ERNESTO CHE GUEVARA

ERNESTO CHE GUEVARA

UN EROE DELLA LIBERTA’

Che Guevara ha la virtù del coraggio. Un modo di essere, un modo di vivere che riempie la forma dell’azione, come l’acqua riempie la brocca.

E’ una virtù, se la virtù è un modo di operare efficace, che dà l’impronta all’azione.

Per gli antichi il coraggio aveva sede nel fegato, quell’organo vitale a cui essi si rivolgevano per leggere il destino: organo liscio e lucido “come uno specchio”, come l’immagine che rinvia dell’uomo cui appartiene, dice Platone nel Timeo, intuendo che nel coraggio c’è tutta l’individualità messa in gioco.

La moderna parola “coraggio” rimanda invece al cuore. Avere coraggio significa avere un cuore saldo.

Il coraggio ha un ruolo chiave nella scena paradigmatica della libertà. Permette di sostenere la sfida e il rischio, sconfigge la paura.

E la paura, come ben sanno tutti i tecnici della politica, è l’emozione che regge l’accettazione dell’ordine, la  nascita della politica come dominio nella modernità.

Per essere liberi bisogna non avere paura di creare disordine, mettere in questione l’ordine che c’è.

La paura, si dice a buona ragione, è un’emozione produttiva, vitale, conservativa della vita.

Ma appunto la vita vale meno della libertà per Che Guevara, per Gandhi, per Mandela, per Garibaldi, personaggi molto diversi ma tutti accumunati da questa prevalenza del sogno di libertà sulla conservazione della vita.

E’ un rovesciamento completo dell’emozione che regge la politica: non per paura si sta insieme, ma per il coraggio della verità che rende liberi.

Il Che, icona del coraggio nella lotta per la libertà, il berretto con la stella, lo sfondo rosso è forse l’immagine più diffusa dell’eroe nella seconda metà del Novecento. Complice la bellezza virile, la barba incolta, lo sguardo intrepido e complici i muovi mezzi di comunicazione: i manifesti, le magliette con la sua faccia stampata, le bandiere, le spille di metallo.

Una batteria di emblemi che lo rievocano negli anni della contestazione giovanile, invitando gli studenti ad imitarlo, le studentesse ad amarlo.

Il medico e rivoluzionario argentino che con un drappello di guerriglieri  sfida l’imperialismo americano, l’amico di Fidel, l’eroe di Cuba.

Ma, mentre la forma dittatoriale che il nuovo ordine assume oscura il mito di Fidel, durato troppo a lungo, Ernesto Che Guevara è fermato, per sempre, in quelle foto, in un’eterna giovinezza.

Non importa che le sue imprese restino misteriose, che i suoi discorsi siano assai poco noti e, quando noti, appaiano opachi e ideologici: il mito si costruisce su un altro binario.

Bastano pochi frammenti di vita vissuta: bastano i viaggi vagabondi in moto, basta il racconto di come, con la sua gloriosa colonna ribelle, sconfigge i soldati di Batista a Santa Clara, arrivando come un liberatore all’Avana; basta la resistenza che lo contrappose al gigante americano, ricco e arrogante, basta che testimoni – con la sua vita di lotta incessante e ancor più con la sua morte, quando, isolato e braccato dai soldati di Barrientos nella foresta boliviana, viene trucidato nella scuola di Higueras – il coraggio di dire di no.

In aggiunta l’intensità dello sguardo.

Eroe epico di una rivoluzione riuscita, morto prima che la sclerosi lo divorasse. Eroe tragico perché appartiene al mondo dei colori netti, del bianco e del nero, dove l’oppositore, il despota, è l’altro, si sa e non si dubita.

Chiarezza e separatezza che riescono soprattutto quando il sogno di libertà riguarda i paesi coloniali, le lotte dei neri, quella degli indiani contro la corona britannica, dell’America Latina contro le figure di burattini indegni ed esosi imposti dalla Cia a guida dei paesi sotto l’influenza americana.

Lotte difficili, anche difficilissime, ma chiare, con postazioni chiare.

Le lotte postcoloniali di oggi rivendicano, non a caso, contro raffinate decostruzioni culturali, di poter utilizzare identità strategiche nette, funzionali al posizionamento nella lotta politica.

Devono ignorare la complessità delle fratture e delle contrapposizioni, per non lasciare che le loro resistenze vengano assorbite dal dominio contro cui si battono, ma che genera e che dà loro forma.

(Tratto e riassunto da “Eroi della liberta” di Laura Bazzicalupo)

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23 Risposte

  1. El Che 🙂 😉 😛

    1. Questo commento mi è piaciuto perchè non è una biografia, ce ne sono tante in rete, ma un pensiero diverso sulla vita di un personaggio di cui si sente parlare spesso, ma che si conosce poco.
      La scrittrice è Laura Bazzicalupo, una docente di filosofia politica nell’Università di Salerno.
      Se insegnasse a Bologna, andrei ad ascoltare le sue lezioni, tempo permettendo.
      Ciao Gabry, un abbraccio.

  2. Bisogna essere duri, senza mai perdere la tenerezza.

    ” Aprendimod a quererte/ desde la historica altura/  donde el sol de tu bravura/ le puso cerco a la muerte.
    Aqui se queda la clara,/ la entranãble trasparencia/ de tu querida prensencia,/ comandante Che Guevara
    Tu mano gloriosa y fuerte/ sopra la historia dispara,/ cuando todo Santa Clara/ se despierta para verte.

    Aqui se queda la clara,/ la entranãble trasparencia/ de tu querida prensencia,/ comandante Che Guevara
    Vienes quemando la brisa/ con soles de primavera/ para plantar la bandera/ con la luz de tu sonrisa
    Aqui se queda la clara,/ la entranãble trasparencia/ de tu querida prensencia,/ comandante Che Guevara.
    Tu amor revolucionario/ te conduce a nueva empresa,/ donde esperan la firmeza/ de tu brazo libertario.
    Aqui se queda la clara,/ la entranãble trasparencia/ de tu querida prensencia,/ comandante Che Guevara
    Seguiremos adelante/ como jiunto a ti seguimos/ y con Fidel te decimos:/ “Hasta siempre comandante!”.
    Aqui se queda la clara,/ la entranãble trasparencia/ de tu querida prensencia,/ comandante Che Guevara

    1. Grazie Zac, ti ringrazio anche se conosco poco la lingua in cui hai scritto questa poesia.
      Amiamo spesso parlare delle persone famose, il CHE è certamente una di queste, ma se interroghiamo per curiosità anche chi porta la sua bandiera, scopriamo che di lui si sa poco.
      E non è un male, l’importante è che si sappia che è un mito della libertà, del coraggio e della chiara scelta di campo.
      Ciao Zac, un abbraccio

      1. Cara, e’ il testo della canzone che l’intero popolo cubano canta ogni giorno, prova a cercarla su youtube, vedrai, e’ un capolavoro di emozioni.

        Nel mio piccolo, ho la malsana abitudine di raccontare la vita e le gesta di Ernesto a persone che ne ignorano le azioni pur indossandone l’effige.

        Ciao,
        Zac

  3. un uomo che credeva in quello che faceva – sarebbe interessante fare una candid camera sulle reazioni dei nostri attuali “eroi politici ” durante la lettura di questa descrizione…ciao

    1. Già, una persona nata per sognare la libertà dalla schiavitù imposta da certi governi destrorsi del Sudamerica, voluti dalla Cia.
      Ci vuole coraggio ad andare contro un colosso tanto forte come quello americano. E’ morto giovane, e il suo mito resiste più di qualsiasi altro morto per la libertà
      La sua moto, la sua ribellione, la sua resistenza sono ingredienti ideali per farne un mito, soprattutto per i giovani.
      Resterà un’icona della libertà. Forse neppure lui romatico sognatore, sognava di restare così famoso nel mondo.
      Ciao Loretta, un abbraccio.

  4. […] https://speradisole.wordpress.com/2011/07/06/ernesto-che-guevara/ Bookmark on Delicious Digg this post Recommend on Facebook condividi via Reddit Share with Stumblers Tweet about it Abbonati ai commenti su questo articolo   […]

  5. Sai che non sono una violenta per natura,ma ci vorrebbe un CHE anche da noi,sbiadirebbe la testa dell’arcoriano e ai suoi scagnozzi.
    Ciao spera a presto Lidia.

    1. Ci vorrebbe anche da noi, è vero. Come vedi il sogno di libertà colpisce tutti.
      Ma non so se uno come il CHE troverebbe seguaci in questo paese. Lui non aveva soldi da dare, ma solo coraggio da vendere. E qui da noi il coraggio manca da un pezzo.
      Ciao Lidia, un abbraccio.

  6. @ Zacforever
    Grazie, ho cercato ed ho trovato, ancora grazie,
    Mi hai dato l’idea ed ho trovata questa di Francesco Guccini.
    Spero solo che il video resti almeno per un po’. Ciao.

    1. Da lacrime.

      Non riesco a incollarti il link, ma cerca su google
      “comandante che Guevara video” e gustati il primo che esce su youtube, quello che comincia con Lui che dice due frasi.

      Ciao e grazie a te,
      Zac

      1. Grazie Zac. Come vedi, l’incorporamento del video è stato disattivato su richiesta dell’utente.
        Per vederlo bisogna seguire la strada che hai indicato tu. Andare su Google, scrivere “comandante che guevara video” e scegliere il primo della lista. Da lì si può vedere, come hai detto tu.
        Ciao.

  7. Curioso e interessante lo spunto tratto da “Eroi della liberta” di Laura Bazzicalupo. Un Che Guevara, tanto amato dai nostri giovani demoproletari per la sua guerriglia contro i Governi reazionari e militari del Sudamerica, dove voleva propagandare e introdurre il modello politico castrista. Non conosco il libro della Bazzicalupo, ma mi piacerebbe sapere se qualcuno sia in grado di dirmi se l’autrice, come molti altri biografi del Che, abbia inserito una dichiarazione del guerrigliero: “Amo l’odio, bisogna creare l’odio e l’intolleranza tra gli uomini perché questo rende l’uomo una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”. E se abbia anche inserito che il Che era, altrettanto, un uomo che ripudiava il confronto democratico con chi non la pensava come lui. E, altrettanto, ricorreva ai campi di concentramento, proprio come fecero… i nazisti! Ne istituì quattro, nell’isola di Cuba: quello di Guanaha dove trovarono la morte migliaia di avversari, quello di Arco Iris, di Nueva Vida e di Capitolo nella zona di Palos, destinato ai fanciulli sotto i dieci anni, figli degli oppositori che, nel lager, venivano così educati ai principi della libertà, della pace e della fratellanza. Questo è il Che Guevara! E mi sorprende che la Bazzicalupo citi nel suo libro: “Non importa che le sue imprese restino misteriose, che i suoi discorsi siano assai poco noti […] Lotte difficili, anche difficilissime, ma chiare, con postazioni chiare.” Eh no, così non è storia completa.

    1. Laura Bazzicalupo è docente di filosofia politica all’Università di Salerno.
      Ha scritto alcuni libri molto interessanti (per esempio “Il governo delle vite”, “Superbia”, “Biopolitica ed economia”).
      Questo libro, da cui ho tratto le parole relative a Che Guevara, si intitola “Eroi della Libertà” Storie di rivolte contro il potere. Ed. Il Mulino, e prende in considerazione alcuni personaggi, ma non ne fa una biografia completa. In questo caso prende in cosiderazione “la virtù del coraggio” e mette Che Guevara a fianco di Garibaldi.
      Nello stesso libro, Laura Bazzicalupo scrive anche di eroi che “difendono la libertà” come Teseo, Giovanna d’Arco, Bruto, Guglielmo Tell, opppure degli eroi “dell’esodo” come Enea e Mosè. Ed ancora la libertà “come fuga dal mondo”, e commenta due eroi dell’astinenza: Diogene e Francesco.

      Grazie del commento, Marco.
      Un abbraccio. Ciao.

  8. Il medico argentino che condusse la rivoluzione cubana organizzò i lager per i dissidenti e gli omosessuali. Questi ultimi furono da lui perseguitati in quanto tali: il “Che” non fu secondo nemmeno ai nazisti. Ecco un ritratto che Massimo Caprara, ex segretario di Palmiro Togliatti, ha descritto del rivoluzionario.

    Con la fuga del dittatore Fulgencio Batista e la vittoria di Fidel Castro, nel 1959, il Comandante militare della rivoluzione, Ernesto “Che” Guevara, ricevette l’incarico provvisorio di Procuratore militare.
    Suo compito è far fuori le resistenze alla rivoluzione. Lasciamo subito la parola a Massimo Caprara (*), ex segretario particolare di Palmiro Togliatti: “Le accuse nei Tribunali sommari rivolte ai controrivoluzionari vengono accuratamente selezionate e applicate con severità: ai religiosi, fra i quali l’Arcivescovo dell’Avana, agli omosessuali, perfino ad adolescenti e bambini”.
    Nel 1960 il procuratore militare Guevara illustra a Fidel e applica un “Piano generale del carcere”, definendone anche la specializzazione. Tra questi, ci sono quelli dedicati agli omosessuali in quanto tali, soprattutto attori, ballerini, artisti, anche se hanno partecipato alla rivoluzione. Pochi mesi dopo, ai primi di gennaio, si apre a Cuba il primo “Campo di lavoro correzionale”, ossia di lavoro forzato. È il Che che lo dispone preventivamente e lo organizza nella penisola di Guanaha. Poi, sempre quand’era ministro di Castro, approntò e riempì fino all’orlo quattro lager: oltre a Guanaha, dove trovarono la morte

    migliaia di avversari, quello di Arco Iris, di Nueva Vida (che spiritoso, il “Che”) e di Capitolo, nella zona di Palos, destinato ai bambini sotto ai dieci anni, figli degli oppositori a loro volta incarcerati e uccisi, per essere “rieducati” ai principi del comunismo.
    È sempre Guevara a decidere della vita e della morte; può graziare e condannare senza processo. “Un dettagliato regolamento elaborato puntigliosamente dal medico argentino – prosegue Caprara, sottolinenado che Guevara sarebbe legato al giuramento d’Ippocrate – fissa le punizioni corporali per i dissidenti recidivi e “pericolosi” incarcerati: salire le scale delle varie prigioni con scarpe zavorrate di piombo; tagliare l’erba con i denti; essere impiegati nudi nelle “quadrillas” di lavori agricoli; venire immersi nei pozzi neri”. Sono solo alcune delle sevizie da lui progettate, scrupolosamente applicate ai
    dissidenti e agli omosessuali.

    Il “Che” guiderà la stagione dei “terrorismo rosso” fino al 1962, quando l’incarico sarà assunto da altri, tra cui il fratello di Fidel, Raoul Castro. Sulla base del piano del carcere guevarista e delle sue indicazioni riguardo l’atroce trattamento, nacquero le Umap, Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione (vedi il dossier di Massimo Consoli in queste pagine), destinati in particolare agli omosessuali.
    Degli anni successivi, Caprara scrive: “Sono così organizzate le case di detenzione “Kilo 5,5″ a Pinar del Rio. Esse contengono celle disciplinari definite “tostadoras”, ossia tostapane, per il calore che emanano. La prigione “Kilo 7″ è frettolosamente fatta sorgere a Camaguey: una rissa nata dalla condizioni atroci procurerà la morte di 40 prigionieri. La prigione Boniato comprende celle con le grate chiamate “tapiades”, nelle quali il poeta Jorge Valls trascorrerà migliaia di giorni di prigione. Il carcere “Tres Racios de Oriente” include celle soffocanti larghe
    appena un metro, alte 1.8 e lunghe 10 metri, chiamate “gavetas”.
    La prigione di Santiago “Nueva Vida” ospita 500 adolescenti da rieducare. Quella “Palos”, bambini di dieci anni; quella “Nueva Carceral de la Habana del Est” ospita omosessuali dichiarati o sospettati (in base a semplici delazioni, ndr). Ne parla il film su Reinaldo Arenas “Prima che sia notte”, di Julian Schnabel uscito nel 2000″. Anni dopo alcuni dissidenti scappati negli Usa descriveranno le condizioni allucinanti riservate ai “corrigendi”, costretti a vivere in celle di 6 metri per 5 con 22 brandine sovrapposte, in tutto 42 persone in una cella. Il “Che” lavora con strategia rivolta al futuro Stato dittatoriale.

    Nel corso dei due anni passati come responsabile della Seguridad del Estado, della Sicurezza dello Stato, parecchie migliaia di persone hanno perduto la vita fino al 1961 nel periodo in cui Guevara era artefice massimo del sistema segregazionista dell’isola. Il “Che”, soprannominato “il macellaio del carcere-mattatoio di La Cabana”, si opporrà sempre con forza alla proposta di sospendere le fucilazioni dei “criminali di guerra” (in realtà semplici oppositori politici) che pure veniva richiesta da diversi comunisti cubani. Fidel lo ringrazia pubblicamente con calore per la sua opera repressiva, generalizzando ancor più i metodi per cui ai propri nuovi collaboratori.

    Secondo Amnesty International, più di 100.000 cubani sono stati nei campi di lavoro; sono state assassinate da parte del regime circa 17.000 mila persone (accertate), più dei desaparecidos del regime cileno di Pinochet, più o meno equivalente a quelli dei militari argentini. La figura del “Che” ricorda da vicino quella del dottor Mengele, il medico nazista che seviziava i prigionieri col pretesto degli esperimenti scientifici. grazie a Enrico Oliari, la verità non la si può nascondere sotto il tappeto… ciao

    1. Ciao Toni,
      con questo commento hai completato la figura del “Che”.
      Ogni persona che sale al potere o che compie gesti clamorosi, ha sempre un lato positivo ed uno negativo, dipende da chi lo legge e come lo legge.
      Chi acquista o conquista potere, lo usa solitamente per rafforzare il potere stesso, fino a commettere ingiustizie e, a quanto pare, anche angherie e repressioni. E’ una legge alla quale non si sottrae nessuno anche chi esercita il potere in democrazia.
      Ti faccio un esempio banale, e mi scuso per la banalità, ma anche nella democrazia più classica si consumano ingiustizie.
      Faccio l’esempio degli 80 euro restituiti come abbassamento delle tasse da parte del governo Renzi. E’ stata fatta una scelta, si sono presi in considerazione solo una parte di lavoratori, altre persone, forse anche più bisognose, no. e quindi a guardarci bene si è perpetrata una ingiustizia. Ovviamente non è da paragonare alle angherie fatte con le armi e la forza, ma anche la discriminazione a chi concedere o no un piccolo beneficio, si può tradurre, a seconda di chi e come si legge, in una terribile ingiustizia.
      Grazie Toni.
      Un abbraccio.
      Spera

  9. Senza voler santificare nessuno (anche Giovanna d’Arco è stata dichiarata santa, del resto), posso riportare quanto penso io, in base alla mia ricerca.
    Nè Taibo, nè Anderson, nè altri biografi di Guevara riportano notizie sui “campi di concentramento”. Parlano del campo di Guanacabibes, dichiarando che si trattava di un campo di lavoro (permanenza massima di un anno) per quanti avevano commesso dei reati non punibili con la prigione. Si trattava di gente che lavorava al ministero. Il campo di lavoro era un villaggio autosufficiente, con un centinaio di persone. Nel tempo in cui chi era punito stava al campo, lo stato si occupava della sua famiglia. Guevara andava a dividere il lavoro con queste persone periodicamente.
    Nessun biografo (neanche Cormier o Kalfon) parla di altri “campi di concentramento” imputabili a Guevara con le caratteristiche descritte da Caprara.
    Questo è quanto riportano J. L.Anderson e Taibo, che sono tra i biografi più accreditati.
    Paragonare Guevara a Mengele mi pare davvero una storpiatura ideologica.
    Anche estrapolare del tutto delle frasi, per quanto dure, dal contesto in cui furono pronunciate, per giustificare il proprio punto di vista, non mi sembra onesto intellettualmente.
    In nessuno dei suoi discorsi o lettere, Guevara parlò mai degli omosessuali.
    L’intolleranza nei loro confronti, sicuramente grave, è una deriva successiva e condannabile, ma che fu di Cuba come di tanti altri paesi cosiddetti democratici, negli anni Sessanta e negli anni successivi (anche a Cuba, cmq, negli anni, la situazione è migliorata, esattamente come in altre parti del mondo).
    un saluto,
    ilaria

    1. Carissima,
      il pezzo che ho scritto su Che Guevara è preso da un libro della filosofa Bazzicalupo, la quale ha detto parole molto belle nei confronti di questo personaggio e ne ha valorizzato il coraggio.
      Nei combattimenti, spesso, si tende a confondere l’audacia di un personaggio con quelle che possono essere le conseguenze o gli effetti collaterali di tali operazioni e molti biografi tendono a sottolineare proprio gli aspetti negativi di “un eroe”, trascinandolo nel fango, imputangogli cose, forse successe, ma non imputabili a lui.
      Grazie per la precisazione e un saluto. Speradisole.

  10. Dimenticavo, scusa speradisole…
    Anche per quanto riguarda la Cabana, abbiamo informazioni da Taibo e da Anderson (e dal giornalista inglese Richard Gott).
    Le esecuzioni ci furono, ma furono condotte nel rispetto della sostanza, considerato il clima teso postrivoluzionario e riguardò non “inncoenti”, ma criminali ed assassini (“The legacy of Che Guevara “, di J. L. Anderson).
    Secondo Taibo, sono “assolutamente irrealistiche” le accuse rivolte a Guevara di essere “il macellaio della Cabana”.
    Di nuovo, saluti,
    ilaria

    1. Nel precedente commento hai citato Giovanna D’Arco, combattente e poi santificata. Sono incongruenze che emergono dalle biografie, che dipendono sempre dal modo con cui si affrontano le persone e dalla soggettività che ne consegue. La precisione e l’imparzialità non è mai rispettata. o almeno quasi mai, in cose tanto complesse come una rivoluzione.
      Posso citarti un altro “santo”: San Domenico di Guzman, che a suo tempo fu un inquisitore spagnolo e sappiamo che presiedeva un tribunale che giudicava gli eretici e, almeno una volta è citato fra quelli che assistevano al rogo degli eretici. Fondò un’ordine al quale appartennnero i più grandi e spaventosi inquisitori. Eppure è santo.
      Un saluto. Speradisole.

  11. Ciao, Speradisole.
    Grazie per le tue precisazioni.
    Ho molto apprezzato il pezzo che hai riportato su Che Guevara.
    In realtà, quanto ho scritto sono le considerazioni che ho maturato, in base alle mie conoscenze, dopo aver letto le accuse che vengono rivolte al Che.
    I biografi più accreditati riportano aspetti positivi e non del Che, senza per questo scadere nell’assurdo, nell’invettiva o nell’agiografia. E’ anche per questo che tra le biografie prediligo, rispetto a quella di Taibo (pure documentatissima), quella di Jon Lee Anderson, il quale fece ricerche per 5 anni, anche tra la comunità anticastrista di Miami, senza trovare nulla di efferato come quello che riportano i più accaniti detrattori di Guevara.
    Un saluto,
    ilaria

    1. Ottimo,
      è sempre bene seguire quelle che sono le proprie convinzioni e le propie intuizioni, sui personaggi che hanno fatto la storia.
      E questo signore la storia l’ha fatta e come, e il suo nome va apprezzato per quello che ci ha lasciato anche di esempio.
      Un saluto carissimo. Speradisole.

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