAVOLA DELLA QUERCIA E DEL DIAVOLO

quercia-di-nottoria-norcia-01Una leggenda sarda testimonia come il simbolo “paterno” e protettivo della quercia, sia radicato nell’immaginario collettivo.

Un giorno il diavolo si recò dal Signore dicendogli: «Tu sei il signore e padrone di tutto il creato, mentre io, misero, non possiedo nulla. Concedimi una signoria, pur minima, su una parte della creazione: mi accontento di poco».

«Che cosa vorresti avere?» chiese Domineddio.

«Dammi, per esempio, il potere su tutto il bosco» propose il diavolo.

«E sia» decretò il Signore «ma soltanto quando i boschi saranno completamente senza fogliame, ovvero durante l’inverno: in primavera il potere tornerà a me».

Quando gli alberi e le foglie decidue dei boschi seppero del patto, cominciarono a preoccuparsi, e con il passare del tempo la preoccupazione si mutò in agitazione. «Che cosa possiamo fare?» si domandavano disperati. «A noi le foglie cadono in autunno».

Il problema pareva insolubile quando al faggio venne un’idea: «Andiamo a consultare la quercia, più robusta e saggia e di noi tutti la più anziana. Forse lei troverà un espediente per salvarci».

La quercia, dopo aver riflettuto gravemente, rispose: «Tenterò di mantenere le mie foglie secche sui rami finché sui vostri non spunteranno la foglioline nuove. Così il bosco non sarà mai completamente spoglio e il demonio non potrà avere alcun dominio su di noi».

Da allora le foglie secche della quercia, coriacee e seghettate, rimangono sui rami per cadere completamente soltanto quando almeno un cespuglio si è rivestito di foglie nuove.

 

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8 Risposte

  1. Che bella non conoscevo la storia! L’ astuzia serve sempre,ma a volte non facile esserlo! Bacione 😊

    1. Carissima,
      è vero, l’astuzia serve, ma anche la voglia di proteggere gli altri. E qui entra in campo la saggezza.
      Grazie, e un abbraccio di cuore. Spera.

  2. La favola del colibrì ; solidarietà e saggezza
    Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all’avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà.
    Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l’incendio stava per arrivare anche lì.
    Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento.
    Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme.
    La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere l’incendio!”.
    Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?” e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua.
    A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco.
    Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme.
    Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume.
    Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell’antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell’aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco.
    A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. Con l’arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio poteva dirsi ormai domato.
    Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco.
    Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D’ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo”.

    http://www.365giorni.org/la-favola-del-colibr%C3%AC.html

    1. Carisima Roberta,
      A forza di dire grazie diventerò anche pesante, ma ogni volta mi emozioni con qualcosa di bello e “saggio”.
      Una favola bellissima per insegnare con belle parole la “saggezza” ai piccoli, ma anche ai grandi.
      Soprattutto ai grandi che, invece di coltivare il bene comune, almeno in un primo tempo e dopo l’esempio dei più piccoli, mettono da parte le discordie e salvano se stessi ed il loro paese.
      Una favola che se fosse applicata alla poltica, ci solleverebbe da tante beghe, intrighi, malumori, rancori. Invece assistiamo a pochezze e a miseri pensieri che guardano solo i propri piedi, o al massimo il proprio orticello.
      Un grazie enorme, ed un abbraccio. Spera.

  3. Pensa se la metà dei soldi che usiamo per fare la guerra o altre schifezze simili fosse destinata alla ricerca medica e sociale … a volte mi piace sognare.

    1. Carissima,
      magari fosse così, ma oltre la saggezza, spesso manca la solidarietà. E manca anche la capacità di collaborare per la salvezza di tutti, senza ammazzare nessuno e senza prevaricare a danno di altri.
      Sognare fa bene, senza i sogni la vita sarebbe un ….inferno.
      Ciao, un grande abbraccio. Spera.

  4. C’era una volta un bellissimo e meraviglioso giardino. Era situato ad ovest del paese, in mezzo ad un grande regno. Il Signore, di questo giardino, aveva l’abitudine di farvi una passeggiata ogni giorno specie quando il caldo della giornata era più forte. C’era in questo giardino un bambù di d’imponente aspetto. Era il più bello di tutti gli alberi del giardino. Il Signore amava questo bambù, più di tutte le a ltre piante. Anno dopo anno, questo bambù cresceva e diventava sempre più bello e possente , Il bambù sapeva bene che il Signore lo amava e che si compiaceva della sua bellezza . Un giorno, il Signore, molto pensieroso, si avvicinò al suo albero amato,il grande albero felice e come segno del suo amore , chinò la sua chioma verde in riverenza.Il Signore gli disse:- ” Caro bambù, ho bisogno di te “.. Sembrò al bambù che fosse venuto il giorno più bello di tutti gli altri giorni, il giorno per cui era nato, il giorno che aveva aspettato per poter ringraziare per tutto l’amore e la cura sino a quel giorno ricevuta .Con grande gioia, ma a bassa voce, il bambù rispose:- “O Signore, sono pronto. Fa di me l’uso che vuoi “-.”Bambù” – disse il Signore, e la voce era seria – “per usarti devo abbatterti!”. Il bambù rimase spaventato, molto spaventato e gli chiese:- “Abbattermi, Signore? Abbattere me, che hai fatto diventare il più bell’albero del tuo giardino? No, per favore, no! Usati di me per la tua gioia, Signore: ma per favore, non abbattermi”.–“Mio caro, caro bambù”- disse il Signore, e la sua voce divenne più seria.- “se non posso abbatterti, non posso usarti”-. Nel giardino ci fu un gran silenzio. Il Vento non soffiava più. Gli uccelli non cantavano più.Lentamente, molto lentamente il bambù chinò ancor più la sua testa meravigliosa. Poi sussurrò: ” Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, fa di me quello che vuoi, e abbattimi”.-“Mio caro bambù”- disse di nuovo il Signore – “non devo solo abbatterti, ma anche tagliarti le foglie e i rami “-. “O Signore” – supplicò il bambù – “non farmi questo! Lasciami almeno le foglie e i miei rami!…”.La voce del Signore,ancora una volta disse – “Se non posso tagliarti, non posso usarti…”.Allora il sole si nascose e gli uccelli ansiosi volarono via,una farfalla inorridita . Il bambù tremò e disse con la voce appena appena udibile: “Signore tagliali”.-“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso far questo non posso usarti”.-Il bambù non poté più parlare. Si chinò solo fino a terra in segno di sottomissione e consenso.Così il Signore del giardino abbatté il bambù, ne tagliò i rami,ne levò le foglie, lo spaccò in due e ne estirpò il cuore. Poi delicatamente, il Signore dispose l’amato bambù a terra. Un’estremità del tronco la collocò alla fonte; l’altra la diresse verso il suo campo arido. La fonte dava l’acqua: l’acqua si riversava sul campo che l’aveva tanto attesa. Poi fu piantato il riso; i giorni passarono, la semente crebbe e venne il tempo della raccolta.Così il meraviglioso bambù in tutta la sua povertà ed umiltà,divenne realmente una grande benedizione. Quando era ancora grande e stupendo, viveva e cresceva orgogliosamente solo per se stesso e amava la propria bellezza la propria forza .Ora,spezzato e distrutto … era diventato un canale che il Signore usava per rendere fecondo e rigoglioso il suo regno. Lui stesso era contento,poiché dissetava quel terreno arido,sentiva quel riso parte di se “Se il chicco di grano non muore ,non può portare frutto “… E noi … fratello sorella … ed anche tu che stai leggendo … sei disposto a farti usare da Dio per l’avanzamento del suo regno? La messe è grande e gli operai sono pochi .. lasciamoci cambiare ed rimodellare affinché possiamo essere canali di benedizione …

    1. Grazie Giuseppe.
      Mi hai mandato questo commento per email e l’ho visto solo oggi. Scusami del ritardo e grazie ancora.
      Un abbraccio. Speradidole.

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