SENTENZE

Non hai urlato, scalciato, graffiato. È così, per Legge, i tuoi stupratori sono innocenti

ABUSED

Ci sono sentenze che sono lapidi sulla tomba della giustizia. Sentenze che si appoggiano sulla testa della vittima e restano lì, pesantissime, col loro carico di legalità (ché quella mica la stiamo a discutere) come un marchio d’infamia a imperitura memoria. Da qualche giorno una di queste ha stabilito che se non urli, non sbraiti, non tiri calci pugni e graffi come una gatta arruffata, mentre un paio (almeno) di maschi col testosterone imbizzarrito ti stuprano, non si può dimostrare che questo paio (almeno) di maschi abbiano abusato di te. E va a finire che loro, che pure ti hanno risarcita economicamente per il danno subito, vengano prosciolti da ogni accusa.

Succede che un paio di anni fa, nell’afa estiva dell’Emilia, un gruppo di ragazzi, di quella che viene riconosciuta come la Modena bene, decida di organizzare una festa nella villa con piscina di uno di loro. Succede anche che in una festa in piscina se non ci sono i bikini di qualche femmina da occhieggiare ci si rompa parecchio a fare delle vasche. E succede pure che se ci sono delle ragazze, e se non ci sono in giro dei genitori, la Coca Cola venga allungata con il rum e la Lemon con la vodka… E per gli astemi ci sia anche un po’ di fumo. Tutto normale ci si appropria della libertà degli adulti e dei loro più o meno presunti privilegi approfittando della loro assenza.

16 anni li abbiamo avuti tutti e le prime sbornie, le peggiori di tutta la vita, si sono prese nella completa incoscienza dei propri limiti. Io mi ricordo le mie, di sbornie, e ricordo ancor meglio le amiche con cui le prendevo. Eravamo un bel gruppo, eravamo unite, ci spalleggiavamo e ci coprivamo ma qualunque cosa fosse successa nessuna di noi sarebbe stata lasciata sola quando non era in grado di reggersi sulle gambe. Ma io son stata ragazzina tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 e a ripensarci oggi sembra passata un’era geologica. Mi ricordo delle feste a casa di qualche amico di un’amica, senza piscina, che io di amici bene non ne ho mai avuti (e per fortuna). Mi ricordo che una delle discriminanti che ci faceva decidere se andare o no a quella festa era capire se ci sarebbe stato anche il tipo che ci piaceva (spesso a tutte contemporaneamente). Mi ricordo di risate alcoliche oltre ogni buongusto e buonsenso e mi ricordo di mal di testa da prendere a craniate il muro il giorno dopo.

Non mi ricordo, e non perché la mia memoria vacilli, di nessuna di noi chiusa in una doccia che scivola lungo la parete di quella stessa doccia mentre un paio (almeno) di bei cristi se la passano a turno. “Dài che questa è una che ci sta e poi non capisce niente, guarda come è fuori”. Vero: è fuori, cotta di alcol e hashish. Talmente fuori da vivere quello che gli psichiatri chiamano fenomeno di derealizzazione: una specie di presa di distanza del cervello dalla realtà, quando questa è troppo agghiacciante e spaventosa per poter venire accettata. È talmente fuori, questa tipa (che ha appena 16 anni) che non oppone resistenza a mani invadenti e membri ingombranti di eccitazione. Non urla, non piange, non scalpita e non graffia: “Dai, ci sta”… E poi magari domani neanche si ricorda. E invece, vestita del suo costume e della sua vergogna, lei capisce poco dopo cosa le è successo. Lo capisce al punto da non poter prendere sonno, dal chiamare le amiche e confidarsi con loro e, alla fine, decidere di raccontare tutto alla sua mamma. Che resta di pietra, finge calma, ma impazzisce di rabbia e di dolore per quello che un manipolo di bellimbusti ha fatto alla sua bambina.

Non è facile denunciare una violenza, lo è ancor meno quando sei costretta ad ammettere che eri fuori, che avevi bevuto e ti eri intorpidita il cervello con qualche canna. Non è facile perché inevitabilmente ti scontri con chi pensa che, alla fine, te la sei un po’ cercata. Che se a una festa diventi la ragazza del gruppo, vuol dire che sei una di “quelle” e la denuncia del giorno dopo è solo un tentativo goffo e disperato che tiri su per riverginarti imene e coscienza.

Nonostante tutto vai e denunci, mentre la tua città che è grande come uno sputo quando si tratta di appenderti addosso cartello di infamia, ti guarda con un insopportabile ironico disprezzo. Perché quelli che hanno abusato di te sono dei bravi ragazzi e se tu non avessi voluto farci sesso avresti potuto molto semplicemente dire di no. E se non sei stata in grado di farlo, peggio per te. La prossima volta bevi di meno. Mica è colpa di un maschio se approfitta di una femmina… Che poi chiamalo maschio uno che approfitta di una femmina.

Tant’è, tu vai avanti, ti fai la tua battaglia in Tribunale, ti sottoponi a perizie e controperizie, parli con psichiatri, psicologi e magistrati. Racconti la tua storia e provi a non ondeggiare nella fiducia: ti crederanno, tu sai che stai dicendo la verità. E in qualche modo lo crede anche il giudice che per le infinite pagine della motivazione della sentenza, che assolverà i tuoi stupratori, riconosce l’onestà delle tue parole. Solo che non ci sono le prove: “Se è vero che il comportamento passivo della vittima – si legge nelle motivazioni della sentenza – e il fatto che scivolasse nella doccia avrebbero dovuto indurli a sospettare che la stessa avesse perso la lucidità necessaria per presentare un valido consenso all’atto sessuale è altrettanto vero che l’assenza di azioni di respingimento e di invocazioni di aiuto avrebbero potuto ingenerare la convinzione che la 16enne fosse consenziente”.

Tanto basta per proscioglierli e smacchiargli la fedina penale. Per le coscienze no, non c’è sentenza, non c’è magistrato, non c’è perizia che possa ripulire l’infamia di avere abusato di una donna, del suo sesso e della sua dignità.

(L’HUFFINGTON POST)

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6 Risposte

  1. Cara Spera,
    cosa vuoi commentare. Mi chiedo quando accadono certe cose, perchè la stampa si ostini con quel termine figli della Milano Bene, Torino bene, Modena bene. Bene cosa?
    Sono famiglie disgregate che, quanto non divise o divorziate sono disgregate o allungate. famiglie dove contano solo i soldi. Bene, allora scriviamo: appartenenti a una di quelle cosiddette famiglie bene (in apparenza), in realtà famiglie sbandate, con prole viziata, drogata e ubriacona, come nella fattispecie, Infatti il bellimbusto è figlio, nientepopodimeno che, del famoso…Dr. Prof. Comm. …..abitante in Via….che, credendo in virtù dell’appartenenza a un categoria di professionisti, magari di grido, di avere disco verde per commettere qualsiasi soverchieria. Naturalmente se fosse il figlio di un semplice operaio, vai con la notizia, sparata in prima pagina con l’indirizzo e l’elenco analitico di tutti gli appartenenti ai due rami familiari.
    In quanto alla giudice, cosa non si farebbe per apparire in cronaca.
    Mutatis mutandi anche stavolta.

    1. Carissimo Gerry,
      è vero c’è poco da dire, ma qualcosa sì. Perché in queste nefandezze sono sempre le donne a rimetterci. Cosa voleva questa corte che ha giudicato il caso in esame, che la ragazza fosse squartata? Potesse fare vedere a gambe aperte a mo’ di visita ginecolofica , che era stata stuprata?
      E poi si parla di violenza contro le donne e la si condanna, a voce, o per dimostrare chissà che, forse che si è dalla parte delle donne?
      Tutta fuffa, i maschi quando debbonbo giudicare sono tutti compatti.
      Questi episodi mi amareggiano molto e mi fanno anche parlare ingiustamente, perchè condanno tutti gli uomini allo stesso modo, anche se so perefettamente che non tutti sono uguali. Ma da un corte giudicante mi aspetto giustizia, non visite ginecologiche a dimostrazione.
      Un abbraccio. Spera.

  2. Cara Spera, alla nefandezza dell’atto e della sentenza si aggiunge come dice Gerry:” se fosse il figlio di un semplice operaio, vai con la notizia, sparata in prima pagina con l’indirizzo e l’elenco analitico di tutti gli appartenenti ai due rami familiari.
    In quanto alla giudice, cosa non si farebbe per apparire in cronaca “.
    E non ne parliamo se fosse un extracomunitario ….

    1. Carissima Roberta,
      è verissimo, coi soldi, la notorietà e la sfrontatezza si può comprare la dignità di una ragazza. Ma la corte che ha giudicato dove mette la sua dignità?
      Ciao carissima, un abbraccio.

  3. Ripeto quello che ho scritto sotto un post simile sul mio blog…io,da donna, ho paura ad uscire di casa perchè in Italia non ho una legge che tutela l’incolumità della mia persona.

    Se vi va aiutatemi a crescere sono nuova e alle prime armi.Passate se vi va https://benvenutonelmiomondo.wordpress.com

    1. Certamente, Raffaella,
      ti ringrazio per essere uscita dal guscio. Verremo a trovarti con piacere.
      Ciao.

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