GLI SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO

GLI SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO

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[Made in Italy Il lato oscuro della moda – Giò Rosi – Anteprima Edizioni.

La schiavitù esiste ancora, nelle fabbriche cinesi ma anche nel cuore della vecchia Europa. Gli schiavi del terzo millennio sono lavoratori della moda, di un’industria che confeziona lussuosi capi di abbigliamento per le vetrine delle nostre eleganti boutique. “Made in Italy” racconta un mondo di intollerabile miseria e sopraffazione, e lo fa con completa cognizione di causa, poiché l’autore (che scrive, come è ovvio, sotto pseudonimo) lavora da anni in questo settore, ha conosciuto carnefici e vittime, ha visto con i propri occhi gli squallidi luoghi in cui si produce gran parte del nostro lusso. Giò Rosi ci accompagna nelle fabbriche di uno Stato fantasma fondato sull’illegalità chiamato Transnistria. poi in Romania (dove, se gli indigeni pretendono troppo, si possono sempre importare operai dalle zone più povere dell’Asia), in una prigione bulgara convertita in fabbrica senza che si noti troppo la differenza, e in molti altri luoghi ancora. Dopo aver letto questo libro, sarà più difficile comprare certi costosi capi “firmati” facendo finta di niente. Alla ribellione morale si aggiungerà l’amara consapevolezza che questo vergognoso mercato di esseri umani non solo favorisce i calcoli di imprenditori senza scrupoli, ma danneggia l’intera industria italiana e il consumatore. Sotto la griffe si nasconde l’antica realtà dell’avidità umana.]

LA CHIMICA E’ DI MODA

Troppa chimica nell’armadio,  L’abbigliamento nasconde oltre mille sostanze sintetiche che – soprattutto nelle zone di maggior frizione e sudorazione – vengono ceduti alla pelle e possono causare dermatiti, disturbi respiratori e addirittura tumori.

Al primo posto ci sono i pesticidi, diserbanti, fertilizzanti,antiparassitari usati nella filiera produttiva delle fibre di derivazione animale e vegetale, come cotone, lana, seta e lino.

Il bagno nella chimica  prosegue con i ftalati usati per realizzare le stampe plastificate, i prodotti per il fissaggio (tra cui molte resine che liberano formaldeide) – cioè quei trattamenti che conferiscono sofficità, mantenimento della piega, impermeabilità o resistenza dei colori – e termina con la “spruzzata” di conservanti, antiuffa, ignifuganti e biocidi usati durante il trasporto. Per tutte queste sostanze esistono norme stringenti dell’Ue che ne limitano le concentrazioni a cui si aggiungono i controlli alla dogana per i prodotti extra-europei.

BIANCO E’ MEGLIO

Un’altra minaccia arriva dai coloranti. In materia sono state emanate molte legislazioni nazionali  che hanno bandito quelli contenenti le ammine aromatiche, rivelatesi cancerogene. I coloranti tollerati  per legge possono comunque  causare dermatiti  allergiche o irritative.

Il problema sta nel fatto che variano continuamente  e molti di essi non sono compresi  negli elenchi ufficiali. I colori più a rischio sono i cosiddetti “dispersi” (giallo, blu, rosso, arancio) impiegati per tingere fibre sintetiche  o miste. Sono da preferire  i toni chiari e il bianco, soprattutto per l’intimo, evitando gli abiti troppo stretti  che aumentano lo sfregamento sulla pelle. In caso di reazioni allergiche  è bene consultare il medico di fiducia segnalando il caso al Nas  e all’Associazione  tessile  e salute (www.tessilesalute.it)) che da anni monitora  sistemi e sostanze usati nel tessile.

RIMEDI CASALINGHI

La maggior parte dei pericoli si elimina con l’acqua. È buona regola lavare i capi nuovi, prima di indossarli, così come all’aria per un’intera giornata quelli lavati a secco. Occhio anche all’etichetta prima dell’acquisto, che per legge deve dichiarare con quali fibre è fatto il capo. Quando non vengono indicate per esteso, le fibre sono espresse in sigla: le più diffuse sono. Co (cotone), Pes  (poliestere), Li (lino), Pa (nylon), Wo (lana), Pan (acrilico), Se (seta), Pp (polipropilene), Cv (viscosa), El (elastan).

È meglio scegliere le fibre naturali sia per permettere alla pelle una migliore traspirazione sia per evitare di imbattersi nei colori dispersi.

COMPRARE EUROPEO

Privilegiare il Made in Italy è parzialmente un’illusione perché la legge 55/2010 (la cui efficacia è stata, tuttavia, sospesa di una circolare dell’Agenzia delle dogane) consente di apporre questa dicitura sui prodotti tessili per i quali almeno due delle fasi di lavorazione abbiano avuto luogo in Italia.  Per un capo fatto integralmente fuori basta farlo stirare e attaccarci i bottoni a Milano o metterci un tessuto di provenienza nostrana (sarà poi vero?) per fargli avere a tutti gli effetti l’etichetta Made in Italy. In ogni modo è meglio scegliere prodotti realizzarti in Italia e in Europa, perché il loro impatto ambientale è controllato e regolato. In aiuto possono venire alcuni marchi che indicano il rispetto di precisi criteri ecologici, come Ecolabel e Oeko-Tex – Fiducia nel tessile. Non fa male  anche una sbirciata al sistema Rapex, sul sito http://ec.europa.eu, che  periodicamente segnala i prodotti di consumo dichiarati pericolosi.

Un interessante libro inchiesta “Made in Italy – Il lato oscuro della moda” scritto da Giò Rosi (pseudonimo di un addetto ai lavori nel settore) racconta i retroscena della moda italiana: schiavi moderni piegati dieci ore al giorno sulle macchine da cucire, abiti che devono costare poco alle aziende a scapito della qualità. Una ragazza rumena guadagna circa 3.000 euro l’anno, una bulgara ne prende 1.700, una della Transnistria  ne porta a casa 1.300, forse 1.500 compresa la tredicesima, se la prende. Altri bacini di miseria sono in Europa dell’Est, Nord Africa e Asia, dove si trova l’ottanta per cento dei prestigiosi nomi del Made in Italy.

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13 Risposte

  1. Grazie per queste importanti rivelazioni, mai avrei immaginato la pericolosità sanitaria di tanto “made in Italy” prodotto da tanti schiavi in ogni angolo del mondo globalizzato per arricchire smisuratamente i ricchi e tra i ricchi possiamo metterci pure noi delle generazioni ” baby boom”
    Ciao Spera

    1. Purtroppo noi che godiamo di queste bellezze “Made in Italy” non teniamo conto delle tragedie che comportano, per come sono stati impostati i guadagni immensi di queste case di moda non solo italiane, ma anche italiane, guadagni ottenuti a scapito della salute e della vita delle persone che hanno l’unico difetto di essere povere.
      Non più tardi di ieri si è registrata l’ennesima tragedia in un paese poverissimo, il Bangladesh, dove si lavoravano tessuti: oltre 400 morti.
      http://it.euronews.com/2013/05/01/primo-maggio-in-bangladesh-dopo-la-tragedia/
      Ciao carissimo, un abbraccio.

  2. jean Jaques Rousseau da qualche parte, un bel po’ di
    secoli fa diceva così:

    …e,
    quanto alla ricchezza, che nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comprare
    un altro, e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi…

    ….
    se volete dunque che lo stato sia saldo, avvicinate il più possibile le
    condizioni estreme; non tollerate ne opulenti ne pezzenti. Questi due stati,
    naturalmente inseparabili, sono ugualmente
    funesti al bene comune; dall’uno escono i fautori della tirannide, dall’altro i
    tiranni: è sempre fra loro che si compie
    il traffico della libertà pubblica; l’uno la compra e l’altro la vende….

    Noi,
    oggi, siamo ben oltre…

    1. Hai ragione, noi siamo oltre….
      Ciao.

  3. Cara Spera, tocchi un tasto…, io lavoro nel tessile da una vita, li conosco quasi tutti quelli che producono nel quarto mondo per poi rifilarti un paio di Jeans a 200 euro benchetivada.

    Negli ultimi trentanni hanno decuplicato il loro parco macchine e barche, sono degli ignoranti patetici che hanno visto la possibilita’ di sfruttare i diseredati di mezzo mondo.

    Ora e’ di moda parlare di Bangladesh per il crollo, ma ci sono pure:
    Cina (prodotto finito)
    Pakistan (filature e tessiture)
    Ceylon (confezioni)
    Tunisia e Marocco (lavanderie)
    Vietnam (calzature, geox produce tutto la’)
    Romania (calzature e pellami)
    India (sportswear e camiceria)

    Lo stipendio piu’ alto in tutti in questi paesi non e’ mai piu’ di 150 dollari americani, perche’ se fosse 151 le aziende delocalizzerebbero anche da quei posti.

    La Nike ha spostato la meta’ della propria produzione dalla Cina al Vietnam, in Cina gli stipendi erano troppo alti.

    Ciao
    Zac

    1. Quando ho letto questo piccolo libro sono rimasta malissimo. Non è possibile che dietro ad un capo di moda ci sia tanta fatica, e tanta schiavitù.
      Ora adesso nel terzomillennio un secolo che sarà pieno di innovazione e di miracoli ci si permette di trattare le persone come merce da lavoro se non peggio.
      Altro che civiltà.
      La tua testimonianza è preziosa, visto che conosci bene l’ambiente. Grazie.
      E’ inconcepibile che coloro che sono già ricchi non siano mai sazi. Che se ne fanno di tutte queste “cose” e di tutti quei soldi, per quante generazioni accumulano?
      Ma il mondo è così: cattivo e ingiusto e noi contribuiamo a questa schiavitù quando portiamo in giro le nostre “borsette”, “magliette”, “scarpette”, eccetera, tutte griffate.
      Ciao Zac, un abbraccio.

  4. PURTROPPO CONOSCO QUESTA TRISTE REALTA’,IN TOSCANA CI SONO MOLTE AZIENDE FAMOSE,MA UNA IN PARTICOLARE CHE DA IL LAVORO IN ROMANIA E QUI E’ RIMASTO LO SPACCIO E POCHE OPERAIE CHE METTONO I MARCHI MADE ITALY,I CAPI SONO A PREZZI ESORBITANTI, TRE ANNI FA HA SUBITO UNA DENUNCIA UN PAIO DI SANDALI DA 1500 € AVEVANO DEL CARTONE NELLA SUOLA E ALLA PRIMA PIOGGIA SI SONO ROTTI.
    POSSIAMO IMMAGINARE CHE ANCHE NEGLI ABITI I COLORI NON SIANO IDONEI.
    CIAO SPERADISOLE UN ABBRACCIO LIDIA.

    1. VEDI, BASTA IL NOME PER FARE “QUALITA'”, POI QUANDO SI VA A VEDERE DI CHE SI TRATTA, TROVIAMO DEL CARTONE NELLE SUOLE DELLE SCARPE.
      LE INDUSTRIE TESSILI DA NOI CHIUDONO ANCHE SE NON SONO IN PERDITA, LO FANNO PERCHE’ VOGLIONO GUADAGNARE SEMPRE DI PIU’, MA SULLA PELLE DELLA GENTE.
      HO BEN PRESENTE ANCHE LA FABBRICA “OMSA” CHE DA FAENZA E’ ANDATA IN SERBIA. DA ALLORA NON COMPRO PIU’ NULLA DI QUELLA MARCA. SARA’ POCO MA SE SMETTESSIMO DI COMPRARE LE COSE PERCHE’ SONO DI MODA, ANCHE QUEL MERCATO DI SCHIAVI FORSE NON AVREBBE PIU’ RAGION D’ESSERE.
      CIAO CARISSIMA, UN ABBRACCIO.

  5. Gli schiavi del terzo millennio…

    La schiavitù esiste ancora, nelle fabbriche cinesi ma anche nel cuore della vecchia Europa. Gli schiavi del terzo millennio sono lavoratori della moda, di un’industria che confeziona lussuosi capi di abbigliamento per le vetrine delle nostre eleganti …

  6. non voglio entrare nel merito del post che ha scritto, ma solo
    ringraziarLa per una pagina del web che vorrei vedere più spesso
    per la chiarezza dell’informazione. Applausi.

    Le auguro un sereno weekend.
    Edo

    1. Grazie Edo. Di tutto.
      Ciao

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