UNA HOLDING, MA CHE CAVOLO E’ UNA HOLDING!

L’ANGLOFILIA DIFFUSA A VOLTE FA VENIRE IL MAL DI TESTA

ma la storia, lunghissima, qui sotto riportata, fa capire tante cose su Berlusconi.

 VALE LA PENA LEGGERLA

hqdefaultI giornali si riempiono di parole straniere, spesso anche nei titoli, per cui alcuni, come me, che preferiscono le belle parole italiane, sentono una repulsione e non leggono oltre. Capisco la globalizzazione e capisco usare linguaggio tecnico nelle novità, ma pensare che coloro che leggono e vogliono informarsi conoscano perfettamente l’inglese o abbiano a portata di mano un vocabolario, mi sembra eccessivo e soprattutto esclude dalla conoscenza delle cose una gran parte di lettori. Ne sono convinta.

Comunque ci provo a capire che cosa sia una holding, soprattutto quelle holding che hanno fatto ricco Berlusconi, all’età in cui ogni giovane è ancora un poveraccio in cerca di lavoro.

Ho capito che si tratta di una “società finanziaria” che è una “cosa” che si fa nelle banche e che tratta di soldi, senza lavorare con le mani e senza sudarseli.

La curiosità mi è venuta leggendo i quotidiani ed alcuni libri sulle prodezze dell’attuale Presidente del Consiglio in tema di capacità “produttiva”. Per capire, di solito occorre andare alle origini, ai soldi disponibili per produrre. Ho cercato, nella mia ingenuità, quello che aveva tentato di metter in luce anche Di Pietro ai tempi della sua inchiesta su mani pulite.

La mia curiosità non ha trovato risposte, ma mi ha consentito di capire molte cose di questo personaggio.

Lo vedo presentarsi con assiduità quotidiana ai convegni dei produttori e dei commercianti, di qualsiasi prodotti si tratti. Un tempo si definiva presidente operaio per commuovere anche gli operai e dire che li capiva tantissimo e che era vicino anche a loro. Adesso scorazza da un paese all’altro e fa il premier (altra parola inglese). Ma chi è questo premier?

Mia nonna, saggissima persona, ripeteva sempre che “la pancia piena non sa di quella vuota” ed aveva tanta ragione. Un uomo ricco, straricco, con potere quasi illimitato, con adulatori  e striscianti servi, non sa proprio niente della miseria e del poveraccio che deve mantenere una famiglia con niente o quasi, arrangiandosi come può.

Ma tornando al fenomeno che ci governa, dal momento che è padrone dell’informazione televisiva e potentissimo editore, tutti parlano dei suoi successi. Da uomo più ricco d’Italia e tra i più ricchi del mondo è stato eletto a capo del governo, come se fosse naturale che facesse il capo, perchè la sua ricchezza legittimava la carica.

Del resto lui stesso lo ha sempre detto, se sono eletto io, farò tutti voi ricchi come me. E soprattutto siccome sono ricco, non ho certamente la necessità di rubare. Cosa che invece ha abbondantemente fatto, per esempio, quando ha acquistato quasi per niente, solo un quarto del suo valore, la villa San Martino di Arcore. Una villa settecentesca di 3500 metri quadri, con pinacoteca contente quadri di inestimabile valore, parco immenso, e quant’altro, praticamente rubandola alla legittima proprietaria. Quindi ladro lo è stato e come!

Ma in che cosa consista la rete finanziaria, appunto fatta di holding, che lo ha innalzato in potenza e ricchezza, è davvero difficile anche solo tentare di capirci qualcosa. Ci provo comunque.

Nel 1977 il Pubblico Ministero Domenico Gozzo della procura di Palermo incaricò un funzionario della Banca d’Italia e un sottufficiale della Dia, di fare luce sulle ventitre holding di proprietà di Berlusconi.

Il procuratore chiedeva al direttore della Banca d’Italia di Palermo, dottor Gargiulo, di distaccare per almeno un anno, il suo tecnico finanziario per capirci qualcosa. Francesco Paolo Giuffrida, funzionario di prima classe della Banca d’Italia, ha depositato il 21 aprile del 2000 i risultati della sua indagine, con le seguenti parole: “Al momento non si conosce la provenienza dei 250 milioni di euro che sono entrati nelle ventitre holding dagli anni 1980”.

Domandarsi da dove Berlusconi abbia tratto tanti soldi, è il minimo, se come viene detto, ha fatto il cantante sulle navi da crociera, insieme a Confalonieri che l’accompagnava al pianoforte. Quanto hanno reso queste crociere?

Ma forse si spiega meglio la ricchezza giovanile di Berlusconi, guardando alla sua famiglia, al mestiere di suo padre e cercando di capire i rapporti tra padre e figlio.

Il padre, Luigi, negli anni 1970, lavora come semplice impiegato presso la Banca Rasini di Milano, proprietà di Carlo Rasini. Questa banca è stata indicata da Sindona e supportata da documenti dei magistrati che hanno indagato sulla mafia, come la banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel Nord Italia. Di questa banca sono stati clienti Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano, negli anni in cui questi personaggi formavano la “cupola” mafiosa.

Da semplice impiegato il padre Luigi viene promosso a procuratore della banca Rasini, con diritto di firma e dopo poco ne diventa il direttore.

Un documento del 1970 dimostra come il procuratore della banca Rasini, Luigi Berlusconi, ratifica un’operazione singolare. La banca Rasini acquista una quota di una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Nello stesso periodo Silvio Berlusconi, figlio di Luigi, ha registrato presso la banca Rasini ventitre holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, intestandole ad amici, zie, cugini, domestici e parenti vari.

Il mistero si fa fitto quando si cerca di capire se le ventitre holding italiane, registrate come negozi di parrucchiere ed estetista, e mai trovate dalle prime indagini della guardia di finanza, sono le stesse ventitre “holding italiane” che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre quindici holding incaricate di operazioni sui mercati esteri.

La domanda di fondo pertanto è prevedibile: le ventitre holding italiane registrate come negozi di parrucchiere ed estetista, sono le stesse che avevano tutto quel capitale a disposizione per gestire la Fininvest, visto che di quelle holding dei negozi non è possibile trovare traccia successiva alla registrazione? Se sì, come si presume, da dove deriva tanto capitale?

Nel 1979 il finanziere Massimo Berruti, che dirigeva le indagini sulle ventitre holding della banca Rasini, le archiviò senza nulla di fatto e si dimise dalla Guardia di Finanza e fu assunto dalla Fininvest, fu condannato per corruzione, ma essendo stato eletto nelle file di Forza Italia, divenne parlamentare. Berruti ricevette l’incarico di occuparsi dei rapporti delle quattro società Fininvest con l’avvocato londinese David Milss, appena condannato in Italia, per corruzione, su segnalazione della magistratura inglese.

Nel 1978 Berlusconi intestò a una società milanese chiamata Par.Ma.Fid. importanti quote delle ventitre holding che seguivano gli affari Fininvest. Questa nuova società fiduciaria, oltre a gestire una parte notevole dei beni di proprietà di Berlusconi, gestiva anche i beni di un certo Antonio Virgilio, che è risultato essere il finanziere di Cosa Nostra ed il riciclatore di capitali per conto  dei clan mafiosi, di area corleonese, tipo Carmelo Gaeta, Gaetano Carollo, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati e altri boss, operanti a Milano nel traffico degli stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona.

Comunque sia andata, rimane la domanda di fondo, come ha fatto Berlusconi, giovane cantante di crociera, ad appena ventisette anni di vita, a scalare il mondo finanziario italiano?

Anche se i reati cui si riferisce questo interrogativo sono caduti in prescrizione, resta il problema centrale e cioè, che i favori ricevuti dalla mafia non cadono mai in prescrizione, ed i cittadini italiani, europei ed i primi ministri, con cui Berlusconi, sempre si incontra hanno il diritto di sapere se Berlusconi sia persona ricattabile dalla mafia o se sia persona libera.

C’è quindi chi si interroga sulla provenienza di tutti quei soldi e c’è anche chi trova conferma nella natura “non industriale” di Berlusconi, di fare soldi, nella sua capacità di giocare con la finanza, semplicemente con la furberia e la capacità intuitiva del finanziere.

Comunque il modello Berlusconi è una strategia di secondo livello: far dell’Italia un grande commerciante che distribuisce e vende e lascia a paesi come gli Stati Uniti, la Germania di occuparsi della gestione complessiva e socialmente pesante della fabbrica e della ricerca.

Il risultato è il collocamento dell’Italia verso il basso nella scacchiera mondiale della produzione e allearla a paesi come la Russia di Putin o la Libia di Gheddafi, con forti reti e malavita efficiente.

(Fonti: Piccolo Cesare di Giorgio Bocca. L’odore dei soldi di Marco Travaglio. Quotidiani: Corriere della Sera, La Stampa, L’Unità, La Repubblica e il sito web Altri Abusi)

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