LE METAFORE E LA POLITICA

LE METAFORE E LA POLITICA

metaforaLe metafore sono dappertutto, anche se di solito non ce ne rendiamo conto, perfino l’affermazione «le metafore sono dappertutto» è una metafora, perché utilizza un avverbio di luogo per alludere a una realtà concettuale. Ma quando si dice «sono dappertutto» non si esagera esse sono nel diritto, nella psicoterapia, nella pubblicità, ovviamente nella letteratura.

Dappertutto e, certo, anche in politica. E proprio in questo campo, più che in altri, oggi viviamo l’epoca delle troppe metafore, delle metafore sbagliate, delle metafore tossiche.

Basta sfogliare un quotidiano per verificarne l’abnorme proliferazione. Braccio di ferro tra Atene e Berlino, apriamo un tavolo, c’è qualche mela marcia, i cespugli del centro, il teatrino della politica, abbassare la guardia, il colpo di spugna, franchi tiratori, gogna mediatica, macchina del fango, staccare la spina, scontro tra falchi e colombe.

Si potrebbe continuare a lungo, ma anche solo questo rapido esempio ci illustra il discorso politico di oggi, molto ricco di immagini, ma poco di idee.

Le metafore politiche, analizzate dal punto di vista etico, si dividono in due categorie: molte sono strumenti di manipolazione e ottundimento dell’intelligenza individuale e collettiva; altre un formidabile mezzo di trasformazione del reale. Le prime costituiscono uno degli indici più affidabili per misurare lo svuotamento del linguaggio; le seconde sono uno strumento potente per evocare le emozioni e per coinvolgere i cittadini nel progetto di cambiamento della società.

La spropositata quantità di metafore è solo una parte del problema. L’altro fondamentale aspetto riguarda la qualità delle metafore e l’orizzonte di senso che esse sono in grado di produrre.

Anche se è difficile stilare classifiche e graduatorie, in ambito come questo, sembra impossibile negare che la più potente e, per certi aspetti, devastante della metafora politica italiana degli ultimi decenni sia quella berlusconiana della discesa in campo.

Nel famoso discorso preregistrato del 26 gennaio 1994, Berlusconi annuncia la sua intenzione di darsi alla politica.

Conviene leggerla per intero:

«Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare».

Un’annotazione preliminare va fatta sull’uso dell’allitterazione ho scelto di scendere. Il sostantivo scelta, il verbo scegliere, sono parole potenti, che alludono a una dimensione di valori umani alti e nobili. La locuzione scendere in campo, per via del suo allineamento con scelta si presenta come un’espressione carica di dignità e coraggio.

Il capolavoro di comunicazione politica è però nella selezione della metafora propriamente detta.

Le squadre scendono in campo era l’espressione con cui per decenni i telecronisti e radiocronisti sportivi avevano narrato il momento iniziale, carico di eccitazione, di una partita di calcio, in particolare della nazionale. Non si dimentichi, in proposito, che il nome assegnato da Berlusconi al suo movimento politico fu proprio ‘Forza Italia’ e che i suoi aderenti furono definiti azzurri, con una diretta e non equivoca alla maglia della nazionale.

E’ bene sottolineare che in un paese come l’Italia, con le sue differenze tra Nord e Sud, con la diffidenza e spesso il senso di estraneità che caratterizzano i rapporti tra abitanti di regioni diverse e lontane, uno dei pochi profili identitari che riguardano la stragrande maggioranza della popolazione è costituito proprio dalla passione calcistica e dal tifo per la nazionale.

La metafora discesa in campo era in grado di agire, e di fatto agì, mettendo in moto un potente quanto inconsapevole senso di appartenenza.

È indubbio che quella metafora fosse un puro strumento di manipolazione collettiva. Era, infatti, fine a se stessa. La sua forza non scaturiva da un progetto politico, ma da una geniale intuizione mediatica.

In breve tempo, tutti, alleati e avversari, giornalisti e commentatori, hanno presa a usarla ossessivamente fino alla nausea.

Fino all’assurdo capovolgimento elaborato in occasione delle elezioni politiche del 2013. Molti ricorderanno come il senatore Monti, lanciandosi in un’avventura politica dalle premesse discutibili e dagli esiti sfortunati, ebbe a dire e ripetere varie volte di aver preso la decisione di «salire in politica». La bizzarra espressione prendeva dichiaratamente spunto dalla metafora berlusconiana della discesa in campo, per rovesciarla e negarne il contenuto.

Laddove Berlusconi scendeva, Monti saliva. La prima espressione è una geniale metafora, la seconda un gioco di parole, una elaborazione fredda ed intellettualistica, priva di qualsiasi forza persuasiva o capacità di coinvolgimento.

Un’altra metafora efficace quanto quella della «discesa in campo» è quella del «mettere la mani nelle tasche degli italiani». Anche questa frase evoca e dà forma a qualcosa di già presente nella mente dei destinatari: la percezione del fisco come qualcosa di aggressivo, intrusivo e rapace. Un borseggiatore, cioè un ladro, che ti infila le mani in tasca e ti toglie quello che è tuo.

Nel medesimo orizzonte concettuale si colloca la metafora della cosiddetta ‘pressione fiscale’. È un’espressione che sembra neutra e invece non lo è affatto.

Pressione è una forza esercitata su una superficie circoscritta. Allude alla limitazione della libertà, comunica un senso di costrizione, rimanda all’idea di qualcuno che ti sta schiacciando.

È nell’apparente neutralità di questa espressione che si nasconde la sua forza. Essa, come quella della discesa in campo, ha segnato, per diversi anni una supremazia politica che era anche e soprattutto una supremazia linguistica. Tutti gli avversari di Berlusconi, infatti, sono stati inchiodati per anni al tentativo, fallito di disfare la potenza comunicativa delle sue metafore. Tutti hanno recepito i suoi schemi linguistici e, nel tentativo di contestarne i deboli argomenti politici, non hanno fatto altro che confermare il perimetro linguistico da lui definito e, dunque, la sua centralità politica.

Le metafore manipolatorie e tossiche non si contrastano con la loro negazione, ma con l’elaborazione di altre metafore, capaci anch’esse di evocare strutture interiori e definire diversi quadri di riferimento.

Ecco un esempio di come George Lakoff, (docente all’Università di Berkeley) costruisce un’articolata metafora per proporre un modo diverso di pensare alle tasse e al dovere di pagarle:

“Pagare le tasse significa fare il proprio dovere, versare la propria quota di iscrizione per vivere negli Stati Uniti. Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagarne la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da baseball. E qualcuno lo deve pulire. Forse non usiamo il campo da squash, ma comunque dobbiamo pagare la nostra parte. Altrimenti nessuno farà la manutenzione e il circolo andrà in rovina. Quelli che evadono le tasse, come le società che si trasferiscono alle Bermude, non pagano quello che devono al loro paese. Chi paga le tasse è un patriota. Chi le evade e manda in rovina il suo paese è un traditore”.

I progressisti italiani, purtroppo, non hanno la capacità di costruire metafore convincenti e solidamente etiche. Nel discorso politico della sinistra sono invece numerosi gli esempi di metafore mal fatte e, dunque, inefficaci o addirittura controproducenti.

Si pensi all’impostazione retorica dell’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. I suoi interventi sono effettivamente ricchi di metafore. Si tratta però di immagini fiacche; capaci tutt’al più di strappare un sorriso.

Particolarmente infelice e dannosa, fra le metafore bersaniane, è quella del partito-ditta. Fra i sinonimi di “ditta”, sul vocabolario, si trova la parola azienda ed è impossibile non annotare come, per lunghi anni, il partito-azienda per definizione sia stato Forza Italia.

Poca differenza semantica fra partito-azienda e partito-ditta e una certa imprudenza linguistica per il capo del principale partito della sinistra, erede di una grande tradizione ideale. Un partito non è, o non dovrebbe essere un’impresa commerciale o industriale. Soprattutto non lo dovrebbe essere un partito di sinistra, ipoteticamente portatore di valori in contrasto con un’idea della politica intesa come un grande mercato. Ne fosse o meno consapevole il suo creatore comunicava e accreditava un’idea politica come mercato elettorale nel quale ciascun gruppo politico offre un programma ai cittadini come un’impresa vende le proprie merci alla massa dei consumatori.

Il problema è che le metafore di Bersani, come ha chiarito Umberto Eco, spesso non sono metafore in senso tecnico, ma esempi paradossali. Giochi di parole.

Si pensi a battute come «con tre prosciutti non ci vengono fuori un maiale», per manifestare scetticismo sulla tenuta di una legge finanziaria. Oppure all’immagine di «una mela attaccata al ramo, che viene giù quando c’è un cestino nuovo che la prende su», per cercare di enunciare il concetto di consenso durante la campagna elettorale per le primarie. O ancora la famosa ma criptica espressione: «so anch’io che c’è tanta gente che preferisce un passerotto in mano piuttosto che un tacchino sul tetto, però questo è un condono» usata per criticare ipotesi di accordo sul rientro, previa tassazione agevolata, di capitali illecitamente esportati in Svizzera.

Ognuno può giudicare dell’efficacia o meno di questi giochi linguistici. La questione è che Bersani rivendicava il carattere consapevole, deliberato, potremmo dire strategico delle sue scelte linguistiche. Egli affermava di aver elaborato un proprio stile, per renderlo «un tipo di linguaggio pieno di metafore dal tratto popolare, alternativo al vecchio e spesso incomprensibile politichese».

Bersani, per molti versi politico di ottima qualità, competente e onesto, è riuscito solo a costruire giochi di parole, a volte paradossali, quasi sempre inefficaci. Bersani diceva la verità sugli obiettivi della sua politica e sui mezzi per conseguirla. Dire la verità però non basta, se non la si dice in modo persuasivo, facendo percepire il proprio punto di vista, il proprio sistema di valori. Usare le metafore è una forma retorica difficile non basta provare con buone formule. Farlo è difficile e richiede talento.

E il talento non manca all’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, incline a un uso della metafora piuttosto diffuso, quanto mai disinvolto. In particolare, Renzi sembra prediligere metafore che alludono a una soluzione energica dei problemi. Le riforme, per esempio, vanno approvate con la forza di un «caterpillar» o di «un rullo compressore»; gli avversari, siano Forza Italia o la minoranza interna, vanno «asfaltati». E naturalmente, la vecchia classe dirigente del Pd va «rottamata».

È con la metafora della rottamazione che Renzi si è imposto all’opinione pubblica come il rinnovatore del gruppo dirigente e, più in generale, della classe politica. Ma cosa c’è dietro questa metafora così fortunata e così discussa? Qual è, se c’è, il sistema di valori? Qual è, se c’è, la prospettiva morale? Cosa significa, nella sostanza, al di là del superficiale riferimento al linguaggio della pubblicità automobilistica? Difficile sostenere che questa metafora sia munita di forza trasformativa. Di capacità di convogliare energie morali. Molto più facile cogliere il coacervo di risentimenti che esso evoca: io ce l’ho con quello che è vecchio, voglio sbarazzarmi di persone come ci si sbarazza di vecchi meccanismi; la mia spirazione non è di costruire un mondo nuovo, ma di ottenere una macchina nuova.

Si tratta di una metafora sostanzialmente violenta e di gusto discutibile, in quanto applica a persone ciò che si fa per oggetti inanimati. Non è un caso che Renzi da un certo momento in poi l’abbia abbandonata, quando, peraltro, era ormai entrata a far parte, proprio come quella discesa in campo, del lessico politico quotidiano.

(Tratto e riassunto da: “Con parole precise – breviario di scrittura civile”, di Gianrico Carofiglio)

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10 Risposte

  1. “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare” diceva il primo e, forse per un refuso ha detto un NON voglio vivere di troppo,certo intendeva: Voglio vivere in un paese…
    Il secondo che “voleva salire in politica”, ha trovato la salita troppo ardua, (non per lui personalmente, perché un anziano signore gli ha regalato un munifico vitalizio pagato dai contribuenti), ma per i sui seguaci che si sono in seguito dileguati.
    Bersani era troppo impegnato a smacchiare il giaguaro, a spendersi per vincere primarie assolutamente superflue e perdere poi le elezioni, trovando poi sulla sua strada 101 eroici figli di p****** che lo stroncavano.
    Quanto al “rottamatore” troppo impegnato a cercare alleanze con i Nazareni per realizzare riforme che svuotino le certezze conquistate in tanti decenni dal mondo del lavoro e sopprimano il diritto di voto sostituito dalla nomina di personaggi funzionali al mantenimento del potere, anche per lui e per i suoi sodali, arriverà velocemente il tempo della rottamazione. Sarà molto arduo trovarlo, ma “Ci sarà un giudice a Berlino”.

    1. Carissimo Sileno,
      io non ho tante certezze come te. Non so se il mondo del lavoro debba o meno restare inchiodato agli anni ’70 o se si possa modernizzare. Non so se le alleanze con i Nazareni o con Verdini sia una cosa giusta, so solo che questo paese deve riconquistare la fiducia in se stesso e non lo si può fare piangendosi addosso, rimpiangendo il passato.
      Voglio ritrovare la speranza che avevo negli anni ’60, anni che ho vissuto anch’io con grande gioia, quando mio padre ha potuto finalmente comprarsi una vespa.
      Voglio vivere quello che mi resta, senza i rancori che sento un giro e senza le critiche spesso ingiustificate e soprattutto ingiuste di certi giornali e di certi commentatori. Voglio il rispetto delle persone e delle idee, senza denigrare nessuno.
      E per me Renzi è uno di noi, uno che se va ad un concerto sta in mezzo al pubblico, ma nello stesso tempo è capace di rappresentare il paese, anche all’estero.
      Non trovo nessuno che possa sostituirlo a sinistra.
      E finché non si presenterà qualcuno che mi soddisfi di più, a sinistra, vorrò che Renzi resti dov’è.
      Un grande abbraccio. Spera.

      P.S. Il tutto di cui sopra senza metafore.

  2. Ottima analisi della metafora usata in politica, questa di Carofiglio. Peraltro mi trova d’accordo su molti punti, come l’analisi del linguaggio di Berlusconi e del conseguente fenomeno del berlusconismo. Penso che anche per Monti e per Bersani siano valide analisi e conclusioni.

    Poi c’è il nostro attuale Premier. Anche lui usa metafore come quella della “rottamazione” ma non sono affatto convinto che l’abbia abbandonata perché “violenta e di gusto discutibile”, come conclude Carofiglio. Propendo nel pensare che avendo fatto patti con i potenziali “rottamandi” della destra più o meno berlusconiana, patti che gli hanno consentito, in Parlamento, di ottenere voti e sostegno altrimenti negati dai così detti “gufi” del suo stesso partito, abbia accantonato il progetto. Insomma, gli fanno comodo lì dove stanno ed ancora per lungo tempo!

    Quindi, ritengo sarebbe interessante riflettere ulteriormente sulle “metafore politiche” renziane e, “analizzate dal punto di vista etico” una ad una, capire se definirle “strumenti di manipolazione e ottundimento dell’intelligenza individuale e collettiva” oppure “un formidabile mezzo di trasformazione del reale”.

    Propendo per la prima ipotesi, ovviamente. Confortato, tuttavia, da quello che sembra proprio un diffuso e persistente “ottundimento dell’intelligenza individuale” che ha colto l’elettorato di centrosinistra e l’opinione pubblica in generale.

    Per fare un esempio: qualcuno si ricorda le manifestazioni di piazza e la protesta in rete, accompagnate dallo slogan “No alla legge bavaglio”?

    Ecco, oggi la “narrazione” renziana della politica, ci dice che questo Governo, grazie ad una delega in bianco del Parlamento, sta realizzando ciò che a Berlusconi non era riuscito (l’ennesima porcata, peraltro!!).

    Ecco, tutti zitti, nessuno fiata, contenti addirittura! Ottundimento o masochismo consapevole?

    Ciao Spera, buona serata.

    1. Caro Carlo,
      La differenza tra la legge sulle intercettazioni di Berlusconi e quella di Renzi, è che il primo voleva limitarne l’ uso nelle indagini. Pretendeva che i magistrati ricorressero a quello strumento solo in presenza di determinati reati (terrorismo e mafia). Il secondo invece lascia totale libertà ai magistrati di intercettare durante le indagini, chiede solo che i quotidiani non pubblichino le conversazioni da parte di soggetti non indagati e prive di qualsiasi rilievo penale. Il gossip, in altre parole.
      Non è razionale?

      Trovo che la narrazione sia molto importante anche in politica, e che usare metafore che esemplificano bene il pemnsiero sia una capacità linguistica non da poco. A mio avvisdo quelle di Berlusconi sono state studiate appositamente da personaggi che si intendono di psicologia e altro, tipo manipolazione delle masse, mentre quelle di Renzi le trovo spontanee, chiare, quelle che noi diciamo spesso anche nella nostra vita quotidiana.
      Non ne riscontro la tossicità, come in quella ripetuta all’infinito, di mettere le mai in tasca agli italiani. Quella è davvero pessima ed è la trovata di Tremonti.
      Un abbraccio. Spera

    2. Carissimo Carlo,
      comunque la si pensi, questo è un gran bel pezzo di buona scrittura.
      Un abbraccio.

      E a proposito di legge bavaglio, ti lascio questo pezzo di Emanuele Macaluso (che non mi pare sia di destra):
      LE INTERCETTAZIONI E LE GRANDI INCHIESTE

      I grillini imbavagliati per protestare contro la legge sull’intercettazione segnalano un degrado del parlamento italiano che ebbe inizio con i leghisti quando issarono il cappio contro Craxi.

      Non stupisce il fatto che gran parte dei giornali non avvertano questo degrado. Stupisce, invece, che un quotidiano come La Repubblica non solo considera queste manifestazioni come segno di dissenso ma avalla le posizioni di quei giornalisti i quali dichiarano che solo le intercettazioni senza limiti consentono di fare inchieste sulle magagne di certi settori della politica.

      Ma mi chiedo e chiedo: le grandi inchieste de l’Espresso come anche quelle de l’Unità e di altri giornali, sulla mafia, sul banditismo, sui Comuni di Roma, Napoli, Palermo, sulla Federconsorzi, sull’opera del generale Di Lorenzo e di Segni nel 1964 (Scalfari e Jannuzzi finirono imputati per le loro inchieste), su Sindona, sulla P2, eccetera, si fondarono forse sulle intercettazioni? Niente affatto.

      La verità è che oggi le “inchieste” giornalistiche si fanno con il culo sulla sedia e con la lettura delle intercettazioni che transitano dai tavoli di alcuni pm a certe redazioni. È, forse, questo il giornalismo d’inchiesta che un grande giornale come La Repubblica deve difendere?

    1. Purtroppo per te, Spera non legge quel quotidiano. Purtroppo! Su quello di oggi c’era un bellissimo articolo di Travaglio, altro giornalista che Spera non stima, il quale proponeva l’elenco delle cose fatte da questo Governo, come se fossero state fatte da quello precedente. Tipo: Berlusconi ha fatto approvare la legge bavaglio; Berlusconi si accinge a modificare la Costituzione, ad abolire le elezioni per il Senato, a trasformare la Camera in un luogo per nominati. Ancora: il premier Berlusconi ha minacciato la seconda carica dello Stato; il premier Berlusconi abolisce l’art. 18, ha varato un decreto urgente contro le assemblee sindacali; il premier Berlusconi ha aumentato le pene per furti e scippi e diminuito quelle per gli evasori fiscali; il premier Berlusconi ha promesso di abolire la tassa sulla prima casa… insomma, un lungo elenco di cose, concludendo, alla fine:

      Ah no scusate, mi avvertono che il premier non si chiama Berlusconi!

    2. Caro Mario,

      Finalmente un’inchiesta giornalistica del Fatto contro Renzi. Peccato che, dietro al titolo, manchi la sostanza

      “Fallimenti, debiti e prestiti: da papà Tiziano a papà Lotti, così nacque il Giglio Magico”, titola in prima pagina il Fatto, in amorosa sintonia con il Giornale (“Tutte le carte sul papà di Renzi”). Bene, abbiamo pensato, finalmente un’inchiesta giornalistica che non guarda in faccia a nessuno, che scava e scopre fatti nuovi, che mette alle corde il potere incontrollato del ducetto di Rignano. D’accordo, questa cosa di dare addosso ai parenti per colpire l’avversario non è particolarmente elegante (è una tecnica praticata abitualmente dai regimi totalitari e dalle organizzazioni mafiose), ma pazienza, l’importante è andare alla sostanza.
      Peccato che la sostanza non ci sia. Tanto per cominciare, non di un’inchiesta giornalistica si tratta – e pensare che al Fatto lavorano anche alcuni professionisti regolarmente iscritti all’Ordine – ma dell’abituale volantinaggio di carte giudiziarie prodotte dall’accusa. In altre parole, stiamo leggendo le opinioni di un pm: la difesa non esiste e non ha voce, e naturalmente non esiste neanche la sentenza, che negli stati di diritto è l’unico fatto che conta.

      E vabbè.

      Il tema è il destino della Chil Post, una società appartenuta a Tiziano Renzi su cui sta indagando la Procura di Genova. E che cosa ha scoperto la Procura di Genova in mesi e mesi di duro lavoro sfociati in tremila pagine di documenti e carte? Per non sbagliare, citiamo con scrupolo dall’articolo del Fatto, cioè direttamente dal sottoscala della Procura: “La vicenda, al netto dei risvolti penali…”, “la posizione di Tiziano Renzi potrebbe finire archiviata”, “anche su questo punto la Procura ligure non sembra vedere risvolti penali…”, “probabile che la posizione [di Tiziano Renzi] sarà archiviata”, “Niente di illegale, ma pare emergere…”. Pare emergere, capito? Proprio come Nessie, il mostro di Loch Ness.

      Il fatto quotidiano.

      La creatura medicale portentosa pensata e cucita sui misura per gli scontenti cronici, frustrati e complottisti.
      Ad uso esterno non è indicata per persone con un minimo di senso critico.
      Da usare con cautela
      Se usato in eccesso può portare al tifo calcistico ultras e inibire le capacità discriminatorie tra cio’ che è vero e tra cio’ che si vorrebbe fosse la realtà descritta sul nemico ( Da qui la frustrazione )
      Nella letteratura medica popolare viene infatti anche conosciuto come falso quotidiano.
      Per i pazienti cronici intelletualnente onesti ed illibati,costruttori di trazzere pendenti, alla prima comparsa di dubbi nella lettura del quotidiano recarsi subito ad acquistare un libro di Gomez o Travaglio o Barbaceto.
      In alternativa Lillo ma a piccole dosi.

  3. Questa non è una metafora………………Legge #bavaglio: il Pd realizza il sogno di Berlusconi

    1. E allora perché Berlusconi e la sua banda votano sempre contro?

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