IL MERITO SENZA UGUAGLIANZA E’ UNA TRUFFA

IL MERITO SENZA UGUAGLIAZA E’ UNA TRUFFA

meritoC’è una parola fantasma che si aggira per l’Italia, passa di bocca in bocca, entra nelle pieghe di ogni discorso, che fa da premessa ad ogni ragionamento, che olia gli ingranaggi di qualsiasi riflessione sul “rinnovamento” italiano. E’ il fantasma del “merito”.

Se ogni italiano potesse avere un euro per ogni volta che si evoca il merito, avrebbe il merito di diventare ricco senza alcun merito, esattamente come molti ricchi che ad ogni passo ci sventolano la parola “merito” sotto  il naso.

Si pensa che la satira prenda le parole della politica per stravolgerle e ribaltarle in paradosso. Si tende a sottovalutare invece come sia la politica a rubare materiale alla satira. Lo adatta alle sue esigenze  ed ai suoi disegni.

Pochi sanno che la parola meritocrazia deriva da un’opera satirica del 1958, The Rise of Meritocracy 1870-2033, autore Michael Young, che smascherava e derideva la balzana idea di una società basata solo sul merito. La meritocrazia risultava così come la campana a morto della democrazia: non più un governo del popolo, ma il governo dei migliori.

Già, migliori a fare cosa?

Se stiamo decollando o atterrando con un aereo, un caro ed accorato pensiero andrà al merito. Anche se non ci pensiamo, ci auguriamo che il pilota sia un tipo in gamba, così come il chirurgo che ci opera o come l’autista dello scuolabus di nostro figlio, o il macchinista del treno. Il merito, inteso come capacità di fare bene quello che si sta facendo, insomma, è un dato di fatto che si dà per acquisito, cui la popolazione tiene parecchio, se non altro per autodifesa.

Il discorso si fa più complesso quando, nell’attuale situazione italiana, a reclamare il merito sono le classi dominanti. Esse non invocano mai il merito per sé, (danno per scontato che, abitando in cima alla piramide sociale, il loro merito sia conclamato), ma per tutti gli altri, per quelli che potrebbero, eventualmente, un giorno,  prendere il loro posto.

Il paradosso del merito, così come oggi viene sbandierato, è molto istruttivo. Si tratta, sulla carta, di far progredire i migliori. Ma a decidere chi siano i migliori è la struttura gerarchica già in essere.

Un vecchio sindacalista, Bruno Trentin, faceva notare in un suo articolo sull’Unità del 2006, la funzione antisindacale degli assegni di merito nella struttura retributiva del mondo operaio. Un premio per i puntuali, per chi non sciopera, per chi non pianta grane, per chi non si mette in malattia nemmeno con la febbre a 40, per chi accetta senza fiatare un aumento dei tempi. Merita di più, invece, chi sa fare, non chi ubbidisce.

Se dalla fabbrica passiamo ad un qualunque ufficio dell’Italia moderna, in quel terziario avanzato che arretra, nella modernità dei contrattini a scadenza, dove fior fiore di laureati maneggiano solo fotocopiatrici, il merito viene valutato secondo questi parametri: disponibilità a lavorare oltre l’orario, disponibilità a restare a casa qualche settimana o mese  tra un contratto e l’altro, svolgimento di mansioni da lavoratore dipendente anche senza le garanzie previste, disponibilità a sostituire, con forte riduzione di diritti e salario, i lavoratori espulsi. Non c’è dubbio che, per l’azienda, queste cose siano un gran merito e che il ritornello “premiare il merito” abbia qui una sua diretta ed incontestabile validità.

Il premio al merito, in questo mondo moderno della flessibilità,  non è più, come diceva Trentin, una aggiunta paternalistica a un diritto di base, ma il rinnovo del contrattino.

Se si assiste ai convegni, assemblee e congressi dei giovani imprenditori italiani, che sono tra i più sfegatati sostenitori di: “Premiare il merito”, “Riconoscere il merito”, “Valutare il merito”, “ Il paese è fermo perché non si tiene nella dovuta considerazione il merito”, e se si scorrono  i cognomi dei così tanto indignati, si scopre che, nove volte su dieci, il merito della loro invidiabile condizione sociale è attribuibile alla rendita di posizione, all’eredità del babbo o del nonno che hanno fondato l’azienda, ai soldi di famiglia. Insomma ai meriti e alle posizioni di privilegio di altri.

Un paese ereditario, dove il 40% degli architetti ha il padre architetto, dove le farmacie si tramandano da padre in figlio come nelle corporazioni medioevali, dove fare il notaio è una missione impossibile per chi non sia figlio di notai, si sta accapigliando per imporre la parola il merito. Tutti sono ubriachi di meritocrazia.

In questo paese l’ascensore sociale è fermo perché è completo, è occupato dalla nomenklatura e la gente normale usa le scale, faticosamente e sbuffando e mentre arranca gradino dopo gradino si sente gridare da chi sta salendo in ascensore: coraggio, ci vuole merito! La classe dirigente italiana ha poco o nulla a che fare col merito ed è proprio per questo che tra loro la parola merito attecchisce rigogliosa.

La popolazione che non raggiunge i piani alti invoca il merito, il concorso non truccato, la posizione guadagnata per la capacità e non per l’appartenenza alla casta, il duro lavoro anziché la strada spianata. Ne ha abbastanza dei privilegi, delle corsie preferenziali, delle carriere già disegnate. Pertanto, ipnotizzata da una prospettiva di giustizia sociale basata sulla competizione, invoca il merito non sapendo o fingendo di non sapere che il suo merito verrà valutato proprio da chi sta in alto.

Se si prende ad esempio una gara olimpica, i centro metri, e si mette sulla linea di partenza Usain Bolt, il velocista giamaicano, e un giovane di pari età con una gamba ingessata e uno zaino di cento chili sulle spalle, all’arrivo si applaude il vincitore e gli si riconosce il merito della vittoria. Questo perché con la stessa sicumera con cui si invoca il merito, si respinge qualunque riferimento ad una parola antica e desueta, poco moderna e impolverata, nostalgica e ideologica: uguaglianza.

Parlare di merito senza la parola uguaglianza, si configura come una truffa con destrezza. Truffa perché il discorso contiene un oggettivo premio di maggioranza per chi è già favorito per posizione sociale, tradizione familiare, disponibilità economica. È destrezza perché si tenta di convincere chiunque sia appena poco più che totalmente imbecille che il farsi strada nel mondo dipende da lui soltanto, dalla sua capacità, dal suo merito e non dalla struttura della società, dai suoi meccanismi profondamente ingiusti.

In pratica qualunque discorso sul merito che prescinda dal discorso dell’uguaglianza non è altro che un chiaro disegno conservatore, per gli equilibri esistenti.

Periodicamente vengono indicati ai giovani i più fruttuosi e promettenti rami di studio. La laurea, il miraggio della promozione sociale non bastavano più, ci vuole il master, possibilmente il master all’estero, trovandosi poi un esercito di laureati e masterizzati a fare fotocopie in un ufficio, ci si pose il problema delle lauree brevi. Poi si disse che un diploma sarebbe stato meglio, poi si arrivò a dire che un buon lavoro manuale avrebbe pagato di più, soprattutto ora che abbiamo un gran bisogno di piastrellisti, idraulici e infermieri dei quali è assai più facile valutare il merito. E soprattutto meno rischioso per chi potrebbe essere insidiato dalle loro capacità.

Bello eh! Il merito. Ma ci stanno dicendo che c’è un gran bisogno di proletari e non di intellettuali pretenziosi. Gli attacchi al diritto allo studio, i tagli alla scuola e all’università della Gelmini, le ironie della Fornero sui giovani “choosy” che è meglio si accontentino e l’aumento delle rette universitarie (quest’anno il 7% in più rispetto all’anno scorso) dicono proprio questo. Che il merito è una grande tosatura delle insulse pretese della piccola e media borghesia che aspira a diventare ceto medio e viene ricacciata in basso.

Perché non merita.

(Sunto di un articolo di Alessandro Robecchi)

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2 Risposte

  1. Siamo rimasti all’ottocento,quando solo i figli dei padroni potevano studiare,anche se erano somari dovevano per forza proseguire il lavoro del padre.Non è cambiato niente.E la speranza nei giovani che possano cambiare in meglio questo paese con questo sistema viene annullata.
    Ciao speradisole un abbraccio Lidia.

    1. O quantomeno c’è qualcuno, che gode già di privilegi, che ci vuole riportare indietro nel tempo. Vuole annullare tutte le vittorie civili che con tanta fatica i nostri genitori si sono guadagnati.
      Un figlio di povera gente che diventa dottore, un bravo dottore, sai quanta rabbia fa venire in corpo a quella gente lì? Ti rigettano sempre in faccia le tue orgini, come si faceva una volta.
      Gente che odia il progresso e che vorrebbe tornare, come dici tu, alle baronie dell’ottocento.
      Ciao Lidia, un abbraccio

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