L’ANTICO DIALETTO BOLOGNESE

L’antico dialetto bolognese

Bacajèr a Bulåggna (parlare a Bologna).

Se il nonno e la nonna vogliono parlarsi in confidenza di cose delicate e personali, senza che i nipoti capiscano, debbono esprimersi in bolognese.

Qualche parola la sanno anche i figli più grandi. Se maschi, si tratta per lo più di espressioni irripetibili, se femmine si limitano a sottolinare i momenti di meraviglia, con un forte “sorbole”. I nipoti, quando parlano non hanno nemmeno più la “essce”.

E’ un patrimonio che è andato perso. Per questo mi piace ricordare, finchè ne ho memoria, alcuni detti ed alcune espressioni dialettali che ho sentito dire dai nonni e dai bisnonni, per un ricordo oltre che personale, anche di vita.

Ormai nella mia città, Bologna, tutti parlano italiano. Questa raccolta può sembrare un piccolo museo di “cose antiche”, ma cose che, comunque, conservano un loro fascino, un sentore di vita intima, talvolta anche di segreto che tiene legati tutti noi della famiglia.

Noi, nati qui, crediamo magari di non saperlo, pur applicandoci non riusciamo a mettere insieme decentemente un discorso, eppure lo abbiamo dentro, nel profondo dell’anima.

La sparizione del dialetto è avvenuta a poco a poco, senza che ce ne rendessimo conto.

Però nei dialoghi dei giocatori di carte dei circoli ARCI, dove trascorrono ore gli anziani, alcuni battibecchi ai mercatini, frasi raccolte per strada, il muratore che parla dall’impalcatura, i tifosi che discutono di calcio, a volte rivelano antiche bellissime espressioni dialettali, fiorite e scolpite come nel marmo.

Direi che il dialetto bolognese è uno stato d’animo ed è per questo che, sentito parlare, mi sorprende.

La battuta, una frase scherzosa, talora una parola soltanto sorge spontanea anche in me, come un ricordo dei nonni e dell’infanzia, delle persone care che non ho più.

Prima di cominciare a scrivere dell’antico dialetto bolognese,  trascrivo alcune parole e  modi di dire che, ancora oggi, si conservano e spesso fanno da intercalare, nel parlare “italiano”, del vero bolognese di oggi:

A Bologna……  così si dice anche oggi.

A Bologna, qualsiasi oggetto di cui non si trova il nome momentaneamente è un “bagaglio” o un “coso
A Bologna non abbiamo i pantaloni, abbiamo le “braghe“!
A Bologna,”Lu-lé e Li-là”, sembrano due personaggi dei cartoni animati, ma vuol solo dire “quello e quella”!
A Bologna, quando non ci sta simpatica una persona pensiamo che è “proprio simpatico come un  gatto attaccato ai maroni” : L é prôpi sinpâtic cómm un gât tachè i marón

A Bologna diciamo sempre no, con:”brîa
E diciamo sempre, ” te lo dico io”:  “A t al dégg
Se c’è vento, sóccia che buriana“!
Se una persona mi piace, la “intorto!

A Bologna, un giovanotto ben vestito, ma un po’ irrigidito dall’abbigliamento, è un “milordino

Dire della disperazione: “Se mi va bene questa volta, vado a San Luca a piedi
L’indeterminatezza di un numero si indica con “ e bliga”.
A Bologna, vedere le vecchiette che alla domanda del salumiere: “altro?” rispondono con: ” altro” .
A Bologna, non si gioca a nascondino, si gioca “a cucco

A Bologna, non si lecca, ” si pilucca

A Bologna non si dà uno schiaffo, si dà “una bèrla

A Bologna, nel letto facciamo,  “i covini
A Bologna, non si è matti, si è “fuori dai coppi”
A Bologna, cosa facciamo? Andiamo o stiamo?. “c s à fègna? andègna o stègna
A Bologna, gli anziani non girano col bastone, girano con la “zanetta
E non si inciampa…si  “scapuzza

A Bologna se uno è ricco non ha molti soldi, ma ha della “pilla

A Bologna non ci si scontra, ci si “inzucca.
A Bologna se sei pallido,  sei “biavdo
Se gli ormoni vanno a mille, abbiamo una gran  “sverżzura
A Bologna, non si fa sesso, si “guzza”

Se ci metti molto ad esprimere un concetto, “sei lungo come la messa cantata
Se mangiamo qualcosa difficile da inghiottire, “impaluga“!
A Bologna, non ci sporchiamo, ci “impadelliamo

Se sei creativo,  hai dello “sbuzzo
Non sei rimbambito, sei un “ismito
La “regina della casa” è solo lei, la arzdåura

A Bologna, non si inzuppa, si “toccia
A Bologna, non c’è la polvere sotto i letti, ci sono i “gatti
Se qualcosa è scarso o non di nostro gradimento, è “tristo
Non si dice ‘cosa stai toccando’ ma … “cosa stai cipollando
Se uno fa lo stupido,  “ma non far l’asino”: “mo brîa fèr l’èsen
A Bologna, le cose non ci piacciono “molto”, ma “dimondi
A Bologna, non togliamo le cose, le “caviamo
A Bologna, se uno ha un naso pronunciato, “sóccia che canâpia che ha lui-lì”
Se una cosa è difficile da realizzarsi,  è più facile che Galvani volti pagina: “mo l é pió fâzil che Galvani al vôlta pagina
A Bologna una persona non è antipatica,  è godevole

A Bologna non si picchiano le persone,  si “bussano”

A Bologna non abbiamo gli scarafaggi, abbiamo i “burdigoni

Se un bambino ha fatto qualcosa che non va,  gli si dà una gran “cioccata”

Se uno non vuole manifetare il suo pensiero e non dire direttamente ciò che pensa, “sta in camuffa

A Bologna non si bara,  si fanno i “ballottini

A Bologna la malinconia derivata dall’inerzia è una “lórgna della Madonna

A  Bologna se uno non ha soldi ha una gran “plumma

A Bologna non abbiamo il lievito, abbiamo la “dose”.

Se una cosa è difficile da digerire ètamugna

Se non si pagano gli acquisti, si piantano dei “puffi

A Bologna una cosa che costa poco è una “bazza

A Bologna i bambini che piagnucolano: “gnolano

A Bologna non abbiamo il portafoglio, abbiamo il “catuvino

A Bologna quando uno sternutisce gli si dice “bandéssa

A Bologna, non si fanno i piccoli lavori di casa, si fanno i  “ciappini
Se non troviamo qualcosa, non cerchiamo, “ravaniamo
A Bologna, quando uno vince una gara, gli ha “dato la paga
A Bologna, ogni motivo è buono, per  “far balotta
A Bologna, i piatti si asciugano con il  “burazzo”

A Bologna un forte acquazzone è uno “squasso

A Bologna non abbiamo le coperte da letto, abbiamo i panni

A Bologna una persona non si ubriaca, ma “prende la balla

A Bologna non siamo generosi, siamo “spanizzi

A Bologna un frutto acerbo é “brusco

A Bologna se una cosa o una persona hanno scarso valore,  sono degli dòzzi

A Bologna non si prende il raffreddore, lo si “busca

Non diciamo mai “basta”, ma “bôna lé
Quando fa freddo,”mo soc’mél che żâgno“! E se il freddo è tanto, uno żâgno del  32!”
A Bologna non abbiamo i capelli, abbiamo un gran “bulbo
Non si disturba la gente, semplicemente,  si stracciano i maroni
Non si ride,  si ghigna
Quando indossiamo un abito nuovo, lo “spianiamo

A Bologna non abbiamo la brina, abbiamo laguazza

Non diamo pugni in testa. diamo le “noci

A Bologna, non ci demoralizziamo, “ci si scende la catena
A Bologna, non si dice OK, si dice “A i ó capé
Quando una cosa non ci piace, diciamo: “moché, moché, moché
Da ragazzini ci sentivamo dire dagli adulti/anziani: “io alla tua età saltavo i fossi per la lunga“: mé, a la tô  etè, a saltèva i fôs par la lónga

A Bologna, non abbiamo il pattume, abbiamo il “rusco
Non andiamo forte, andiamo “a busso

Non ci riposiamo davanti alla tele, ci “polleggiamo
I bambini,  i “cinni li mandiamo all’”esilo

A Bologna non diciamo “aprimi la porta”, ma “dammi il tiro”

Quando uno/a ti attacca un bottone infinito,  ti pianta una gran “tomella
A Bologna, non ci sono belle ragazze,  ci sono solo “ delle gran belle gnocche“.

E adesso provo col dialetto antico.

Ogni capitoletto spiega i modi di dire in dialetto bolognese, con metafore ed espressioni tipiche del bolognese vero, d’un tempo.

♣     ♥

PANZA

(Tradotto, significa pancia)

Due comari stanno litigando. Il dialogare è fitto e a voce alta, ed è tutto da godere. Liti così hanno ispirato i dialoghi di Testoni. D’improvviso, una delle due, alzando – se possibile – ancora più la voce, sbotta in una sequela di offese  atroci, coinvolgendo nella filippica i parenti vicini e lontani dell’altra. Poi, mentre la rivale sta ancora cercando il fiato per replicare, conclude sollevata: «Oh, adès ch’ai ò arintè la bughê a stâg  méi» (che significa: ora che ho sciacquato il bucato sto meglio. Lavare i panni, significa dire quello che si pensa, mettere bene in chiaro le cose). Oppure aggiungeva: «A stèr zétta a m srêv nèd un âlber int la panza» (a stare zitta mi sarebbe nato un albero nella pancia).

Un proverbio molto ripetuto, anche attualmente: «Pânza péna la n sà ed cla vûda» (la pancia piena non sa di quella vuota, chi è ricco non conosce la situazione del povero, chi ha tanto non vede chi non ha niente e così via).

♣     ♥

MLÅN

(Melone)

Per dire che le cose non si debbono giudicare con faciloneria in bolognese; «A n s nèa brîa i mlón da stèr int l’èra» (non si annusano i meloni stando nell’aia, lontano). Il detto è efficace, ma ancor più lo è «a òc’ as chèga» (a occhio, cioè a caso, si va al gabinetto).

♣     ♥

PATAJÔLA

Sui vecchi album di fotografie si vedono i bambini ritratti con una camiciola lunga che arriva fino ai piedi. Quella è «la patajôla» (la camiciola, oppure la parte terminale della camicia da uomo).

«Purtèr la patajôla fòra däl brèg» (portare la camicia fuori dai pantaloni) significa essere ancora bambini.

Di solito la frase è usata in tono polemico. Diceva l’esperto artigiano «quand mé a lavurèva in ufizéna, te t purtèv anc la patajôla fòra dal brèg» (quando io lavoravo in officina, tu portavi ancora la camiciola). Vuol dire che lui era già un operaio provetto, quando l’altro era ancora un bambino.

♣     ♥

CHE SPETÂCUEL

(Che spettacolo)

Per indicare un subisso di cose  si diceva «spetâcuel d côs».  Per indicare qualunque cosa che colpisca particolarmente, per esempio Sophia Loren (con entusiasmo) è uno «spetâcuel ed dòna» (uno spettacolo di donna).  Per indicare un bravo giocatore di pallone «spetâcuel ed żugadåur da balån». Un bravo cantante, soprattutto lirico: «al canta ch l é un spetâcuel» (canta che è uno spettacolo). Di un bravo cuoco che sa fare dei buoni tortellini si dice che quei tortellini sono uno spettacolo «ch’i én un spetâcuel».

Una parola quindi che viene usata per manifestare ammirazione, compiacimento, entusiasmo,

E’ sufficiente però aggiungere “bello” che il significato cambia completamente. Il bolognese dice con tono un po’ schifato «l é pròpi un bêl spetâcuel», per esempio, una strada poco pulita, o una ragazza truccata pesantemente.

♣     ♥

TÅSS E AMÅUR

(Tosse e amore)

La tosse e l’amore sono due cose che non si possono nascondere. I segni dell’amore sono inequivocabili; sguardo sperduto nel vuoto, il desiderio di isolarsi per pensare liberamente alla persona amata, la mancanza d’appetito. Anche se lo sguardo, oggi, si può nascondere dietro una bella banda di capelli  o la mancanza di appetito può passare per una dieta, i segni d’amore sono come la tosse, non si possono nascondere: «l amåur e la tåss prèst s acgnóss» (l’amore e la tosse si conoscono subito).

♣     ♥

S

(Naso)

«Avair sèt bûs int al »: avere sette buchi nel naso, significa essere prudenti e accorti.

Nel dopoguerra un settimanale satirico milanese inventò un omino con tre buchi nel naso. Al settimanale  sembrò una trovata magnifica, ma per coloro che non erano della stessa idea politica, l’omino con tre buchi nel naso delle vignette assunse un chiaro significato offensivo.

Ma se tre buchi nel naso costituiscono un’offesa, sette buchi, almeno a Bologna, sono un elogio.

«Avair sèt bûs int al nê» (avere sette buchi nel naso) significa avere intuito, intelligenza e capire bene come stanno le cose.

Per circolare in auto, con tanto traffico come oggi, ci vogliono sette buchi nel naso. Forse, adesso più che mai, per capire cosa si nasconde dietro certa politica, è necessario «avair sèt bûs int al ».

♣     ♥ 

BIAVATI

Si chiamava Biavati, un signore che al tempo del fascismo viveva vendendo lamette in piazzola a Bologna. Era un fine satirico e a suo modo, da bravo bolognese, diceva la sua ai capi di allora. E non era facile  a quei tempi!

In occasione di manifestazioni del fascio o della visita di personalità del PNF (partito nazionale fascista) «I al tulêven só», cioè lo arrestavano per il tempo necessario per impedirgli di fare “i suoi numeri”.

C’era una storiella che soleva raccontare:

«I an dezîed canbièr nómm a via Rizòli. E cum la ciâmni? Via Musolîni.

I an dezîed canbièr nómm a via Żambôni. E cum la ciâmni? Via Hitler.

I an dezîed canbièr nómm a via Indipendänza. E cum la ciâmni? Vîa tótt e dû !!!»

(Hanno deciso di cambiare nome a via Rizzoli. E come la chiamano? Via Mussolini.

Hanno deciso di cambiare nome a via Zamboni. E come la chiamano? Via Hitler.

Hanno deciso di cambiare nome a via Indipendenza. E come la chiamano? Via tutti e due!!!)

Famosa è rimasta una sua frase sulle sanzioni inflitte all’Italia al tempo del fascismo: “Se gli Inglesi hanno le bistecche, noi abbiamo i limoni. Siamo pari: «Se i ing-lîi an äl bistàcc, nuèter avän i limón. A sän pèra!» Oppure: «Låur i an sé äl bistàcc, mó nuèter avän i limón, e äl bistàcc sänza limón el n én brîa bôni» (Loro hanno sì le bistecche, ma noi abbiamo i limoni, e le bistecche senza limone non sono buone). La battuta corse per la città e la gente diceva: «Lâsa pûr ch’la dégga Radio Londra, mó nuèter avän i limón» (Lascia pure che dica Radio Londra, ma noi abbiamo i limoni).

(Grazie ad Amos Lelli)

♣   ♥  

BRÔD D ÔCA

(Brodo d’oca)

In italiano si dice darla a bere; in bolognese «fèr bàvver al brôd d ôca» (fare bere il brodo d’oca). Il brodo d’oca è grasso e poco gustoso  e berlo è sinonimo di chi crede alle frottole dei furbi o dà credito alle chiacchiere.

Un tempo era in voga una burla piuttosto sciocca a Bologna. Alcuni buontemponi si piantavano in mezzo alla strada a guardare intensamente la cima della torre degli Asinelli. Immancabilmente quel gesto faceva alzare la testa a tantissima gente che si radunava e cercava di capire. Tutta gente che si lasciava indurre con facilità «a bàvver al brôd d ôca», appunto.

♣     ♥

PIGHÈR I USVÉI

(Tradotto significa: deporre gli utensili)

I nonni  parlavano spesso della morte, senza mai nominarla. Sedevano su una panchina con altri anziani, mentre noi bambini giocavamo. Per prender fiato, dopo tanto correre, finivamo col riposarci vicino a loro ed ascoltavamo i loro discorsi.

Pur parlando di morti, non nominavano mai la morte, usavano perifrasi particolari, come un linguaggio fra iniziati.

Quando uno moriva dicevano: «L à pighè i uveioppure «L à pighè i tvajû» (Ha piegato i tovaglioli).

Quel modo particolare di dire che uno era morto, racchiudeva in sé un significato etico, dava il senso di chi lascia il mondo in pace con se stesso e con gli altri, dopo aver compiuto onestamente il cammino terreno.  Come se, mettere in ordine gli arnesi, o piegare i tovaglioli,  volesse dire lasciare il mondo ordinato, come così come l’avevano trovato e ricevuto dagli altri.

L’artigiano, finito il lavoro della giornata, deponeva con ordine gli arnesi e se ne andava a casa: «Ai  ò pighè i uvéi e adès a vâg a cà» (ho riposto gli arnesi, ora vado a casa).

Non ci si ribellava alla morte, era un fatto naturale, come mangiare, amare, dormire, certo, meglio il più tardi possibile, ma ognuno la metteva in conto, forse per questo se ne parlava alla buona, familiarmente, perfino con una certa irriverenza.

Nello spettacolo dei burattini, Fagiolino, nel sotterraneo del castello incantato, l’affrontava senza timore e la rasava con cura. «Come – diceva la morte – non hai paura di me?»  Rispondeva Fagiolino: «Mé nå, quand ai ò bvó dal bån vén a n ò pôra gnanc dal dièvel» (Io no, quando ho bevuto del buon vino non ho paura neppure del diavolo). E aggiungeva: «Chèra Chichéna, fâm pûr al piairén ed stèrum luntàn, con totti chegli òs» (Cara  Checchina, fammi il piacere di starmi lontano con tutte quelle ossa).

Oggi si usa solo la parola “morire” e così sono spariti a poco a poco tutti i vecchi detti.

In bolognese morire si dice «Murîr» oppure  «Carpèr»  (crepare) o «Stiupèr» (scoppiare)

Ma un tempo si usava «Andèr da Brèa». Raffaele Brasa fu per molti anni fu il custode del cimitero. Si racconta che, durante un’epidemia di colera, nel 1885, stanco per il gran lavoro, una notte si addormentò, disteso per terra, con la testa piegata sul petto. I becchini, nella confusione lo afferrarono per le gambe e le braccia. Ma  Brasa li fermò prima che lo deponessero nella grande fossa. «Pian, pian, ragâz - disse – par mé l é anc prèst» (Piano, piano, ragazzi, per me è ancora presto).

Questo verbo «Murîr»  (morire) possiede nel dialetto bolognese  un vasto numero di sinonimi : «Andèr al gabariòt»  (andare al gabriotto). Il gabriotto era un’antica cella dove i carcerati morivano facilmente, oppure secondo altri  autori,  il “gabariotto”  era il diminutivo di gabarra, nave a vela adibita al trasporto di prigionieri.

«Vultèr la panza in só» (voltare la pancia in su); «Andèr par d là» (andare di là); «Andèr da Brèa» (andare da Brasa, il custode del cimitero); «Ciapèr la caròza ed Gulfîr» (prendere la carrozza delle pompe funebri Golfieri, molto note a Bologna);  «Andèr con äl ganb pr âria» (andare a gambe all’aria);  «Parżèr  i pî» (pareggiare i piedi):  «Andèr fòra dal óss coi pî al inànz» (andare fuori dalla porta con i piedi in avanti);  «Andèr a fèrs bandîr» (andare a farsi benedire); «Andèr ala bûa» (andare alla buca);  «bâter egli èli» (battere le ali, come il pollo quando gli si tira il collo);  «Dmétter ed tirèr al fiè”» (smettere di respirare);  «Avanzèr dûr» (rimanere duro); «Vulèr in zîl» (volare in cielo);  «Andèr al creatåur» (andare al creatore); «Tirèr i ûltum» (esalare gli ultimi respiri); «Fèr fagôt»  (fare fagotto); «Andèr a guardèr l’êrba dala pèrt del radî» (andare a guardare l’erba dalla parte delle radici). 

Alcune frasi e proverbi sono molto originali: per esempio, di uno che era in punto di morte si diceva: «L à un pà int la bûsa» (ormai ha un piede nella fossa).

Altre espressioni come: «Lasères murîr l ànżel in man» (lasciarsi morire con l’angelo in mano – dal gioco dei tarocchi –  significa lasciarsi sfuggire un’ottima occasione); «Murîr con al mazôl dla bått in man» (Morire con il mazzuolo della botte in mano), significa “morire vergine” e paragona la perdita della verginità femminile al momento nel quale, con un colpo di mazzuolo, si infila la spina nella botte per spillare il vino nuovo.

Un proverbio suggestivo su questo tema:  «Méi murîr un brótt vèc’ che un bèl  żåuven» (meglio morire da brutto vecchio che da bel giovane).

♣     ♥

STÈR INT L’ASÀ

«Stèr int l’aà» (stare nell’aceto)

E’ un modo di dire di qualcuno che sta con l’animo sospeso in attesa di qualche cosa che non arriva o che, per ripicca, non viene concessa.

Il ragazzo che attende l’esito degli esami, oppure il giovane innamorato che attende un sì dalla ragazza, o chi aspetta una notizia che non arriva: «Al sta int l’aà» (è immerso nell’aceto dell’attesa). 

L’esclamazione  «Al stà int l’aà, ló (o la stà int l’aà, lî)» ( è immerso  nell’aceto, lui o lei,  è un’esclamazione carica di malignità di chi, per ripicca, lascia insoddisfatta, pur senza dire esplicitamente no, la richiesta di una persona che non gli è simpatica o con la quale è arrabbiato,

 ♣     ♥

L É LÉ, LÓ

«L é lé, ló» ( Lui è lì, o lui sta lì)

E’ uno dei tanti scioglilingua del dialetto bolognese, difficili da pronunciare.

Ci si divertiva a ripeterli finché la lingua non ci si inceppava e il tutto finiva in una risata.

E’ impossibile pronunciare questo scioglilingua in dialetto senza incepparsi; quell’uscio ha le assi lisce. «Cl óss l à eli âs léssi». Ed è uno dei più semplici.

Si può provare a pronunciare, in fretta magari: «Sei tu che eri lì?, io batto e tu non tiri»: «Ît té ch’ t er lé? Me a bât e té t an tîr». Oppure dove c’è lui, c’è anche lei: «Ló l é lé; lî l é lé», o ancora: lui ha lei e lei ha lui: «Ló l à lî e lî l à ló». Difficilissimo non impappinarsi nel dire:«Dì loro se sanno che sono Cassiano» «Dîi  s’i san ch’a sån Casiàn».

Tra i più belli: tirati in qua che non t’inciampi nel filo di tela, tirati in là che non t’inciampi nel telaio «Tîrt in zà ch’t an t intrîg int al téi, tîrt in là ch’ t an t inzànpl int al tlèr». Oppure: che bei capelli che avete, voglio che ve li leviate «Che  bî cavî ch’avî, a vói ch’a v i cavèdi vî». Sono frasi senza senso, si tratta solo di giochi di parole.

♣    ♥

ATACHÈR BUTÂZ

(E’ intraducibile, significa “spettegolare”)

«Al butâz dal òli» era un piccolo vaso di terracotta verniciata o di metallo, con un becchetto, nel quale si teneva l’olio per le lucerne.

Si crede che l’origine di questo modo di dire, come dice Giuseppe Maria Buini  nel settecentesco Bertuldin Dalla Zena, derivi dall’abitudine delle domestiche, che andando  a comprare l’olio in un vaso che noi chiamiamo  “bottazzo” (italianizzando la parola) e trovando nella bottega altre domestiche, cominciavano a spettegolare, prima a proposito dell’olio e del bottazzo e poi  mettendovi dentro tutti i fatti, tutti i segreti  dei loro padroni. Ovviamente con grande piacere per chi stava ad ascoltare.

Per questo la padrona di casa, quando mandava la domestica  a fare delle commissione, le porgeva la lista e si raccomandava di non cominciare a spettegolare: «brîa atachèr butâz».

Ora, signore anziane che mandano a fare la spesa la propria domestica, forse non ce ne sono più, ma quand’anche ce ne fossero e la signora dicesse «brîa atachèr butâz», la domestica o la colf (peggio ancora) non capirebbe.

♣    ♥

STÓPPID E PÒ STÉMMET

 (Stupido e poi datti delle arie)

Un esempio del modo sorridente, quasi cordiale di offendere atrocemente il prossimo. Di un uomo non molto sveglio in italiano si dice che è sciocco o che è scemo.

Ma la parola scemo può sembrare intraducibile in dialetto, tanto che si usa generalmente la parola in italiano: «L é un pôver sêmo», mentre «siòc» ha in genere soltanto un significato di affettuoso rimbrotto. La ragazza dice «siòc» al giovane che la corteggia un po’ audacemente.

Ma al petroniano non mancano certamente le parole per esprimere un adeguato apprezzamento. Si può scegliere fra i vari: «bazurlån», «baciócc», «barbażâgn», «bagianâz», «banbòz», «patalócc», «minciån», «in», «ucaròt», «zucån», «mamalócc».

Ma l’ingiuria più geniale e proprio: «stóppid e pò stémmet», come dire: datti delle arie se ti tratto solo da stupido, frase che solitamente viene pronunciata in tono di benevolo compiacimento. Il che la rende, per quanto possibile, ancora più feroce.

♣     ♥

PACIÛG

(Fanghiglia, fango, mota)

«Cèr cómm al paciûg», ossia “chiaro come la fanghiglia”. Succede quando si discute di cose un po’ noiose come la politica e magari si parla in politichese.

«Perché, vede» dice uno «la ragione vera …» e giù un lunghissimo sproloquio  che si conclude con una solenne : «Chiaro?»

«» risponde l’altro imperturbato «cèr cómm al paciûg» chiaro come il fango.

Con questa battuta e con un tono un po’ sdegnato: «Ma con lei non è possibile parlare seriamente», si concludono spesso le discussioni fra bolognesi.

A volte dicono anche che una cosa è chiara «cme l’âcua di macarón”», come l’acqua di cottura dei maccheroni.

♣     ♥

TENTINBRÎGA

(Intraducibile in italiano, significa scansafatiche, pigro, indolente, voglia di non far niente, fannullone)

Un tempo la vita del «cinno» (ragazzo) di bottega era piuttosto dura: si doveva imparare il mestiere  anche a suon di scapaccioni. Il burbero principale non ne perdonava una. Era un continuo gridare, un continuo imprecare: «Mo dâi, sumâr!» (Su via somaro!). «Fôrza, ignurànt con l’arvajja!» (Forza, ignorante coi piselli!).  «Só, môvet, inmé!» (Su muoviti, tonto!).  «Avérra  i ûc’, patalócc!» (Apri gli occhi rimbambito!).

Il principale era un barbiere che si chiamava Leonida, aveva un ragazzo di bottega non molto sveglio che, come molti fattorini di barbiere, studiava mandolino. Strimpellava nel retrobottega e, quando Leonida, che aveva una vocina tutta «leccata» come la testa dei suoi clienti dopo alcuni energici massaggi con la spazzola a rullo, lo chiamava, fingeva di non sentire. Allora il barbiere faceva due urli tenorili e quando il ragazzo spuntava da dietro la tenda, esclamava: «Dí só, tentinbrÎga, t vût môver?» (Dimmi, scansafatiche, ti vuoi muovere?).

Si diceva spesso per rendere l’idea:

«Tentinbrîga, vût dal brôd?» (Vuoi del brodo?)

«Sé, mâma» (sì,  mamma)

«Alåura venl a tôr» (allora vienilo a prendere)

«A n al vói pió» (non lo voglio più).

A chi non lavora, si dice anche: «cus’èt pòra d infièret äl man?» (hai paura che ti si gonfino le mani?).

♣   ♥

AVAIR DLA RÈNA

(Tradotto: Avere della rana)

In italiano significa essere al verde o in bolletta, non avere il becco di un quattrino.

Sull’origine del detto anche i linguisti più esperti offrono solo congetture, ragion per cui si preferisce, in qualche modo, non entrare nel merito. Però la rana non bisogna prenderla nel senso di miseria assoluta, ma per indicare coloro che si vogliono dare del tono, senza averne i mezzi, i «sòlit milurdén in bulatta» (i soliti piccoli milord in bolletta).

E’ stato detto che forse il vocabolo derivava dal rumore che fanno due baiocchi (allora c’erano ancora i baiocchi) quando venivano sfregati l’uno con l’altro, il suono assomiglia al gracidare di un ranocchio, e così ne derivò che “hai la rana”, significa che uno possiede solo due baiocchi.

Ma l’ipotesi migliore da cui deriva il detto «Avair la rèna» deriva dal fatto che, mangiando questi anfibi, si trova poca polpa, sono bestiole elettronervose che non saziamo molto. E così, dicendo rana, si dice che: «a n i é gnínt da magnèr» (non c’è nulla da magiare). Un’altra versione si riferisce al colore della rana per sinonimo di “essere al verde”.

Chi ha della rana dice anche: «a n in ò ón ch’al s inzócca in cl èter» (non ne ho uno che si scontri con l’altro); oppure: «a n in ò né d pésst né da pistèr» (non ne ho né di pesto né da pestare).

 ♣     ♥

 CLA DÒNA

(Quella donna)

 Lui è un bel tipo di contadino: baffi folti, un cappellaccio a tesa larga, la capparella(*) sulle spalle.  Si alza dal tavolo dell’osteria, saluta gli amici e dice: «A se vdrän, a vâg da cla dôna ch’ai ó a cà» (Arrivederci, vado da quella donna che ho a casa). Quella donna che ha a casa è sua moglie.

Usava dir così «cla dòna». Qualcuno diceva: «Cla bîstia» (quella bestia). Altri, scherzosamente, dicevano: «Al sacramänt» (il sacramento). Forse era un assurdo senso di superiorità nei riguardi delle donne. Ma, in modo più veritiero, era solo timidezza e pudore: nessuno, in campagna e fra il popolino, si azzardava a dire: mia moglie in pubblico. Anzi, accennando a «cla dòna», abbassavano la voce, quasi pronunciassero una parola “sconveniente”.

(*) La capparella era un mantello, tipo tabarro, senza maniche, che gli uomini hanno indossato fino negli anni 50-60, nei paesi più poveri. Gli uomini non usavano il cappotto, che era riservato ai ricchi.

♣     ♥

SCÛSUM

 (Scusami)

«L é l istàss che dîr scûum» (è lo stesso che dire scusami). Due stanno contrattando al mercato, ma non si trovano d’accordo. Uno chiede troppo, l’altro offre poco. Discutono da mezz’ora quando quello che deve vendere, seccato per un’offerta a suo parere ancora troppo esigua, salta su a dire inviperito: «Oh, mo alåura l é l istàss che dîr scûum» (Allora è lo stesso che dire scusami).

Lui intende dire che quella offerta così bassa ha lo scopo di interrompere le trattative: è come se l’altro avesse detto: “scusami, ma non se ne fa niente”.

♣     ♥

ÈSEN

(Asino)

«Fèr l èen pr an paghèr al dâzi» Fare l’asino per non pagare il dazio.

Un tempo i dazieri erano sentinelle implacabili, piazzati alle porte della città, sorvegliavano tutto e tutti, e ogni gonfiore sospetto sotto la veste, sotto una giacca o sotto la capparella, ogni valigia, o sporta, o borsa, ogni carico di biroccino li faceva scattare implacabili:«Qualcosa da dichiarare?»

Un giorno dermarono un tale che aveva la capparella stranamente rigonfia.

Disse il daziere: «Che cos’ha lì sotto?»

«Lì sotto?»  domandò l’uomo con aria leggermente tonta.

«Sì, lì sotto, sotto la capparella».

«Sotto la capparella? Cosa c’è sotto la capparella?».

Il daziere continuò per un poco a fare domande, poi si seccò: «Åu» disse «ch’al sénta bän al mî umarèl: al l à  da piantèr ed fèr l èen pr an paghèr al dâzi». (Oh, ascolti bene ometto mio, la deve smettere di fare l’asino per non pagare il dazio).

Da allora, sempre che la storiella risponda a verità, di un finto tonto si disse che faceva l’asino per non pagare il dazio. Certo è che il tributo era dovuto per le carni macellate e non per quelle vive. Per cui “fare l’asino vivo” significava metaforicamente voler evadere il dazio.

 ♣     ♥

 RUSÈRI

(Rosario)

La moglie fa molti complimenti al marito, ma gli fa trovare spesso il desinare piuttosto modesto. Allora lui, seccato, esclama :«Óh, sént, còca: manc ruṡèri e pió macarón!» (Ascoltami cara, meno rosari e più maccheroni).

Il detto trae origini da una vecchia storiella. Due imbianchini stanno lavorando in un convento e sono seccati perché, all’ora di pranzo, abbondano le preghiere e scarseggia il cibo. Un giorno il padre guardiano chiede se sono soddisfatti del trattamento.

«Ói!» rispondono «l’andrêv méi se ai fóss mänc ruṡèri e pió macarón» (Be!, andrebbe meglio se ci fossero meno rosari e più maccheroni).

♣     ♥

 DÍ BÄN SÓ, FANTÈSMA

 (Dimmi dunque, fantasma)

 È il detto bolognese più noto fuori dalla mura cittadine. Siamo alla fine dell’Ottocento. Al teatro del Corso il famoso illusionista Pickmann – altri cronisti dicono si chiamasse Vatry –  sta conducendo uno dei suoi esperimenti. «Adesso» dice l’interprete «il professore evocherà l’anima di un trapassato e i signori del pubblico potranno rivolgergli qualunque domanda».

Un attimo di profondo silenzio, poi una voce dal loggione grida: «Dí bän só, fantèma, l èt mâi ciapè int al cûl?» (Racconta, fantasma, l’hai mai preso nel culo?)

Il professor Pickmann, o comunque si chiamasse,  non è mai più venuto a Bologna.

♣     ♥ 

 SPIANÈR

 (Spianare, si dice ancora oggi per significare che si mette un abito per la prima volta)

 «Spianèr un vstièri» (Spianare un vestito)

L’espressione sfida il tempo, seppure italianizzata: ancora oggi si dice a Bologna spianare un vestito, spianare le scarpe: persino spianare l’automobile. Spianare significa mettere un indumento per la prima volta o per la prima volta servirsi di un oggetto.

Da cosa derivi non si sa. Tuttavia un avvertimento è d’obbligo. Se un bolognese vi dicesse che vuole spianarvi «äl cudûr», (le cuciture), diffidate perché in dialetto ciò non significa inaugurare le cuciture, ma prendervi a bastonate.

♣     ♥

FÂM

(Fame)

 «Èser pén ed vudâm» (essere pieno di vuoto)

Forse questa frase l’ha inventata Fagiolino, che sulla fame e sulla languidezza di stomaco, sull’acquolina in bocca, ne aveva sempre delle nuove da tirar fuori,

Dice: «Èt magnè incû?» Hai mangiato oggi?

E l’altro:« Eh, altroché: a sän pén ed vudäm».

Detta così può anche passare per una battuta divertente. Ma chi  ha provato la fame vera (non la languidezza degli pseudonimi per conservare la linea), conosce certamente la sensazione dolorosa che attanaglia lo stomaco: una vera e propria materializzazione del vuoto.

Chi ha «Al ståmmg pén ed vudâm», adora, come si conviene, quello che un tempo veniva chiamato «Al dio pagnòta» (il dio pagnotta).

Chi an n avéva ón ch’s inzuchéss in cl èter» (Chi non ne aveva uno – un soldo – che si inzuccasse nell’altro) trovava ogni sera «Al gât int al fûg» (il gatto nel fuoco), che era segno di miseria: se il gatto vi poteva sonnecchiare sopra significava che il focolare era spento.

Si diceva: «In cà nòstra, la zanna la litîga con al dr» (In casa nostra la cena litiga col il pranzo) (che è anche un detto italiano), oppure «A magnän  al pan con al brîsel» (mangiamo il pane con le briciole come companatico). Perciò erano molti coloro che sospiravano: «A m câsca äl budèl dala fâm» (mi cadono le budella dalla fame), o «A n i vàdd lómm dala fâm» (non ci vedo dalla fame), o «Ai ó la budèla dàl låuv che a magnarêv i sâs» (ho le budella del lupo (una gran fame), che mangerei i sassi), o addirittura «A bujarêv al dièvel par båvver al brôd» (bollirei il diavolo per berne il brodo), o anche «A magnarêv i purtón dl infêren» (mangerei i portoni dell’inferno).

Non occorreva, insomma, alla maggior parte dei bolognesi, l’aperitivo per «métter in varżûra al stâmmg» (per mettere in eccitazione lo stomaco).

E pensare che c’era gente «Ch’la lighèva i can con la susézza» (che legava i cani con la salciccia). Che aveva cibi «Par castîg» (per castigo), che mangiava «A strazabisâca» (a stracciatasca, a crepapelle). Gente «Ch’l’avèva al ståmmg sänza memòria» (aveva lo stomaco senza memoria, cioè mangiava continuamente).

«Mah!» sospiravano i poveri andando a letto «Ai  è chi mâgna da stróppi» (c’è chi mangia da storpio) e chi come me che «al s acuntänta dl’âria dla fnèstra» (si accontenta dell’aria della finestra).

La polenta, questa sera, «La n m à gnanc tuchè un dänt» (non mi ha neppure toccato un dente).

 ♣     ♥

ZIVÅLLA

(Cipolla)

«Dâi, dâi, la zivålla dvänta âi» (dai, dai, la cipolla diventa aglio)

Il significato è controverso.

Quando si andava a scuola e qualche materia non voleva entrarci in testa, la nonna interveniva incoraggiandoci. «Insisti» diceva perché «dâi, dâi, la zivålla dvänta âi».Intendeva dire che con la costanza qualunque cosa riesce.

Ma forse interpretò meglio il significato dell’espressione, una donnetta del popolo che se ne servì nel corso di una lite originata probabilmente da futili motivi. Riteneva di essere stata ingiustamente accusata da un coinquilina di qualche scorrettezza.

L’altra si difendeva sostenendo che le sue parole erano state male interpretate.

«Bän, insomma, interpretata bene o male lei la deve smettere di parlare di me perché anche se sono a posto con la coscienza e non ho paura delle maldicenze, dâi, dâi, la zivålla dvänta âi» . Voleva dire, cioè, che a forza di ripeterle anche le cose inventate possono alla fine essere credute vere.

♣     ♥

GIÓGGLIA

(Giulia)

«T î dî Giógglia, té» (Lo chiami Giulia, tu?). Uno si accorge che una cosa è diversa da come gli è stata presentata, allora esclama: «T î dî Giógglia, té?». Cioè: «Ti pare poco?».

Le origini del detto, come spesso accade, sono incerte. Riportiamo qui una poesiola pubblicata in “Ehi! Ch’al scusa” nel 1884 (mantenendo l’antica e superata grafia originale):

«Un dé Pirula al déss a la Ruséina: – A vag stasira vî col sgnèr Aldvich, in campagna da ló, mó saul dmatéina a taurn a cà, vgnand a Bulägna  sigh – Sé, va pur là, Pirén, va pur dòv t’vû – la Ruséina l’arspaus  a so maré – e sicóm an sän brisa in cà tót dú, a tói la Giôlia a lèt stanót con mé. – Mó anzi, tu pur tigh la ragazóla, acsé la pól fèr bóna cumpagnî – Pó, dap chl’avé basè muièr e fióla, cuntänt e chiét Pirén al s’n’andó vî. Pr’una causa ch’an só brisa prézis, al sté a Bulägna; e ‘l s’pers fòra un puchtén, mó quand fó mezanót, al s’n’in désiz d’andèr a lèt a fèr un quèlch pislén. Cantand e stufland l’andé a cà drétt e con la cièv l’avérs la pórta e l’óss, mai cardand che a rubèrî i su dirét in tla só stanzia qualch d’ón ètr ai fóss. Ma la muièr truvò tóta confusa e un òmn al vést ch’a i era al póst sô d’ló.  Arabé alaura al s’rivulzé a la spausa: – Ah, ti dî Giôlia té a lu lé? – disó!»

( Un giorno Pietro disse alla Rosina: – Questa sera andrò via  con il signor Ludovico, in campagna da lui, e solo domattina torno a casa, venendo a Bologna con lui. – Sì va pure Pierino, va dove vuoi – rispose la Rosina a suo marito – e siccome non siamo a casa tutti e due prendo la Giulia a letto stanotte con me. –  Certo, anzi, prendi pure con te la bambina, così ti può fare buona compagnia. – Poi, dopo aver baciato la moglie e la figlia, contento e tranquillo Pierino se ne andò via. Per una causa che non so bene di preciso, stette a Bologna, e si perse un po’ fuori, ma quando fu mezzanotte si decise di andare a letto a fare un qualche pisolino.  Cantando e fischiando andò a casa direttamente e con la chiave aprì la porta e l’uscio, mai credendo che a rubare il suo diritto nella sua stanza ci fosse qualcun altro. Trovò la moglie tutta confusa e vide un uomo al posto suo. Arrabbiato allora si rivolse alla sua sposa : “Ah, lo chiami Giulia, tu, questo qui”? Parla!»

♣     ♥

MÔRT INBARIÈGA

(Morte ubriaca)

I bolognesi sono bonari, paciocconi, inclini alla facezia più che alla satira. Però bisogna andarci piano, altrimenti si corre il rischio di qualche sorpresa. Ci si aspetta di essere vellicati piacevolmente da una battutina e invece ci si può sentire trafitti.

Come deve sentirsi trafitto l’uomo che appena uscito dall’ospedale o da una malattia si sente paragonato alla morte ubriaca: «T um pèr la môrt inbarièga» (sembri la morte ubriaca).

L’immensa cattiveria che i bolognesi mascherano sotto il sorriso è rivelata dalle cento e cento geniali, ma crudeli,  definizioni dei difetti fisici del prossimo.

Un uomo molto piccolo «al pèr un bufarlòt» (sembra un pappatacio) o «un schinchiôl» cioè una zampa di vitello, o addirittura «un scramlézz», cioè un brivido (ma «scramlézz» significa anche ribrezzo, raccapriccio).

L’esiguità delle membra è però spesso accompagnata da un carattere particolarmente aggressivo. Si dice allora che il tale è «un umarén dal pàvver» (un omarino del pepe) o «ch’l é cén mó calcadén» (che è piccolo ma consistente).

Un uomo in cattiva salute viene paragonato non solo a «la môrt inbarièga», ma anche  «ala môrt inramè»   (dipinta di rame). Se è torturato dall’artrite si dice che sembra «al ritrât di granf» (il ritratto dei crampi).

Può  avere anche l’aspetto di una «sarâca andè da mèl» (un’aringa marcia) o di «un cadâver ch’al caména» (cadavere che cammina). Viene persino paragonato al «tragg’ ed tariänf» , al tredici dei trionfi nella carte dei tarocchi, che raffigura uno scheletro.

Di uno pallido si dice «ch’l é culåur d un tâi ed navån» (ha colore di una fetta di rapa), «ed pâpa fradda» (di minestra fredda), «ed telegrâma ed pan còt» (di un telegramma di pancotto).

Veramente stupenda è la definizione «culåur d óss avêrt» (colore di uscio aperto). Ma c’è anche chi  è «môrt cómm un creditåur» (pallido come un creditore).

Il volto di un ammalato può essere anche «culåur ed tèra da pgnât» (colore di terra da pignatte), mentre quella di un sudicione è talvolta «culåur ed sumiclézzia» (colore di liquerizia) o «d scuràżż» (di scoregge). A uno molto pallido si dice: «avîv fât bughè?» (avete fatto il bucato?).

Un uomo molto magro (o affamato) ha «la panza scâgna ch’la pèr un tanbûr scurdè» (ha la pancia vuota che sembra un tamburo scordato), oppure ha il ventre «ch’i tâcca la schéna» (che gli tocca la schiena)

C’è chi è secco e giallo «cómm al sûg ed bacàtt» (come il sugo di bacchetto): i bacchetti erano le radici di liquerizia che i ragazzini masticavano. Ora non si trovano quasi più se non in certe fiere paesane.

Si può essere magro «cómm un spurâc’ da pasarén» (come uno spaventapasseri), «cómm un arcàtt da viulén» (come un archetto da violino), «cómm una braggla» (come una scheggia di legno), «cómm un óss» (come un uscio), «cómm un bacalà», o semplicemente «sacc arabé» (secco arrabbiato).

C’è chi assomiglia a un «arciâm da giarón» (richiamo di allodole), o a un «spurâc» (spauracchio). C’è chi è tanto patito da «parair una lôna» (da sembrare un lampo) o una «luêrta» (una lucertola). C’è chi è tanto magro  che «as i dîs al paternòster int al filån dla vétta», che gli si può dire il Padrenostro usando la spina dorsale come un rosario.  Ai magrissimi gli spiritosi dicevano: «stécc…qué stasîra?», giocando sulla parola  «stécc» (stecchi)  e «stèt» (stai).

E ve lo immaginate uno «brótt pió dal biåggn?» (brutto più del bisogno?). Oppure «brótt cómm i dèbit, o cómm al mèl ed ståmmg?» (brutto come i debiti o il male di stomaco?).

«Avair la båcca dal fåuren» (avere la bocca del forno) significa avere la bocca larga. «Avair al nè  ch’guèrda ala glòria» (avere il naso che guarda alla gloria), vuol dire avere il naso rincagnato. Chi ha le narici in avanti a causa della forma del naso voltato all’insù, «as i vadd la gåula pr i bû dal » (gli si vede la gola attraverso i buchi del naso).

Un miglior trattamento hanno naturalmente i belli e i robusti: «un pèz ed fant» (un pezzo di fante), «un pèz ed marcantòni» (un pezzo di Marcantonio), «un bèl sturnèl» (un bello storno).

Un tempo «sturnèl» veniva usato per indicare un uomo bizzarro, ma oggi ha mutato significato: James Bond è un «bèl sturnèl». Ma se uno si dà delle arie da fusto e non lo è, viene con ironia definito «un bèl casp» (un bel caspo d’insalata). Di uno alto ma molto magro si dice che è «una canarèla, o ch’al pèr un anghirån da vâl» (sembra una canna o un airone della valle), oppure «una cruîra vsté» (un appendiabiti vestito) e magari i ragazzi gli gridano – o meglio gli gridavano – dietro: «t î un sparlungån» (sei uno  “spilungone”).

♣     ♥

CADRANÈL

«Al pèr Cadranèl», sembra Cadranel. Nel 1938, i giornali annunciarono l’arrivo a Bologna di un personaggio del quale da tempo in  Italia si parlava: il famoso fachiro indo brasiliano: Cadranel.

Cadranel digiunava.  Si sistemò in un locale sotterraneo di Via Ugo Bassi. Lo rinchiusero, alla presenza di un notaio, in una specie di bara di cristallo. Ci sarebbe rimasto, dicevano i manifesti, un incredibile numero di giorni senza bere e senza toccare una briciola di pane. Vederlo, costava due lire.

Lui sorrideva, immobile nella cassa di cristallo. C’era il trucco? La gente lo sospettava.

Ci si mise un giornalista. Uno della troupe tradì e la verità venne clamorosamente a galla: Cadranel teneva celato, nella parte meno nobile del corpo, un piccolo cacciavite. Nei  momenti in cui la sala era vuota, cioè verso l’alba, estraeva il cacciavite, svitava un’assicella e dal pertugio entrava il cibo necessario per tirare avanti un altro giorno.

Il detto «Al pèr Cadranèl», non tenne evidentemente conto del trucco, perché per qualche anno, servì a indicare una persona molto magra e denutrita.

♣     ♥

SBÊRLA

(Sberla)

Due, allo stadio, stanno discutendo sulla partita. Il diverbio si fa piuttosto acceso e uno dei contendenti guarda l’altro con aria feroce ed esclama: «Åu, ch’al bèda bän che s’l insésst al pôl anc scapuzèr  in una sbêrla» (Guardi, se insiste, può anche inciampare in una sberla).

Un tempo gli schiaffi venivano chiamati «Garòfel a zénc dîda» (garofani a cinque dita) per via dell’impronta che lasciavano sulla guancia colpita.

♣     ♥

PATERNÒSTER

(Padrenostro)

Il cliente è di quelli incontentabili. Il cameriere è seccato, ma sopporta, sa che, chi paga, entro certi limiti, ha sempre ragione. Finalmente il pranzo è finito.

Il cliente – che ha trovato salata la minestra, insipida la pietanza, poco dolce la torta e troppo dolce il vino – mugugna un po’ sul conto, controlla la somma e se ne va.

«Arrivederla, signore» dice correttissimo il cameriere, accompagnandolo fino alla porta, poi, quando l’altro è uscito, borbotta: «Mé a cradd che lu-là al truvarêv da dîr anc int al Paternòter».

♣     ♥

ÅURA

(L’ora dell’orologio)

Un tempo la gente rideva con poco. Uno chiedeva: «Che ora è?» E l’altro: «L’é l’åura ch’l’êra ajîr da st’åura» (è l’ora che era ieri a quest’ora).

Si viveva più semplicemente. E si rideva anche più semplicemente. Ci si incontrava per la strada, una stretta di mano, poi  «cusa i é d nôv?» (cosa c’è di nuovo?), (nôv significa sia nuovo che nove). «D nôv?»  era la riposta, «I pirû d San Ptròni». (Di nuovo? I gradini di San Petronio).  La scalinata che porta sul sagrato di San Petronio ha infatti nove gradini.

Chi si accingeva a rincasare diceva invariabilmente: «L’é åura d andèr vêrs casa…làcc» (è ora di andare verso Casa…lecchio). Il gioco di parole era basato sul troncamento del nome di una località alle porte di Bologna: Casalecchio.

Un falegname si dava  una martellata su un dito? C’era subito lo spiritoso che diceva: «Mé a n ò sintó gniént» (io non ho sentito nessun dolore).

Chi la sera non usciva di casa affermava: «A vâg al teâter Bianchétti», cioè vado al teatro Bianchetti, indicando per bianchetti il letto con le lenzuola bianche e giocando sul fatto che a Bologna esisteva un teatro Brunetti, l’attuale Duse.

Al passaggio di un gobbo c’era sempre qualche bello spirito che mormorava: «Lu-là al s ciâma Melôni» (quello si chiama Melloni, giocando sulla parola “melone” sulle spalle del gobbo). E non mancava chi, scorgendo uno zoppo, affermasse: «Quall-lé a n la trôva mâi pèra» (quello non la trova mai pari).

«Tant cunplimént e un bès ala cagnéna» (tanti complimenti e un bacio alla cagnetta), era uno dei modi di accomiatarsi da una conoscente.

Se pioveva, allora, il buontempone osservava: «Ai vén zå dl’ âcua môjja» (cade acqua bagnata). Se lo invitavano a bere esclamava: «Mó sicûra, mé a sån dla Bevrèra» (certamente, io sono della Beverara) che è una frazione di Bologna. Se gli domandavano il suo nome, rispondeva: «Chi a sån mé? A sån al fiôl ed mî pèder» Chi sono io? Sono il figlio di mio padre.

«S’la s’n à parmèl»  si diceva scherzando a una donna falsamente scandalizzata per una battuta  un po’ audace «ch’la s vôlta al grinbèl» ( se si è offesa, si volti il grembiule).

D’inverno la gente di spirito interveniva nelle conversazioni sul tempo con battute come questa: «Altroché s’l é fradd. I an truvè żlè una sentinèla a San Lócca» ( altroché se è freddo, hanno trovato gelata una sentinella a San Luca). Al santuario di San Luca esisteva una polveriera.

Di un progetto che non veniva mai attuato si osservava: «Ai ò pòra  ch’i al fâghen l’ân dal mâi» (ho paura che lo facciano l’anno del mai).

Nel lasciare un conoscente si esclamava: «Stricäns la zavâta» (stringiamoci la ciabatta), o, se non trovava più il cappello: «In duv òja méss la tèsta?» (dove ho messo la testa?). O ancora: «Se dman al n um vadd, ch’al dégga pûr ch’a n sån brîa  vgnó» (se domani non mi vede, dica pure – ne deduca – che non sono venuto).

Ma il massimo exploit dello spirito del buon bolognese vecchio stampo era questo: «S’l à biṡågn ed quèl ch’as al cånpra» (se ha bisogno di qualcosa, se lo compri).

Ancora oggi c’è qualcuno che, in prossimità del Natale, incontrando un conoscente dice: «Ôv dûri» (uova sode), invece di Auguri, giocando sul suono delle parole.

♣     ♥

LA CANPÈNA D SAN SIMÅN

(La campana di San Simone: una ninna nanna)

Din, dan, din, dan

La canpèna d San Simån

Tótt al dé i la sunèven

Pan e vén i guadagnèven

Guadagnèvn un pèr d capón

Da purtèr ai sû padrón

I sû padrón i n êren a cà

I êren invêzi dåpp al óss

A tajèr gli uràcc’ al cócc

Cócc, cócc, malandrén

Dà la vôlta al tô mulén

Dà la vôlta al tô canèl

Ch’ai ó trai fiôli da maridèr

Ónna cûs e pó la tâja

Ónna fà i caplén ed pâja

Ónna fà i caplén ed spén

Fa la nâna al mî fangén.

(Din, don, din , don / la campana di San Simone / tutto il giorno la suonavano / pane e vino guadagnavano / guadagnavano un paio di capponi / da portare ai loro padroni / i loro padroni non erano a casa / erano invece dietro l’uscio / a tagliare le orecchie al cuculo / cuculo, cuculo malandrino / metti in moto il tuo mulino / metti in moto il tuo canale / che ho tre figlie da maritare / una cuce e poi taglia / una fa i cappellini di paglia / una fa i cappellini di spino / fa la nanna mio bambino )

♣     ♥

ŻÛRA ŻÛRA, PANZA DÛRA

(Giura, giura, pancia dura)

Era il giuramento più solenne e vincolante dei ragazzi di un tempo. Solitamente ci si accontentava di un non troppo impegnativo: « Sant’Anna scopre l’inganno» che faceva sentire i ragazzi a posto con la coscienza, anche se non avevano detto proprio tutta la verità.

Ma quando si trattava di garantire in modo assoluto la buona fede allora ecco la formula solenne, davanti alla quale nessuno aveva più il coraggio di mentire:  «Żûra  Żûra, panza dûra, panza infiè ch’a môra in sta bulè» (Giuro, giuro, pancia dura, pancia gonfia, che io muoia in questo posto (se non dovessi mantenere la promessa).

È una formula evidentemente molto antica; dei tempi nei quali il colera era, fra tutte le malattie, una delle più temute. La pancia dura e gonfia era uno dei primi sintomi dellla terribile e implacabile infezione.

♣     ♥

SORBOLE

C’è un’esclamazione, piuttosto volgare, che distingue i bolognesi come il leone della Metro o il cane a sei zampe dell’Eni. «Sócc’mél» letteralmente “succhiamelo”.

In una rivista goliardica del 1940, la scena rappresentava il ponte di una nave. Arriva un messaggio radio, il capitano lo decifra lentamente: S,O… «C’è gente in pericolo» mormora, poi continua a decifrare: «S,O, C,M, E, L…Macché» esclama allora «è il solito scherzo di una nave di bolognesi».

«Sorbole, sorbolina, sóccia, sórbla, soccialôv», sono pudiche mascherture, surrogati della più petroniana delle esclamazioni. Dice «Mo sòbole» soltanto qualche signora piccolo borghese di una certa età, in momenti di particolare sbalordimento e sorpresa. Le giovani piccolo-borghesi dicono «sorbolina» con molta grazia e con una «esse» appena marcata. «Soccialôv», invece, gode ancora qualche fortuna tra le donne del popolo: e non è neppure volgare se chi si lascia sfuggire l’esclamazione, parla un dialetto aperto e genuino. «Sóccia» , infine, è un’esclamazione tipicamente infantile. «Sóccia che gol», (che gol!), «Sôccia che bêrla» (che botta!), sostanzialmente «sóccia» equivale a un’eslamazione, a un intercalare tipico di Bologna, che ha perduto l’originale caratteristica scurrile.

♣     ♥

AMAZÈR

(Uccidere)

Francesco Ferrucci gridò drammaticamente a Maramaldo: «Vile, tu uccidi un uomo morto.» I bolognesi, meno epici, dicono: «Bèla fôrza, amazèr ón ch’chèga», (bella forza, ammazzare uno che caga) e quindi è nelle condizioni peggiori per potersi difendere.

♣     ♥

SDUZÈR LA CHITÂRA

(Strimpellare una chitarra)

Peccato che l’espressione sia passata di moda. Con il proliferare dei complessi musicali moderni, più o meno intonati, avrebbe trovato larghissimo impiego. «duzèr la chitâra» significa, infatti, strimpellare la chitarra (verbo valido per qualsiasi altro strumento musicale, ma la chitarra si presta più di tutti).

«dòz» vuol dire coccio. In linguaggio figurato significa una persona di poca salute. Oggi di dice «dòz», per esempio, ad un mediocre giocatore di calcio.

«Fèr di dûz» significa rompere in pezzi una pignatta. Ma se a «Fèr di dûz» è una donna incinta, vuol dire cha ha abortito. C’è anche un terzo significato: chi è in procinto di perdere la pazienza e sta per menar le mani dice, con aria torva, che farà «di dûz» dei cocci.

Se il marito sente venire dalla cucina una fragore di terraglie infrante, ancora oggi, se è un vero bolognese esclama «Sdozzi!!!».

♣     ♥

PRÎT

(Prete)

«Al n é un mèl che al prît in gôda» (non è un male che il prete ne goda).

Il medico di famiglia, di un tempo, era un vecchio signore baffuto e gioviale. Parlava in dialetto, scaricava gran pacche sulla schiena del nonno, dava del tu al babbo.

Se era l’ultima visita della giornata, talvolta si fermava a bere un bicchiere di vino seduto sul letto. Discorreva di politica e del mal di gola del paziente. Prima di uscire rassicurava tutti: «State tranquilli, «quasst al n é un mèl che al prît in gôda» Questo non è un male che il prete ne goda. Voleva dire che non si trattava di una cosa grave e che non ci sarebbe stato bisogno di scomodare il prete per l’estrema unzione.

Salvo che il medico non fosse come quello ricordato da una vecchia filastrocca:

«Al dutåur Leonbrón

Ch’al n à mai guaré inción.

Ai fó ón ch’al guaré,

Mo al dé dåpp al muré»

(Il dottor Leonbruno / che non ha mai guarito nessuno / Ci fu uno che guarì / ma il giorno dopo morì).

♣     ♥

LASEMSTÈR

(Lasciamistare, non mi toccare)

«L’é péna ed lasemstèr» (E’ piena di lasciamistare).

A volte ci sono ragazze, molto belle, ma talmente consapevoli  della loro avvenenza, da rendersi antipatiche. A Bologna di un tipo del genere si dice che: «l’é na ed lasemstèr» è piena di “lasciamistare”. Una felicissima definizione.

Un tempo, essere pieni di «lasemstèr» significava anche essere noiosissimi.

♣     ♥

FRÈ

(Frate)

«Ai nâs un frè» Nasce un frate.

Certi silenzi oggi sono impossibili, ma un tempo accadeva quasi ogni sera. A tavola  il babbo aveva finito di mangiare, accendeva una sigaretta, la mamma non trovava la voglia, o la forza, dopo una giornata senza un momento di respiro, d’alzarsi per lavare i piatti, i figli sfogliavano qualche giornaletto.

D’improvviso ci si accorgeva che il silenzio era assoluto, totale, che nulla in casa e fuori, lo  turbava, né un alito di vento, né una voce, né uno scricchiolio.

Allora il nonno diceva: «Ai nâs un frè» (Nasce un frate) e ogni volta si rideva della battuta come fosse nuova.

♣     ♥

 NÀIGHER

(Nero)

«Se ló l é nàigher mé a ténnż» (Se lei è nero, io tingo).

Pirûla (Pietro), facchino e Jusfén (Giuseppe), mugnaio, hanno trovato da discutere sul prezzo per lo scarico di un carro di grano. Pirûla ha i bicipiti poderosi, ma anche Jusfén non scherza, da giovane ha fatto ginnastica come quelli della Virtus.

Il facchino insiste, ma l’altro non cede. Allora Pirûla, facendo gli occhi feroci, esclama: «Óu, badè bän che incû mé a sån nàigher dimónndi» (Oh! Guardate bene che oggi sono molto nero).

E l’altro: «Ah, sé? Bän, se vó a sî nàighér, mé a ténnż!» Se voi siete nero, io tingo.

La battuta è divertente, ma pare che, in altri tempi, sia costata a molti il passaggio dal nero metaforico al nero concreto: il nero che circonda gli occhi di chi è stato preso a pugni.

♣     ♥

TÔC E TÂC

(Tacchino e tacco)

«Méi un tôc che un tâc» (Meglio un tacchino che un tacco). Non si sa chi sia stato a scoprire il fatto che è meglio un tacchino che un tacco, ma le cose sembrano andate così:

«Un zavatén diocupè al vésst un tôc par strè,bandè; vêlt e prudänt ló al l aguanté e, par cal dé, pió a n lavuré. Pò al déss trancuéll, dåpp ch’l avé fât: l é méi dimónndi un un tôc che un tâc».

(Un ciabattino disoccupato vide un tacchino per la strada, sbandato. Svelto e prudente lo agguantò e per quel giorno non lavorò più. Poi disse tranquillo, dopo che l’ebbe fatto: è molto meglio un tacchino che un tacco).

 ♣     ♥

CAVÂL D SCÂJA

(Cavallo di Scaglia)

«Al cavâl d Scâja» (Il cavallo di Scaglia). Cavâl vuol dire cavallo, Scâja è difficile da definire. Si può pensare che scâja faccia riferimento  ad un tipo di roccia calcarea poco compatta, con tendenza a suddividersi in scaglie. Con la scaglia, che è molto fragile, pare che un tempo si fabbricassero cavallucci per bambini, di qui il detto  «cavâl d scâja» per indicare una persona fragile ed afflitta da molti mali.

Ma forse non è così, perché generalmente la terra malleabile per fare figurette era la creta. E la maggior parte delle versioni date dai parlanti dialettali, indicano in  Scâja un cognome.

Probabilmente però il detto bolognese ha maggiore attinenza con un detto popolare italiano: “E’ come l’asino di Buridano che ha cento piaghe sotto la coda”. «L é cme al cavâl ed Scâja ch’l avèva trantasî mèl såtta ala cô» (E’ come il cavallo di Scaglia [riferendosi a una persona, forse proprietaria di un cavallo pieno di acciacchi] che aveva trentasei mali sotto la coda).

A un «Cavâl d Scâja – secondo i bolognesi – as i vadd i dént in båcca pr al bûdal cûl» (Al cavallo di Scaglia gli si vedono i denti in bocca attraverso il buco del culo).

♣     ♥

PICÂJ – PICÂJA

(Gambo, fermaglio)

«Picâj» significa gambo, fermaglio. Al femminile, è di «picaglia» tenera chi si innamora o si commuove facilmente. L’espressione è usata con particolare tenerezza dalle madri.

«L é d picâja tanndra» dicono del figlioletto, «bâsta guardèrel parché al s métta a zighèr» (E’ di «picaglia» tenera (come dire ha un fermaglio che non  tiene), basta guardarlo perché si metta a piangere).

♣     ♥

TAFIÈR

(Abbuffarsi, mangiare voracemente)

Mangiare, in bolognese, si dice «Magnèr»

«Al mâgna» (mangia) il signore che si siede a tavola, mette il tovagliolo sulle ginocchia e, masticando lentamente come suggerisce il medico, si fa fuori dignitosamente minestra, pietanza e frutta.

Ma se al posto del signore distinto si mette un bel piantato rappresentante di una «balla» (gruppo) di facchini allora è meglio sostituire il verbo «magnèr» con un altro, più volgare ma anche più significativo, «tafièr» (abbuffarsi) che è voce del gergo popolare di chi come i facchini o i muratori lavorano forte e di braccia.

Se nel dialetto bolognese abbondano i riferimenti alla fame, come, per esempio, «avair al ståmmg int i garétt» (Avere lo stomaco nei garretti), numerose sono le espressioni ispirate al «tafièr», per esempio «ludrèr», «spanzèr» (riempirsi la pancia)  «magnèr da stróppi» (mangiare fino a scoppiare), oppure «magnèr a stragualzón» (mangiare così in fretta da strozzarsi).

I vecchi muratori dicevano anche «ganapèr», con riferimento al nome di un burattino bolognese “Sganapino”, il sempre affamato compagno di casotto di Fagiolino (altro burattino bolognese).

Fino a pochi anni fa ai Giardini Margherita di Bologna o alle fiere  dei paesi nei dintorni della città, venivano allestiti teatrini di burattini, in cui i due personaggi Sganapino e Fagiolino, facevano divertire centinaia di bambini, affascinati dalle proverbiali bastonate che si davano a vicenda e dai loro litigi per futili motivi. Tutti i dialoghi erano in dialetto.

 Un tempo, quando un viso d’uomo non era virile se non ornato da folti baffoni, chi stava per sedersi a tavola dichiarava, sicuramente con aria compiaciuta,: «A vâg a ónnżrum i bâfi» (vado ad ungermi i baffi). Un po’ volgare ma significativo. Meno volgare è l’espressione «batér l òs barbén», (Chi mangia, infatti, batte le ossa della barba: mascella e mandibola).

♣     ♥

BRÔDA ED FASÛ

(Brodo di fagioli)

«Andèr in brôda ed faû» (Andare in brodo di fagioli).

A un poeta dialettale bolognese fu rimproverato di non scrivere versi d’amore, ma solo versi divertenti. Forse i bolognesi non sanno amare? Non hanno momenti di malinconia?

Il poeta si difese affermando che il dialetto bolognese non va d’accordo con il sentimento.

La dolce parola “amare” non ha un corrispettivo in dialetto.

Non si dice mai ad una donna: «Mé a l âm» perché «al lâm», in bolognese, è l’amo e serve per pigliare i pesci.

Né si può dire «Amèr», per amare, perché «amèr» significa amaro.

Per dire che si ama una donna (o un uomo ovviamente) è necessario ricorrere a un giro di parole: dire, per esempio, «Mé a t vói bän» (Io ti voglio bene).

Non si può negare che il dialetto petroniano si presti più alla frase gioconda, beffeggiatrice, grassa che ai dialoghi degli innamorati.

Se si prende ad esempio l’italianissimo «andare in brodo di giuggiole», c’è molta gentilezza in quel brodo di giuggiole. Ebbene, i bolognesi vanno invece in «brôda ed faû» in brodo di fagioli, che è indubbiamente un modo assai più prosaico di definire la gioia.

♣     ♥

CÛG

(Cuoco)

«Al cûg l é môrt dala pózza ed carbån» (Il cuoco è morto per la puzza del carbone).

«Prego, si accomodi» dice la padrona di casa all’ospite «ma non si aspetti mica un pranzo eccezionale perché «da nuèter al cûg l é môrt dala pózza ed carbån». (Da noi il cuoco è morto per la puzza del carbone).

Quando in una casa il cuoco è morto per la puzza del carbone, significa che non vi regna l’abbondanza e che, come direbbe Fagiolino, (burattino bolognese), vi si mangiano «ciûd a claziån e bulàtt da dnèr»: chiodi a colazione e bullette (o bulloni) a desinare.

♣     ♥

DUNÉN É MÔRT, DUNÈ STÀ MÈL

(Donnino è morto e Donato sta male)

Miniracconto.

La Venusta, moglie di Callisto, domiciliato in via Miramonte, si reca dalla vicina di casa l’Argia, moglie di Archimede, conosciuto come «al drétt» (il dritto).

«Ch’la m  scûa, Argia», dice,«m’inprastaréssi un franc?» (Mi scusi, Argia, mi presterebbe una lira?).

«No», dice l’Argia, «An n ò ón ch’al s inzócca in cl’èter. Intinimôd, anc s’al avéss, a lî an i al darêv brîa. La m à bèle da dèr dîs sôld». (No, dice l’Argia, non ne ho uno che s’inzucchi nell’altro. Ad ogni modo, anche se l’avessi, a lei non glielo darei. Mi deve già dieci soldi).

Breve e concitato e coloratissimo dialogo, nel corso del quale la Venusta esprime il suo pensiero sull’Argia e l’Argia replica con alcuni concisi ma efficacissimi concetti sulla Venusta.

A conclusione dello scambio d’idee l’Argia grida: «E pò sèla cus ai dégg? Che chi à la råggna s la grâta» (E poi sa che cosa le dico? Che chi ha la rogna se la gratti).

Mah! Sospira la Venusta andandosene: «Che tempi!», «L é pròpi vaira che Dunén é môrt e Dunè stà mèl» (E’ proprio vero che Donnino è morto e Donato sta male)

Un gioco di parole non proprio irresistibile per significare che non si trova più chi doni qualcosa.

♣     ♥

 CÛG LANDRÉN

(Cuoco Landrino)

«Al cûg Landrén  ch’al mazèva i bdûc’ col misclén» (il cuoco Landrino che ammazzava i pidocchi col mestolo). Lo si usava per indicare chi manipola le vivande con poca pulizia.

In Borgo Casse, oggi Via Marconi, c’era una «Ustarî d Capóccia» (Un’osteria di Capoccia) dove veniva servito un «Umidâci» (Umidone o Umidaccio), nel quale, con una certa frequenza, venivano trovate le cose più strane e incredibili. Si dice che una volta un cliente vi abbia trovato una scarpina da poppante, forse caduta nella enorme pentola mentre la cuoca stava rimestando l’intingolo tenendo in braccio un bimbo.

♣     ♥

SAN GRUGNÅN

(San Grugnone)

Capita  anche nelle migliori famiglie. Il padre torna dal lavoro e trova la moglie e i figli seri, accigliati. Azzarda una domanda e gli viene risposto a monosillabi.

Allora  esclama: «Bän  mo cuṡ’êl, incû, al dé d San Grugnån?» (ma che giorno è oggi, il giorno di San Grugnone?).

«Avair al gróggn» in bolognese, significa avere il muso, essere di cattivo umore.

Da «gróggn» è derivato «Al dé d San Grugnån», il giorno di San Grugnone, cioè, del muso lungo.

♣     ♥

MAITINÈ

La «Maitinè» è una burla di altri tempi.

Fra gli scherzi di poco buon gusto  sopravvissuti  fino a qualche anno dopo l’ultima guerra, vi era la «Maitinè», consistente in riunioni di persone del popolo che, sotto le finestre dei novelli coniugi, che si erano sposati in età non giovanissima, eseguivano stonati concerti, battendo su padelle, caldaie, coperchi e altri recipienti, con un gran baccano, comunicando a tutto il circondario il matrimonio fra “anziani”. Per evitare che questo succedesse alcune coppie si sposavano tardissimo la sera o prestissimo la mattina.

Oggi la «Maitinè» non usa più, non solo perché la gente  ha cambiato e si è evoluta. Non è certamente raro che ci si sposi in età rispettabile, ma anche perché il concerto potrebbe essere scambiato per un moderno complesso rock che si esibisce a mo’ di serenata.

♣     ♥

LÓ E VÓ

( Lei e Voi)

Durante il ventennio fascista i giornali tuonavano: “Usate il voi”. I manifesti ammonivano: “Abolite il lei”.

Per i giovani era insieme una fatica ed un divertimento:  frequente l’errore voluto: “Scusate, signorina, lei venite al cinema con noi?”

Fra la gente del popolo, gli anziani, invece, nemmeno se ne accorgevano perché avevano sempre usato il voi. Il nonno dava del voi alla nonna  e i figli del voi alla mamma.

Si usava  il lei parlando con persone di un ceto ritenuto superiore. Il contadino dava del lei al padrone, mentre il padrone lo trattava col voi. Il lei era, insomma, riservato alla gente importante per autorità e ricchezza.

Uno che si facesse «Dèr dal ló» (dare del lei) era dunque uomo di tutto rispetto.

«L é ón» diceva  la gente del popolo del facchino pronto a menar le mani «ch’al s fà  dèr dal ló». (E’ uno che si fa dare del lei, si fa rispettare).

Ma anche un buon piatto di tortellini o di lasagne si fa dare del lei. «Òrpo» esclama il buongustaio con la bocca piena «quissti sé ch’ i én turtlén ch’i s fan dèr dal ló». (Orpo – abbreviazione di “corpo di Bacco” -, questi sì, sono tortellini che si fanno dare del lei).

Ed anche oggi, non è raro sentire : “Mi dia del lei”, quando qualcuno che si ritiene di “rango” superiore, si sente invece trattato con il tu.

♣     ♥

PINSÎR

(Pensieri)

«Métter i pinsîr såtta al cavzèl» (mettere i pensieri sotto il capezzale).

Un tempo non esistevano i tranquillanti. Nei casi più gravi, quando l’ansia e la depressione dicevano proprio sul serio, si ricorreva a una tazza di camomilla raccolta in fiore, d’estate, nei prati della periferia.

Se la camomilla si fosse rivelata insufficiente, ecco il consiglio un po’ triviale: «Dî só, s’t è al narvåus métt al cûl a mói». (Ehi tu, se hai il nervoso, metti il sedere a mollo).

Ma la maggioranza dei bolognesi, dopo una giornata di durissimo lavoro, non avevano bisogno di camomilla per dormire.

In quanto alle preoccupazioni, seguiva il suggerimento di un vecchio adagio: «Métt tótt i pinsîr såtta al cavzèl».(metti  tutti i pensieri sotto il capezzale). Come dire: dormi tranquillo senza pensare a quello che ti aspetta domani.

♣      ♥

GALANTÒMEN DALA TÒCA

(Galantuomo del tacchino)

Il detto popolare deriva da un racconto con almeno due versioni.

Un tale, molto anni fa, di passaggio per una strada di compagna, non seppe resistere alla tentazione di afferrare un grosso tacchino per il collo e di nasconderlo sotto la capparella(*). Per sua sfortuna l’«arżdåura» (la padrona di casa), lo sorprese e lo affrontò piuttosto arrabbiata.

«v con mé?»  (dite a me?) domandò l’uomo facendo lo gnorri.

«Pròpi a vó, al mî umarèl, a m pèr ch’a v aréssi da vargugnèr!» (Proprio a voi, il mio ometto, mi sembra che dovreste vergognarvi!).

«Vargugnèrum  ed côsa?» replicò l’altro «mé a sån un galantòmen» (Vergognarmi di che cosa? Io sono un galantuomo).

«Sé» sbottò allora la donna «un galantòmen dala tôca» (sì, un galantuomo col tacchino).

L’altra versione non si discosta molto. Racconta che un contadino, per frodare il dazio, avrebbe nascosto un tacchino sotto la capparella. Ma, al momento di entrare in città, il gonfiore non sfuggì agli occhi esperti del daziere, che volle vederci chiaro:

«Che cosa avete lì sotto?»

E il contadino facendo l’ingenuo: «Niente»

«Siete sicuro’»

«Altro ché. «Mé a dégg sänper la veritè. A sån un galantòmen» (Io dico sempre la verità, sono un galantuomo).

«» disse il daziere aprendogli la capparella, «un galantòmen dala tôca»  (Sì, un galantuomo col tacchino).

La due versioni non si discostano molto, il significato non cambia: «Galantòmen dala tôca», viene chiamato chi si rivela un imbroglione.

(*) La capparella era un mantello, tipo tabarro, senza maniche, che gli uomini hanno indossato fino negli anni 50-60, nei paesi più poveri. Gli uomini del popolino non usavano il cappotto, che era riservato ai ricchi. Durante la prima guerra mondiale i soldati semplici, i fanti, usavano la capparella, gli ufficiali indossavano il cappotto.

♣     ♥

BAJÒC ED GRÂS

(Baiocco o soldo di grasso)

«Dscårrer cómm un bajòc ed grâs int la padèla» (Parlare come un soldo di grasso nella padella).

L’immagine è felicissima. Parla come un soldo di grasso nella padella chi dice cose inutili e sciocche. Infatti è un parlare che non lascerà tracce. Proprio come l’effimero borbottio di una pallina di grasso che si strugge al calore.

♣     ♥

SPUDASENTÄNZ

(Sputasentenze)

«Al i aciâpa quand al i acói» (Ci prende quando coglie nel segno). In altre parole dice giusto quando non sbaglia.

Non c’è forse individuo più insopportabile dello «spudasentänz» lo sputasentenze. Di chi pretende di sapere tutto e dice soltanto stupidaggini, di chi sostiene di conoscere il rimedio per ogni malattia e la strada per ottenere qualunque tipo di favore.

I bolognesi liquidano con una frase lapidaria queste enciclopedie umane. Questi geni che non farebbero fortuna nemmeno nel più squalificato dei telequiz.

«Lu-lé – dicono – al i aciâpa quand al i acói» che è un modo elegante per dire che uno parla a vanvera. (Ci prende quando coglie nel segno).

A chi si dà delle arie e cerca di passare per importante, un tempo si diceva: «Mo chi êl? Quall ch’al métt al sûg int al muscatèl?» Ma chi è? Quello che mette il sugo nell’uva moscatella?

Oppure «Mo chi êl? Quall ch’al dà la pîga ai chîfel?» (Ma chi è? Quello che dà la piega ai chifel?) I Chifel sono pezzi di pane a forma di mezza luna.

E ancora: «Mo chi êl? Al padrån däli òs dla pulänt?» (Ma chi è? Il padrone delle ossa della polenta?).

♣     ♥

ŻANIBÔNI

A chi ripete sempre le stesse cose, ancora oggi, si dice: «Mûdla,Żanibôni» (Cambiala. Zaniboni).

Zaniboni era il direttore della piccola orchestra che avrebbe dovuto rallegrare gli spettatori dell’Arena del Sole negli intervalli fra un atto e l’altro. Senonché  ripeteva sempre le stesse musiche fra le grida di disapprovazione del popolino che gremiva il teatro. Finalmente un popolano della gradinata, ai limiti della sopportazione, urlò: «Mûdla, Żaniboni» (Cambiala, Zaniboni).

La battuta, destinata a diventare celebre, fu accolta da frenetici applausi.

♣     ♥

I MÎS DÄL ZIVÅLL

(I mesi delle cipolle)

Il tema della fame ricorre con frequenza nella letteratura dialettale del secolo scorso. Il teatro dei burattini, specchio deformante ma attendibilissimo della vita del popolo bolognese, è addirittura dominato dalla fame: Fagiolino, sia pur giocosamente senza farne un dramma, per che cosa lotta e bastona se non per procacciarsi un «stracantån ed gnûc apastizè?» (un’angoliera – grande quantità –  di gnocchi al pasticcio?).

Gli ideali suoi, di Sganapino, di Brisighella e degli altri compagni di casotto, sono tutti di ordine materiale: ideali piccolissimi, giacché si esauriscono nell’aspirazione di mettersi  a tavola o sistemarsi in una cantina ben fornita.

Dove si va? Domanda Fagiolino

«Bâsta ch’andaggna dóvv ai é del tajadèl sótti» (Basta che andiamo dove ci sono delle tagliatella asciutte),

Risponde Sganapino.

«E di bón macarón cunzè con la pâsta e dal bån vén naigher». (e dei buoni maccheroni conditi con la pasta e del buon vino nero).

Nella città di un tempo «i mîṡ däl zivåll» (i mesi delle cipolle), erano quelli, terribili, della carestia e della disoccupazione, quando la gente «La n avèva gnint da fèr fumèr al camén» (Non aveva di che far fumare il camino, nel senso che mancava anche la legna).

Si legge in una relazione del 1883: «Vi sono delle classi di operai e di braccianti che, per mancanza di mezzi e per la piccola retribuzione che ricevono in ogni lavoro, vivono molti giorni di sola polenta di formentone, o non condita, o assai male. In un lavoro di arginatura del fiume Reno in Argelata, chi scrive ebbe ad osservare, nel mese di aprile scorso, il lavoro di 1200 operai e braccianti, i quali per la maggior parte eransi riuniti in squadre di 12 o 15 uomini, onde insieme eseguire un dato lavoro, a prezzo già stabilito, ed a prepararsi insieme anche il vitto. Questo, però, consisteva in una sola polenta, bensì assai grande, perché di otto o dieci chilogrammi di farina di formentone, la quale però ben cotta, e appena confezionata con poco sale, veniva subito divisa tra i contraenti. Questi poi se ne servivan anche nel pasto della sera; essendo poi ben fortunato quell’operaio che poteva associarvi qualche sostanza, come cipolla, frutta, e specialmente una piccola dose di formaggio, o di salacca (*)»

I mesi della cipolla dovevano essere più d’uno nel corso dell’anno, e dovevano esservene alcuni addirittura senza cipolla, se si usava dire: «Incû a i ò magnè pan e spudâc’» (Oggi ho mangiato pane e saliva).

(*) La salacca o sarâca è la definizione commerciale di alcuni tipi di pesce conservato sotto sale, generalmente proveniente dai paesi del nord Europa. Per realizzare le salacche sono utilizzate alcune specie di pesce azzurro (normalmente cheppie e papaline, ma anche sardine o aringhe), ovvero quelle specie che sono poco ricercate per il consumo immediato a causa di un’eccessiva ricchezza di spine nelle carni. Il pesce, una volta eviscerato, messo in salamoia e, a volte anche affumicato, viene posto in barili e conservato mediante salatura a secco.

Negli anni del dopoguerra, i barili aperti di salacche ( saracche) erano la prima cosa che si incontrava quando si entrava in una drogheria.

♣     ♥

BALILLA

(Balilla, nel senso di termine fascista)

«Andèr int i balilla» (Andare nei balilla)

Forse il primo, quello che inventò questo detto, ne fece partecipe soltanto gli amici più fidati raccomandando che non lo dicessero in giro perché era roba da finire al confino.

Invece si sa come vanno queste cose: se la battuta è buona fa presto a diffondersi. E questa si diffuse a tal punto che anche per molto tempo, nel dopoguerra, la si sentiva molto spesso soprattutto tra il popolino. Col tempo aveva perso ogni carica di cattiveria ed era diventata un modo di dire come un altro.

«Dí sô»  si diceva a chi faceva un discorso stupido o si comportava in modo sciocco «vèt int i balilla?» (Dimmi, vai forse nei balilla?). Era un surrogato ironico ed elegante del rozzo ma bolognesissimo: «vèt int i cretén?» (vai nei cretini?).

♣     ♥

DIRINDÉINA E PAN GRATÈ

Capita a tutti di iniziare un discorso e poi perdere il filo. In qualche caso basta un momento di riflessione, un appropriato giro di parole per riportare il ragionamento in carreggiata. Altre volte, invece, ci si trova impelagati in un complicatissimo labirinto di vocaboli: e più si parla per uscirne più il cammino si fa difficile, sicché si finisce per balbettare frasi senza senso, terribilmente confusi se la persona con cui parliamo è di quelle che vengono dette di riguardo.

È a questo punto – quando, come si suol dire, si vorrebbe sprofondare – che il bolognese, con la su aria sorniona, mormora: «sé, dirindéna e pan gratè».

«Dirindéna» non significa nulla, «pan gratè» vuol dire pane grattugiato. Il tutto vuole essere lo sconclusionato, buffonesco commento a un discorso privo di senso.

♣      ♥

ARÉN BUTÉN

I nostri nonni e bisnonni, quando si trattava di fare la “conta” per stabilire a chi toccava “stare sotto”, per giocare a mosca cieca o ai quattro cantoni,  si mettevano tutti in cerchio. Poi il più grande diceva: «Arén, Butén, Salè, Limån,Żanfrén, Żanfrån, Côla garavèla, Tudàssc, Dièvl e Pass». Si tratta di un’accozzaglia di vocaboli, alcuni intraducibili, alla quale si affidavano, per decidere a chi toccasse “stare sotto”.

In qualche caso usavano anche un’altra filastrocca, molto più nota, che diceva: «ambarabà ci ci cocò, tre civette sul comò, che facevano all’amore con il gatto del dottore, il dottore si ammalò, ambarabà ci ci cocò».

Se qualcuno faceva qualche «balutén» (ballottino, tentava di barare) non mancavano le proteste e la consueta solenne invocazione: «San Żvân pôrta l ingân» cioè San Giovanni scopre l’inganno.

Oggi è tutto un altro mondo, ma anche i nostri genitori, impegnandosi a fare un salto, hanno detto: «Salto, mi salto/ mi rompo la testa/ mi rompo il viso/ salto in Paradiso».

Quelli ancora meno giovani ricordano bene la “luna” che si giocava a «Zòp galàtt» (gallo zoppo, su un piede solo), oppure il «Dscargabaréll» (scaricabarile: effettuato da due ragazzi che si mettevano dorso contro dorso e, intrecciate le braccia, si sollevavano alternativamente, restando a vicenda l’uno sopra e l’altro sotto).  O ancora il «Livapàn» (la bilancia, in cui due fanciulli a cavalcioni delle estremità di una trave, tenuta in bilico sopra un’altra, si alzavano e si abbassavano con moto alterno).

I giochi fanciulleschi d’un tempo erano parecchi, ad esempio «L’arpiatarôla» (rimpiattino o nascondino), la «Stréjja» (strega: al via del capogioco si doveva correre su qualcosa di rialzato prima di essere toccati dalla strega), «bérr e lèder» (guardie e ladri), i «Quâter cantón» (I quattro cantoni).

C’erano anche piccoli giochi d’azzardo come «Paniréna» (Cestina, fatta tenendo le mani chiuse a pugno), «Pèra e dspèra» (Pari o dispari), «Batmûr» (Battimuro), «Castlàtt» (Castelletto).

«Paniréna,paniréna, quèla é vûda e quèla é péna?» domandava l’uno e l’altro doveva indovinare in quale delle due mani chiuse fosse nascosto un piccolo oggetto.

Il «Castlàtt» lo ricordano solo i più anziani. Si giocava con quattro noci: tre disposte a triangolo e una posta sopra le tre noci. Contro il castelletto i ragazzi lanciavano, ad uno ad uno, una noce. Chi colpiva il «Castlàtt», vinceva.

«Batmûr» (battimuro) era il gioco dei più vivaci. I ragazzi ponevano  a distanza di un metro e mezzo circa da un muro, un segno chiamato «bóssca». Quindi, uno alla volta, lanciavano contro il muro una moneta che, rimbalzando doveva avvicinarsi al segno, ma non sorpassarlo. Tutte le monete che andavano oltre erano vinte da chi aveva saputo far ricadere la propria a minor distanza dal segno.

C’era un tempo anche un gioco che si chiamava «Péccia blîguel» (batti l’ombelico) , lo si faceva facendo rimbalzare una moneta gettata in direzione dell’ombelico. Più tardi nel tempo, questo gioco ha assunto un altro significato e non è sempre consigliato proporre a una ragazza, in presenza di altre persone, di giocare a «Péccia blîguel».

♣     ♥

PIÂT

(Piatto)

«Un piât d bôna zîra» (Un piatto di buona cera)

Per chi ha vissuto per molti anni in un quartiere popolare, fra facchini, operai e artigiani, questa espressione sembra estremamente indicativa di un mondo e di un modo di vivere che oggi sono scomparsi.

Era una piccola comunità, una straducola stretta, con case basse e povere, la porta di casa era sempre aperta: non c’era nulla da rubare. D’estate la gente viveva nella strada, ognuno portava una seggiola, i bimbi più piccoli giocavano sotto i portici.

La gente era schietta e cordiale, un no era un no, un sì era un sì. E un invito a pranzo – a una mensa di solito molto parca – generalmente non sottintendeva secondi fini.

La colazione di lavoro non era ancora stata inventata, era soltanto una occasione di stare un po’ insieme.

«Ch’al véggna a dżunèr da nó», si diceva: venga a digiunare da noi.

«E ch’an s aspèta mégga èter che di piât ed bôna zîra» (e non si aspetti altro che dei piatti di buona cera: dei piatti cioè, alla buona, ma offerti col cuore).

Al che l’altro rispondeva: «Ma senz’altro: «dove si manduca Dio mi conduca».

Il pranzo si concludeva regolarmente con l’esortazione a finire tutto quello che c’era in tavola: «Bän» diceva la padrona di casa, indicando l’ultimo pezzetto di ciambella, «a n vrà mégga lasèr lé al pcån dla vargåggna?» (Beh!, non vorrà mica lasciare lì (sul piatto) il boccone della vergogna?).  

♣     ♥

PRASÛ

(Prezzemoli)

Quando andavano lunghe, le sottane erano ornate ai bordi con frastagli ricamati: in dialetto quei frastagli erano detti :«prasû» (prezzemoli).

«Badèr ai prasû dla sô stanèla» Cioè badare ai frastagli della propria sottana, significava non impicciarsi degli affari degli altri.

Veniva usato soprattutto durante le liti fra comari: «Lî la farêv méi a badèr ai prasû dla sô stanèla, brótta scuénzia!» (Lai farebbe meglio a badare ai frastagli della sua sottana, brutta squinzia!)

♣     ♥

TÛM SÓ

(Prendimi su, raccoglimi)

La solita moglie, il solito marito e la solita richiesta di quattrini. Lei dice:«dammi diecimila lire», e lui: «sé, i én lé ch’èl dîṡen tûm só» (Sì, sono lì che dicono prendimi su, raccoglimi).

Il significato è chiaro: «L é lé ch’al dî tûm só» tutto quello che non c’è o che è difficile da trovare.

In analoga circostanza un marito, in altri tempi, avrebbe risposto: «sé, i én lé ch’î cåvven» (sì, sono lì che covano).

♣     ♥

SCUASADÉN

(Pioggia breve e improvvisa)

Si dice, di chi non è molto sveglio di mente, che è nato la notte della breve e improvvisa pioggia: «L é nèd la nòt dal scuasadén». La ragione per la quale la nascita di uno sciocco sarebbe propiziata da una pioggia breve e violenta non è chiara.

I nostri nonni ci ricordavano, in giorni molto lontani, che i bambini nascono sotto i cavoli. La pioggia violenta, non danneggia solo la frutta, danneggia anche i piccini che attendono l’alba per essere raccolti. Del resto, di uno sciocco si dice, come della frutta, che è un po’ tocco.

♣    ♥

SPARADÈL

(Striscia di cuoio cucita tra la suola e la scarpa)

«Andèr fòra dal sparadèl» Uscire dallo “sparadello” corrisponde all’italiano: uscire di senno, impazzire.

Senno è, in bolognese, «al giudézzi». Si dice «Pêrder al giudézzi», (Perdere il senno),« Avair pôc giudézzi» (Avere poco senno), «Métter giudézzi» (Mettere senno), «Andèr fòra ed giudézzi» (Uscire di senno). La parola «giudézzi» oltre che difficile da pronunciare, sarebbe stato anche poco efficace: allora i bolognesi  hanno cercato qualcosa di più fantasioso e divertente. Così chi dà i numeri, invece di uscire di senno, «al và fòra dal sparadèl» (Va fuori dallo sparadello) che è quella striscia di cuoio cucita tra la suola e la scarpa.

Vi sono naturalmente altri modi per indicare la pazzia: «Andèr a quèrt» (Andare a quarti di luna), «Andèr in Sant’Iî o al nómmer nuvanta» (Andare in Via Sant’Isaia o al numero novanta) dove c’era l’ingresso del manicomio provinciale.

Di chi si comporta in modo strano, si dice: «Ai bâla al zócc» (Gli balla la testa). Si può essere «Mât cme na cavâla» (Matto come una cavalla), «Mât stlè» (Matto spaccato).

Il vecchio bolognese, infine, mormora scuotendo il capo: «Åu, Ronchèti» (Oh! Roncati): Francesco Roncati fu per molti anni direttore del manicomio che porta il suo nome.

♣     ♥

CHÈREN

(Carne)

Un proverbio italiano dice: “Uccellin che mette coda, mangia ogni ora”, per dire che ai bambini che crescono non bisogna lesinare il mangiare. In dialetto si dovrebbe dire:«Ulén ch’métt la cô mâgna ògni åura». Non occorre essere bolognese per rendersi conto che, così conciato, il proverbio suona falso come una moneta fasulla.

I bolognesi, invece, dicono: «Chèrn ch’crass, mâgna spass» (Carne che cresce, mangia spesso). E’ un modo meno allusivo e gentile, ma certamente più efficace e il significato del proverbio rimane identico.

♣     ♥

SPÅUSA

(Sposa)

La storiella è risaputa ma graziosa. Siamo nell’Ottocento quando le donne portavano monumentali vestiti ricchi di imbottiture.

Un tale, presumiamo di campagna, prende moglie. La sera, quando la casa è già immersa nel silenzio, si sentono all’improvviso delle grida. È lo sposo che disperatamente urla. «Curî, curî parént, che la spåua la và a finîr in gnént» (correte, correte parenti che la sposa va a finire in niente,si squaglia).

Tolte le vesti imbottite, la sposina si era rivelata più magra di quel che il marito potesse supporre.

L’espressione è poi rimasta per indicar qualunque cosa si riveli meno consistente del previsto.

♣     ♥

BÛS

(Buco)

Di uno che spende più di quello che guadagna o che si è imbarcato in un’impresa che va al di là delle sue forze o delle sue possibilità, in italiano si dice che ha fatto il passo più lungo della gamba: «l  à fât al pâs pió lóng dla gamba». Ma i bolognesi sanno essere ancora più espliciti, quando affermano: «Ch’al vôl fèr al strånz pió grand dal bû» (Che vuole fare lo stronzo più grande del buco).

Volgare ma efficace.

♣     ♥

ZÍO

(Zio)

C’era un certo Fonso che abitava al piano di sotto. Faceva il falegname, ma non aveva granché, almeno così dicevano e spesso non aveva niente da fare. Allora andava in cortile a fare due chiacchiere con i vicini, per nulla preoccupato. I ragazzi pensavano che la sua spensieratezza derivasse dal fatto che aveva uno zio che regolarmente lo soccorreva nei momenti di bisogno. Diceva infatti: «A sån in bulatta, biågna ch’a vâga dal zío».

Ci andava, infatti, e al ritorno mostrava il borsellino con le monete.

Ma in dialetto bolognese: «Andèr dal zío» significa andare al Monte di Pietà, uno zio piuttosto interessato, almeno ai tempi di allora, che dava sì un mucchietto di monetine, ma che si prendeva  la collanina della Fonsa, l’orologio di «Iacmén» (Giacomino), i gemelli d’oro di Callisto.

♣     ♥

ÂCUA

(Acqua)

«L’âcua la fà marzîr infénna i fundamént» (L’acqua fa marcire anche le fondamenta).

“Bevevano i nostri padri? “- Si domandavano in coro i clienti delle osterie. Poi accertato che i padri bevevano, aggiungevano giocondamente: “e noi che figli siamo beviamo, beviamo”. Era anche una canzone cantata durante la festa delle matricole all’Università di Bologna. (Festa che non si fa più da tempo).

Un tempo il popolino considerava più che naturale terminare la settimana con una sbornia solenne. La notte del sabato la città risuonava tutta delle grida, dei canti, delle imprecazioni, dei lamenti degli ubriachi. E, frammiste a questo vociare, le urla di chi protestava dalle finestre per il sonno interrotto o le frasi scherzose lanciate a gran voce dai passanti: «Duro! Mo che scimmia! Qualla sé, ch’l’é una bèla câsa».

L’ubriaco faceva parte del paesaggio notturno della città: nessuno si scandalizzava. Era naturale bere, come dormire, mangiare, fare figli e morire tormentati dagli incubi del delirium tremens. Del resto che cosa sarebbe rimasto ai facchini, ai braccanti, agli operai se avessero rinunciato al mezzo di vino o al bicchierino di grappa? Soltanto una malinconia di una vita senza speranza.

Evviva il vino, dunque! E al diavolo il fegato! «Ògni dé pâsa un dé» (ogni giorno passa un giorno), diceva la gente. Era un carpe diem del popolo. E allora beviamo, dimentichiamo i guai, le miserie, la moglie ammalata, i figli laceri. E a chi invitava alla moderazione, la risposta, convincente come un assioma:  «L’âcua la fà marzîr infénna i fundamént» (L’acqua fa marcire anche le fondamenta).

♣     ♥

PRÈST

(Presto)

 «Pió prèst che sóbbit» (Più presto che subito). «Cmanda la Franza, eh?» (comanda la Francia, eh?) dicevano gli amici al nonno. E infatti in casa comandava la nonna, tipo energico, dai modi bruschi e autoritari. Le piaceva dare ordini: a uno pulisci qui, a un altro compera questo e questo.

Si andava a prendere il latte in latteria, dove vendevano le cioccolatine con la figurine degli attori e le trottole di latta per pochi soldi.

«A m arcmànd» (Mi raccomando) diceva la nonna «fà pió prèst che sóbbit» (fa più presto che subito). Si correva perché la nonna non solo comandava, ma adoperava le mani, e per fare più presto che subito non bisognava perdere nemmeno un secondo.

♣     ♥

DINTÉN

(Dentino)

All’uscita della fabbrica, in un quartiere della periferia, alcune giovani operaie, la Fonsa, la Gisella, la Cleonice, aspettano l’autobus.

Due pappagalli cercano di “attaccare”. Niente di male: qualche frase galante, qualche spiritosaggine. La Gisella e la Cleonice sorridono divertite, ma la Fonsa, che ama far l’ingenua, mostra di non gradire le attenzioni dei due e li aggredisce con un: «Cretini» che fa voltare la gente.

«Eh» fa uno dei giovani,«Cum l’é catîva!» (Eh, com’è cattiva!)

«Cattiva o non cattiva» ribatte la Fonsa «se non la smettono chiamo una guardia. Non ho mica l’abitudine di parlare con uomini che non conosco»

«Mo sé» risponde l’altro «Ch’la m måsstra bän s’l’à al dintén in båcca!» (Ma si, mi mostri bene se ha il dentino in bocca).

Così garbatamente i bolognesi prendono in giro chi vuol mostrarsi ingenuo e sprovveduto: «mostrami se hai il dentino in bocca». Visto che sei così innocente e puro mi viene perfino il dubbio che tu non abbia nemmeno messo il primo dentino.

♣     ♥

RÅNPER L’ÂRIA

(Rompere l’aria)

L’ambiente è quello piccolo borghese. Diamo ai padroni di casa un nome petroniano: Scannabissi. È il giorno degli addobbi. Al centro c’è il tavolo con i piatti di torta di riso, la ciambella le bottiglie di Alchermes.

La signora Clementina, minuta e vestita di nero, amica degli Scannabissi, entra in casa per far visita alla famiglia. Parlano degli addobbi, della processione, della banda che suonerà la sera; poi la signora Scannabissi domanda alla Clementina se «vuol favorire».

«Grâzie tant» dice la Clementina (parla un bel dialetto aperto di una volta) «Mo såul un pôc ed brazadèla par rånper l’âria». (Grazie tante, ma solo un poco di ciambella per rompere l’aria).

Ai non bolognesi questo «un po’ di ciambella per rompere l’aria» non dirà probabilmente niente, ma chi ha sentito parlare i petroniani di una volta riporta l’immagine di un clima e di un mondo talmente lontano da sembrare irreale.

♣     ♥

PULÄNT

(Polenta)

Un tizio in ristrettezze batte all’uscio di un amico. Questi lo ascolta, lo compiange, lo esorta a farsi coraggio, ma non scuce nemmeno una lira; i tempi sono duri, dice sospirando.

L’altro torna a casa: «Ti ha dato niente?»

«» risponde «al m à dè egli òs dla pulänt» (Sì, mi ha dato le ossa della polenta).

«C’era da immaginarselo» sospira la moglie «l é tante strécc ch’al dscurdgarêv un pdòc par cavèri la pèl» (é così stretto (tirchio) che scorticherebbe un pidocchio per ricavarne la pelle».

Avrebbe anche potuto dire: «A tôr só quall ch’lâsa lú-lé dóvv l  é pasè ai môr d fâm una furmîga» (A raccogliere quello che lascia dove è passato, muore di fame una formica).

Oppure: «A n dà da pluchèr gnanc una cåddga» (Non dà da piluccare neppure una cotica). Oppure: «A n i câsca gnént» (non gli casca niente). O ancora: «L é strécc cóme una péggna vairda» (Stretto come una pigna verde – acerba).

 

♣    ♥

SMÊCO

(parola che significa qualunque materia atta a coprire un difetto)

 «Fèr al só mêco» vuol dire fare, in apparenza, la sua figura. Lo mêco è (era?) una specie di cera che gli scultori spalmavano sulle loro opere, per rifinirle e aumentarne la bellezza. Metaforicamente significa qualunque materia atta a coprire un difetto.

Si diceva, riferendosi per esempio ad un vecchio mobile: «Dâi in vatta un pôc d mêco parché al fâga la sô bèla figûra» (dagli sopra un po’ di «mêco» perché faccia  la sua bella figura).

Anche il belletto è uno «mêco», come tutti i prodotti di bellezza usati da uomini e donne per restaurarsi il viso.

♣    ♥

SANMICHÊL ARBALTÈ

(San Michele  rovesciato)

Passa un ometto male in arnese, in cattiva salute. Il popolano dice: «Al pèr un sanmichêl arbaltè» Per San Michele, si intende  “trasloco”; «Arbaltè», significa “rovesciato”. Un trasloco, insomma, com’erano quelli dei poveri, un tempo. Un misero carretto, poche cianfrusaglie, il marito che tirava sbuffando tra le stanghe, la moglie che spingeva e i figli che tentavano di puntellare alla meno peggio il carico pericolante.

In una commedia di Fiacchi, “Al Sgnèr Pirén”  (Il signor Pierino) così viene descritto un trasloco: «Alla destra (del carretto) a i êra mé con (c’ero io con) il Duomo di Milano, di carta intaliata (intagliata), dirò accosì (così), un mio errore di giovinezza al quale però ho afezione (mi sono affezionato) perché a m custò dla fadîga (mi costò della fatica) e otto soldi di gomma, che allora era di quella vera arabica, brîa cómm l’é qualla d adès, ch’la s plócca (non come quella di adesso che si lecca), la s plócca e l é listàss che gnént (si lecca ed è la stessa cosa che niente). La mia Ergia (Argia), puvréṅna (poverina), l’avèva in brâz la sô tulatta (in braccio la sua toilette), coperta se vogliamo da un burazino (strofinaccio) il quale lasciava però che si vedessero le forme dell’oggetto in questione. La mî Lucrezia l’avèva dsfudrè una bûrsa ed pèl (La mia Lucrezia aveva sfoderato una borsa di pelle), che io, a dîr la veritè, a n i avèva mai véssta (a dire la verità non gliela avevo mai vista), un arcordo di un suvo  (un ricordo di un suo) fratello morto in Russia congelato con Napoleone il grande, e ci aveva messo dentro le gioie di famiglia, poche e per la maggior parte, matte, e in brâz da cl’ètra banda (e in braccio dall’altra parte)  l’avèva ón ed chi banbinén ed zîra (aveva uno di quei bambinelli  di cera) che sembravano vivi, e che lei tiene caro perché dice che assomiglia alla nostra Ergia quand l’èra céṅna (Argia quando era piccola)»

Il detto “far Sanmichele” è molto antico. Risale al tempo in cui i contratti di locazione scadevano il 29 settembre, giorno di San Michele, e non l’otto maggio come avvenne più tardi.

♣    ♥

ARÄNGA

(Aringa)

«L’è dura l’aränga» (E’ dura l’aringa*)

A pianterreno abitava la Gigia, che era vedova e aveva cinque figli. Tutti i giorni andava al gruppo rionale a prendere la minestra. Tornava portando una pentola piena di riso e fagioli e un po’ di pane.

D’estate la gente stava seduta sotto i portici, c’era anche il nonno, mangiava pane e mortadella. La Gigia  passava, con la sua pentola, e, quand’era entrata in casa, il nonno, scuotendo il capo, mormorava: «Eh, l’è dura l’aränga». (E’ dura l’aringa, come dire è dura la vita)

Non era una protesta, era la rassegnazione di quanto fosse difficile e tribolata la vita dei poveri.

(*) L’aringa era il pesce più comune e meno costoso che si trovava sul mercato. Veniva venduta pressata in grandi barili esposti, aperti, nelle vecchie drogherie.

♣    ♥

BÅCCA

(Bocca)

«Avrir la båcca pr arsurèr i dént» (Aprire la bocca per rinfrescare i denti).

Un modo bolognese per offendere.  Nel parlare bolognese manca quasi del tutto quel tipo di ingiuria che in altre parti fa balenare il coltello. Alla parola dura, che lascia il segno come una frustata, i bolognesi preferiscono la frase spiritosa, il gioco di parole, l’immagine colorita. Graffiano e come, ma sul momento non lasciano il segno. Il segno esce dopo, quando, ripensandoci, ci si accorge che l’ingiuria era nascosta dietro la battuta divertente.

Così se, litigando, noi diciamo:«Ló l avérra la båcca såul pr arsurèr i dént» (Lei apre la bocca solo per rinfrescare i denti), l’altro , tutt’al più ribatterà che siamo noi a rinfrescare i denti. Eppure il giochetto di parole voleva significare che l’altro parlava a vanvera, faceva discorsi stupidi; che, insomma, l’unico risultato del suo gran vociare era di dare aria alla dentatura.

♣     ♥

CUNFURTADÅUR

(Confortatore, colui che conforta)

La donnetta è stata colpita da un lutto ed ora spesso piange. Le vicine cercano di farle coraggio. Si fanno i soliti discorsi di circostanza: abbia fede in Dio, lui poveretto non soffre più, ecc.

La donnetta ascolta, poi scuote il capo: «Lì la dscårr parché a cunfurtadåur n i dôl la tèsta» (Lei parla perché al confortatore non duole il capo).

A Bologna si dice anche: «As supôrta méi i guâi di èter che i sû» (Si sopportano meglio i guai degli altri che i propri).

♣    ♥

DÂI DAL ŻASS

(Dagli del gesso!)

Questo modo di dire bolognese deriva dal carnevale. Un tempo non usavano i coriandoli di carta ed i bolognesi usavano « I curiandèl d Månt Dunè» (I coriandoli di Monte Donato).

Monte Donato è a pochi chilometri da Bologna, sulle colline. Un tempo c’erano ricche cave di gesso; oggi ci sono villette signorili.

I coriandoli di Monte Donato erano ovviamente di gesso; anzi erano semplicemente gesso, in polvere o in scaglie o in blocchetti.

C’erano carri appositamente costruiti e gente debitamente bardata: camicione bianco e maschera di fitta rete metallica che gettava palate di gesso sulla folla. E c’era gente fra la folla, altrettanto debitamente bardata, che restituiva gesso a quelli dei carri.

Il grido di battaglia era: «Dâi dal żass» (Dagli del gesso).

Dicono che i bolognesi di un tempo ci si divertissero pazzamente e deve essere vero giacché «dâi dal żass» (dagli del gesso), diventò un modo di dire assai popolare.

In una poesia di Bonzi una fioraia dell’Arena del Sole, dopo aver invano offerto dei fiori ad uno spettatore, così esclama: «A n vól tôr gnénte, da bån? Pròpi as capéss che tótt quall ch’cåssta di góbbi a ló an i piè. Oh ch’strâz ed boletèri….dâi dal żass» (non vuole prendere niente davvero? Si capisce proprio che tutto quello che costa dei soldi a lei non piace. Oh che straccio di uomo in bolletta…. dagli del gesso).

Dagli del gesso, insomma: al tirchio, come al pretenzioso, al cattivo giocatore di carte, come al chiacchierone

♣    ♥

SFORTUNÈ

(Sfortunato)

«A chi nâs sfortunè a i casca la cà in có» ( A chi nasce sfortunato gli cade addosso la casa).

E’ vero la fortuna è bendata e pesca tra gli uomini, ma la sfortuna sembra invece fare con molta cura le sue scelte e, trovata la vittima, raramente l’abbandona.

Di questi poveracci, destinati a ricevere addosso la casa, si dice che «I én sfortunè cómm i can in cîa» (che sono sfortunati come i cani in chiesa). E, infatti, chi è più sfortunato di un cane in chiesa? Non lo vogliono, lo cacciano. I cani non sono ammessi, se non in determinate circostanze.

♣    ♥

NAPOLEÅN

(Napoleone)

Non c’era gusto ad arrabbiarsi con la zia. Si poteva anche gettare a terra un piatto o urlare, per farla arrabbiare, ma la zia dava una alzata di spalle e mormorava: «Urla pure. La i é pasè  anc a  Napoleån» (Urla pure. E’ passata anche a Napoleone), Se la rabbia è passata a Napoleone, sarebbe passata anche a noi.

Non aveva grande stima dei grandi capi del tempo, era una antifascista di quelle radicate nelle sue convinzioni.

Diceva: «A n i fó mâi palâz d inperatåur ch’a n i èva pisè dänter un muradåur» (Non ci fu mai un palazzo d’imperatore dove non abbia pisciato un muratore), oppure: «A n i fó mâi bèla schèrpa ch’l a n dvintéss brótta zavâta». (Non ci fu mai una bella scarpa che non diventasse brutta ciabatta).

Era una bella donna, ma morì zitella. Forse era un po’ indisponente.

♣     ♥

 FURBÉN

(Furbastro)

«Al furbén dal deêrt» (Il furbastro del deserto).

Ci sono due versioni sull’origine del detto che fu popolarissimo a Bologna attorno al 1936.

Siamo in Africa. Un soldato sta sudando in una zona desertica. Passa un aeroplano e lui comincia a correre a perdifiato.

«Ma che cosa fai?» gli domanda il commilitone.

«Ohi, rincorro l’aeroplano per stare all’ombra delle ali».

Siamo in Africa: due esploratori camminano nel deserto, uno davanti l’altro dietro. Quello dietro tocca con la mano la spalla del compagno che si volta e domanda: «Ît stè té?», (Sei stato tu?).

Sia il soldato sia l’esploratore sono furbastri del deserto.

♣    ♥

CAVÉCC’

(Cavicchio)

«Nâser con al cavécc’» (Nascere col cavicchio).

Ci sono vari tipi di cavicchio: si chiama cavicchio il legnetto rotondo e appuntito a una estremità che si pianta nel muro o a un asse per appenderci roba; è un cavicchio il legno rotondo e appuntito, di maggiori dimensioni, con cui si fanno i buchi nel terreno per piantare o seminare ortaggi; anche il piolo delle scale di legno portatili si chiama cavicchio.

Sulle navi i cavicchi sono piccole zeppe troncoconiche di legno duro usate per turare i fori lasciati dai chiodi nel fasciami di legno e di acciaio; negli strumenti musicali, invece, il cavicchio è il piolo girevole a cui si annodano le corde.

Nel caso del dialetto bolognese non sappiamo bene di quale genere di cavicchio si tratti; sappiamo solo che nascere «con al cavécc» significa essere fortunati fin dalla nascita. Si capisce bene, senza doverlo specificare, dove sia necessario avere il cavicchio al momento della nascita. Possiamo assicuravi che chi ce l’ha sarà accompagnato per tutta la vita dalla buona sorte.

Esiste perfino un inno al cavicchio. E’ di un poeta dialettale dell’Ottocento: Antonio Chierici. Secondo il Chierici: «Al cavécc’ méss pulidén / fà sapiént  i sumarén / pr al cavécc’ as pôl utgnîr / nâstr e cråus da cavalîr / pr al cavécc’ cla fâta ctè / acsé bän s é maridè / sänza mérit, sänza blazza / l’à avó tanta contintazza». ( Il cavicchio messo a posto bene / fa sapienti i somari / per mezzo del cavicchio si può ottenere / nastro e croce di cavaliere / per mezzo del cavicchio quella tipa fatta così così / si è maritata molto bene / senza meriti e senza bellezza / ha avuto tanta contentezza).

Ma attenzione, non  sempre dal «cavécc’» deriva prosperità. Se vi capita di battere «al cûl int un cavécc’» (di battere il sedere in un cavicchio), non rallegratevi, significherà che avete dichiarato fallimento.

♣     ♥

LUMÈGA

(Lumaca)

In campagna i bambini giocavano con quello che trovavano. Non erano rare le lumache che strisciavano tra l’erba o nelle siepi. Quando ne trovavano una  “chiusa” con il corpo, appunto, racchiuso nella sua casetta, si mettevano a recitare una  cantilena:

«Lumèga, lumèga,

tîra fòra quâter côren.

Ónna par mé,

ónna par té,

e qualli ch’ai avanza,

dâli a tô maré».

(Lumaca, lumaca, tira fuori quattro corna. Una per me, una per te, e  quelle che rimangono, dalle a tuo marito).

♣     ♥

ÈSER DA ÔV E DA LÂT

(Essere da uova e da latte)

Essere da uova e da latte. Il modo di dire deriva dal commercio delle aringhe che potevano essere femmine con massa di uova in formazione e maschi con sacca spermatica (latte).

Il bottegaio usava chiedere al cliente quale preferiva. Se il cliente era indifferente rispondeva: «Mé a sän da ôv e da lât». (Io sono da uova e da latte).

Il detto è divenuto proverbiale  per significare disponibilità ad ogni soluzione.

♣     ♥

CARÅGGNA

(Carogna)

Finiva a botte, fra i ragazzi, soltanto  quando nelle dispute qualcuno tirava in ballo il nome e l’onore della madre. Si poteva passare sopra a qualunque offesa, ma questa no. Così, era anche fra gli adulti e più di un colpo di coltello fu vibrato per un apprezzamento pesante nei riguardi di una mamma, di una sorella o di una moglie. Qualcuno allora deve aver pensato: troviamo un eufemismo che consenta l’offesa e riduca il rischio.

Nacque così: «Caråggna té e chi t à dè la maila còta» (carogna te e chi ti ha dato la mela cotta). Come ben sanno i meno giovani, la mela cotta sostituiva frequentemente la poppata nell’alimentazione dei neonati.

♣     ♥

 BUTAIGA

(Bottega)

Passa un giovanotto ben vestito, aitante, pipa in bocca. Sale su un’auto sportiva e parte. La giovane non nasconde una certa ammirazione, ma la madre interviene. «Ma che cosa guardi? Io quei tipi lì, li conosco. Tótt quall ch’é in mâsstra l é in butaiga» (Tutto quello che è in mostra è in bottega). Vale a dire che non c’è altro in quella persona oltre l’apparenza.

«Avair la butaiga avêrta» (Avere la bottega aperta) non ha alcun riferimento con la frase precedente: significa avere dimenticato di abbottonare la patta dei pantaloni.

♣     ♥

 LÄNGUA

(Lingua)

 I giovani, in genere, sono pigri. La Fonsa  dice al figlio: «Vai ben giù un momento a comperare il latte»

«Ma la lattaia è lontana» si lamenta il figlio «e io sono stanco».

«Mó sé, figurati» ribatte la Fonsa «a fare tutta quella strada, a t sûda la längua in båcca» (Ma sì, ti suda la lingua in bocca).

«A t sûda la längua in båcca» viene anche usato per prendere in giro chi, per spavalderia, sostiene di avere caldo, mentre trema dal freddo.

♣    ♥

ANDÈR A TRABB

(Andare a «trabb» cioè “a trebbo”, significa “riunirsi con altre persone”

D’inverno, in campagna si andava a «Trabb» ci si riuniva nelle stalle, dove c’era più caldo per la presenza degli animali, e nello stesso tempo le donne filavano la lana o la stoppa, e spesso si raccontavano storie e favole. Spesso c’era qualcuno che raccontava storie e lo faceva di mestiere. Era un momento di collettività fraterna davvero irrecuperabile.

Se non c’erano le stalle si andava a «trabb» nelle case dei vicini e l’atmosfera non cambiava.

Ci scrive Nonna Elena.

Fantastico! Amo il dialetto, sono le nostre radici! Ci sono modi di dire che sono molto più efficaci in dialetto che in italiano.

Ricordo un detto del mio nonno materno che riusciva a farmi piangere quando ero piccolina: «Stét qué stasîra, c’andän a trabb da Fróll?» (Stai qui da me questa sera e vieni con me a casa di Frullo a sentire le sue storie?). Ma io piangevo perché la sera volevo andare a casa mia!

Allora per farmi ridere mi raccontava:

«Al sêt che ägli òt ai vén cal nôv dutåur ch’al dî che ägli ónng’ di pî i én dågg?»  (Lo sai che alle otto verrà quel nuovo dottore che dice che le unghie dei piedi sono dodici?), dove si usano i numeri sette, nove, dieci, undici nel senso di “sai, nuovo, dice, unghie”.

(Grazie Nonna Elena)

♣    ♥

PULINTÉIN

(Pastetta – Imbroglio)

Dice il protagonista di una canzonetta di Carlo Musi: «Al månnd l é fât acsé» (il mondo è fatto così). Trovatevi in un paese di provincia come in una città grande all’epoca delle elezioni. Sentite una gazzarra, vedete un fermento da perder la testa! Manifesti di ogni genere, ognuno dei quali, questo si capisce, tira l’acqua al suo mulino!

Dal sindaco all’operaio «Tótt i s dan d’atåuren» (tutti si danno da fare) per propagandare le proprie massime: volete abolire del sale? Volete l’abolizione dell’ordine? Distruggere tutto quanto vi è di regolare, d’esagerato? Eleggere Tizio, Caio, Sempronio!

«E lé: åu, arcôrdet bän,  té! T srè bäin ón di nûster! E quand a säin ala tirè del stròf, la dvånta tótta una pió bèla pulinteṅna d pèrt intàii, ch’l é parché a n psair brîṡa  dîr al sô parair e fèr capîr come due e due facciano quattro». ( E lì [quando sarai lì] oh, ricordati bene [stai  attento]! Sarai pure uno dei nostri! E quando siamo alla fine delle strofe, diventa tutta una bella polentina di parti intese [larghe intese], perché lì non si può dire il proprio parere e fare capire come due  più due facciano quattro).

Come avete capito, «Pulinteṅna» (Polentina) corrisponde all’italiano “pastetta”: significa cioè imbroglio, accordo segreto per un fine illecito.

Da  «Pulinteṅna» è derivato «pulintén» (polentino), che è sempre un imbroglio, ma assai meno grave. Fa dei polentini il giocatore di carte che tenta dei trucchetti, la domestica che ruba qualche lira sulla spesa.

Se poi il raggiro viene scoperto, il bolognese, per restare nel campo della gastronomia, dice che l’imbroglione «L à fât padèla» (ha fatto padella) e definisce le impasticciate giustificazioni un tentativo di «inmacarunèr incôsa» (mescolare tutto come si fa col ragù nei maccheroni).

♣     ♥

NÔNA

(Nonna)

«A i è mî nôna in guflån» (C’è mia nonna a coccoloni)

In certe occasioni una bella frase in vernacolo è più distensiva di una manciata di compresse di tranquillanti. Pensate un po’ a quando vostra moglie, come sempre un po’ distratta, vi dice: «Prendi la macchina fotografica, così oggi, mentre siamo in gita, fotografiamo i bambini».

Ma voi non sapete dove si trovi la macchina fotografica (o un altro oggetto qualsiasi), siete un «gran disordinato» e il compito di mettere le cose in ordine deve per forza assumerlo vostra moglie. Così le domandate dove ha messo la macchina fotografica.

Lei, che sta pettinando la più piccola, dice che l’ha messa nel tal cassetto.  Voi aprite il tal cassetto, poi riferite a vostra moglie di averlo trovato pieno di biancheria. Lei dice che è impossibile, che la messa proprio là, che non vedete mai niente.

Le dite che si renda conto di persona. Si rende conto, poi dice che allora l’ha messa forse nell’armadio. Frugate inutilmente nell’armadio, e lei vi consiglia di guardare in camera da pranzo.

Al momento di partire state esplorando il comò. Lei si affaccia e domanda: «Allora, c’è?».

Al che voi rispondete in dialetto: «Sé, a i è mî nôna in guflån» (Sì, c’è mia nonna a coccoloni).

Magari vostra moglie vi rimprovererebbe di essere volgari, ma è una bella soddisfazione conoscere un po’ di dialetto.

♣     ♥

CANZUNATTA

(Canzonetta)

«L é un quèl ch’al s cånpra con na canzunatta» (E’ una cosa che si compra con una canzonetta).

Comprare una cosa per una canzonetta significava ottenerla quasi per niente. «E’ stata una vera bazza» diceva la massaia mostrando il capo di biancheria acquistato in una liquidazione. «A l ò paghè na canzunatta» (L’ho pagato una canzonetta).

Si alludeva senza dubbio alle canzonette che gli orbini cantavano nei caffè e per le strade. «La vèl mänc dla canzunatta d un urbén» (Vale meno di una canzonetta di un orbino) si diceva infatti di una cosa di poco valore.

Gli orbini furono i juke-box della vecchia Bologna. Fin dalla metà del Quattrocento, riuniti in una compagnia che risiedeva nella chiesa di San Bartolomeo, godevano di non pochi privilegi: soltanto gli orbini bolognesi, per esempio, potevano cantare e suonare fra le mura della città. Possedevano anche un patrimonio comune che fu incamerato da Napoleone. Lavoravano a squadre. In talune solennità o quando era a Bologna qualche personaggio illustre, si riunivano per fare una serenata dividendosi il guadagno. Il duca di Montpensier, e poi suo figlio don Antonio d’Orleans, fecero sempre agli orbini generose offerte.

Alcuni furono ottimi suonatori di violino. Il capo degli orbini, Antonio Brendoli, nei primi anni del 1900, era conosciuto col soprannome di Mancinelli, celebre direttore d’orchestra.

♣    ♥

TIRASÓ

(Tira su)

Un «tirasó» è quel che si dice in italiano un “prendingiro”.

Al tempo in cui la città era cinta di mura, i frodatori del dazio issavano le merci sui bastioni servendosi di corde munite di uncino.

Erano chiamati dal popolino i «tirasó».

Dello stesso strattagemma si servivano coloro che, rimasti fuori dalle mura avevano “fatto tardi”. Con l’aiuto di amici, si facevano buttare delle corde per farsi issare sulle mura e poi lasciarsi cadere all’interno. A volte gli amici burloni, lasciavano andare le corde, facendo ricadere di nuovo il malcapitato, fuori dalle mura.

Caddero le mura, ma la parola restò fino ad indicare una persona che si prende gioco del prossimo.

♣     ♥

VINTARÔLA

(Ventarola, una specie di ventaglio per ravvivare il fuoco, ma anche foglio volante con zirudèl e componenti satirici inventato dal G.C.Croce)

«Andèr int el vintarôl. Bèda che i t métten int el vintarôl» ( Andare sulle ventarole. Sta attento che ti mettono sulle ventarole). Si diceva un tempo a chi, per esempio, indossava abiti ridicoli o diceva stupidaggini.

Perché le “ventarole”?

«El vintarôl» le ventarole, ora scomparse, erano una nota caratteristica della vita cittadina.

Vi era un tipo che girava per la città senza giacca, con la camicia sempre bianca di bucato, con in testa un cappello di paglia a tesa larga, da contadino, con un paniere al braccio da cui pendevano le “ventarole”.  Queste, oltre a servire per farsi vento, perché allora i ventagli («i vintâi») erano oggetti di lusso, equivalevano al numero unico umoristico dell’anno. Su di esse, infatti, venivano fissate delle canzoni, «zirudèl», caricature allusive ai fatti più noti accaduti, ai tipi più ridicoli, alle mode più sciocche, e non vi era casa, negozio, studio in cui non fossero disposte sui tavoli «el vintarôl», e, mentre si aspettava il signor avvocato, il copista usciva dal suo sgabuzzino con le tendine verdi, per portarvi la vintarôla, dicendo, fra intrattenibili risa: «ch’al leża bän cla mattîria dal milurdén che invêzi dl’arlói l’avèva un navån» (legga la battuta dello zerbinotto che invece dell’orologio aveva una rapa) e le lacrime sgorgavano dal ciglio per eccesso di ilarità.

Dice Antonio Fiacchi: “Il venditore cantava una nenia caratteristica che si perdeva nell’afa irrespirabile dei portici bui: «Bèli vintarôl, Signoriiii! Bèli canzunàtt, padrån! A i n’é ed tótti el qualitè, signori. A i n’é per tutti i prezzi, padrån».

Negli ultimi tempi però hanno perduto ogni caratteristica. Non più canzonette locali stampate, non più «zirudèl» argute e bonarie. Vi erano caricature tagliate da giornaletti umoristici o dal Pasquino, e le poesie: Si scopron le tombe e La bella Gigogin. Così non avevano più ragione di esistere, cessavano di essere bolognesi, e i buli e le bule della scalinata dell’Arena, avevano i loro bravi ventagli, e le tradizionali ventarole giacevano bisunte in qualche osteria giù di strada, dove il vecchio boccale non sapeva rassegnarsi ad essere scacciato dal litro”.

♣     ♥

PANCÔT

(Pancotto)

«An cradd gnanc int al pancôt» (Non crede nemmeno nel pancotto).

Il pancotto era una zuppa di pane raffermo ammollito in acqua e olio, cosparsa di croste di formaggio. Una zuppa quindi povera e fatta di cose avanzate.

A prima vista “Non credere nemmeno nel pancotto” può sembrare una frase volgare se detta con tono di riprovazione, ma anche piuttosto sciocca. Perché scandalizzarsi se uno non crede nel pancotto, in quella zuppa tanto misera e insipida?

Per un bolognese sembrerebbe più comprensibile, caso mai, rammaricarsi perché uno non crede nelle cotolette alla bolognese ricoperte di tartufo o alla zuppa imperiale.

Tuttavia la frase ha una sua profondità. È la risposta sferzante all’ateo che ipocritamente vuol far credere di avere una fede.

«Ma anch’io credo in qualcosa» dice l’ateo.

«Chi, ló?» (Chi, lei?) sbotta il credente con una sprezzante sghignazzata. «Mo s’an cradd gnanc int al pancôt»

E qui “pancôt” (pancotto) sta per la vita mondana, materiale. Come può, l’ateo, credere in Dio se non crede neppure in qualcosa di concreto, riscontrabile, addirittura palpabile come il pancotto?

A questo punto è legittimo domandarsi: ma perché “pancôt e non tajadèl? (Perché pancotto e non tagliatelle?)

Risposta: chi mangia tagliatelle è abituato ad una mensa doviziosa. Perciò non ha significato, o ne ha poco, dire a uno che può scegliere a suo piacimento fra tortellini, lasagne, maccheroncini con prosciutto, stricchetti verdi: «Lei non crede nemmeno nelle tagliatelle». Può ribattere: non ci credo perché le tagliatelle sono un piatto per ricchi.

Il pancotto, invece, era il cibo dei più poveri, dei miserrimi: al di qua e al di là del “pancôt” c’era il vuoto, c’erano il digiuno e la fame. Il pancotto assurge quindi quasi a simbolo della sopravvivenza, della Vita. Ecco perché è cosa terribile e spaventosa non credere nemmeno «int al pancôt».

♣     ♥

CIMÎR  (o ancora più antico)  ZIMÎR 

(Cimiero)

«Avair al cimîr», alla lettera vuol dire: portare il cimiero, o l’elmo, ma il significato vero è molto meno marziale. Porta, infatti, il cimiero chi, per sua disgrazia, è cornuto.

Oggi il detto è quasi del tutto dimenticato, non perché non vi siano mogli, o mariti, che tradiscono, ma per la ragione, molto ovvia, che nessuno porta, nemmeno a carnevale, le armature con relativo cimiero.

Oggi si dice, con minore eleganza ma con più incisività: «èser bacc» essere becco.

«Balè, ragazû: l é méi eser bacc che magnèr di faṡû» (ballate, ragazzi, è meglio essere cornuti che mangiare fagioli).

«Äl côren el i en cunpâgna i dént, che i dan fastîdi quand i spónten, mó dåpp i ajûten a magnèr» (Le corna sono come i denti, che danno fastidio quando spuntano, ma poi aiutano a mangiare).

«S’la mi fà ch’a n al sèva, s’al sò ch’a séppa cuntänt  par psair vîver in pèṡ e chiêt  mé, lî e ló» (Se me le fa che io non lo sappia, se lo so, che io sia contento per poter vivere in pace e quiete io, lui e lei).

♣     ♥

PIÓ

(Più)

Due stanno litigando: «Ló l é un èṡen» (Lei è un asino), fa uno.

E l’altro:«Al pió cgnóss al mänc» (il più conosce  il meno).

È un modo elegante per replicare a un’offesa.

♣     ♥

ÀNŻEL

(Angelo)

«Avair durmé in brâz al ànżel» (Aver dormito in braccia all’angelo).

Secondo i nostri nonni aveva passato la notte in braccio agli angeli chi si svegliava sereno e felice. Le celestiali creature erano, insomma, i tranquillanti dei bolognesi di un tempo.

Il marito apriva gli occhi, sorrideva e la moglie diceva: «As vadd ch’l à durmé in brâz ai ànżel ».

Non sempre, però, l’alba coglieva i bolognesi di buon umore. La moglie se ne accorgeva subito, dal primo sguardo feroce, dal primo mugolio all’aprirsi della finestra. Allora sospirava e diceva: «Allegri, l à durmé con al cûl scuêrt» (Allegri, ha dormito con sedere scoperto).

♣     ♥

CAVÂLA

(Cavalla)

Oggi, con scarsa immaginazione, diciamo di una bella ragazza che assomiglia a un’attrice famosa o a una cantante, ma, un tempo,  i termini di raffronto erano diversi: così una donna di belle forme veniva definita: «Un pèz ed cavâla da sói»

(Un pezzo di cavalla da fango)

E al suo passaggio, a testimoniare l’ammirazione, invece di frasi più o meno galanti, bastava un entusiastico: «Buonasera!”. Senza contare che, non usando ancora fra le donne del popolo il trucco, si poteva affermare di una ragazza che sembrava:«Un lât e un vén» (Un latte e un vino).

Non tutti gli apprezzamenti però erano galanti: di una ragazza molto magra, per esempio, si diceva che era devota «dla Madôna degli âs» (della Madonna delle assi). Quando una ragazza era molto magra, senza seno e senza rotondità, veniva paragonata, con lo spirito che contraddistingue i bolognesi, ad un asse di legno.

♣     ♥

PIPÉN

(Pipetto, piccola pipa)

«Carghèr int al pipén» (Caricare nel pipetto).

In genere, tra due litiganti, quello che si propone di caricare l’altro nel pipetto, è il più alto e il più robusto. «Carghèr int al pipén» uno, significa infatti averne ragione con facilità.

«Mé lu-lé, a m al cârg int al pipén e pó al fómm in dåu tirè» (Io, quello lì, me lo carico nel pipetto e poi lo fumo in due tirate).

Ma non sempre è il più prestante o il più apparentemente dotato ad avere la meglio. Ci sono tipi dall’aria non molto sveglia che riescono a fare una brillante carriera. Allora si dice: «Al parèva un cretén e invêzi a si é carghè tótt int al pipén» (Sembrava un cretino e invece se li è caricati tutti nel pipetto).

Il pipetto (o pipino) cui si allude è certamente il vecchio «Pipén da muradåur» da muratore, un piccolo vaso di creta nel quale era conficcato un grosso tubetto di legno. Costava un soldo, carico e con lo zolfanello.

Un tempo, quando le tecniche dello judò e del karatè erano del tutto ignote e un uomo alto e robusto poteva, con un certo margine di sicurezza, minacciare di caricare nella pipa chi era piccolo ed esile; oltre al «Pipén» la gente fumava anche la genovesina, più piccola, più svelta e più canterina delle altre.

Queste notizie sono state prese da un Almanacco di “Ehi! Ch’al scûsa del 1892”. Secondo l’autore dell’articoletto al «Pipén da muradåur» alle prima boccate spellava la lingua e il palato, ma dopo, tra le pipe democratiche, si mostrava il più sincero.

Non così la genovesina che spellava la lingua con maggiore efficacia. La si fumava tenendola stretta tra i denti. C’era poi il gassino, una genovesina ridotta che faceva da “mensola al naso del fumatore che, per non bruciarsi, era costretto a tenerla in bocca quasi alla rovescia. Il fumatore del gessino – avvertiva l’articolo – è eminentemente analfabeta e vagabondo e sputa senza levarselo dall’angolo della bocca”.

♣    ♥

(Casa)

Il facchino dai bicipiti poderosi fa guizzare i muscoli poi esclama: «A stâg qué, d cà» (Sto qui, di casa).

«A stâg qué d cà» esclama il mercante di bestiame battendo la mano sul portafogli che gli gonfia la giacca.

Sto qui di casa: cioè è qui la mia forza, queste sono le mie credenziali.

«Luvén dal Båurg» (Lupino del Borgo), il facchino che fece fortuna, vendendo concime naturale, un giorno andò ai bagni di Riolo. Il professore che allora dirigeva lo stabilimento termale, vedendolo piuttosto male in arnese, gli domandò con una certa diffidenza: «Avete poi la maniera di fare i bagni?» E Luvén, dando una bella manata sul portafogli: «A stâg qué d cà, chèro al mî profesåur» (Sto qui di casa, caro il mio professore).

♣     ♥

PÂSA L ÀNŻEL

(Passa l’angelo)

«Pâsa l ànżel» (Passa l’angelo) era un gioco dei bambini.

Uno faceva da angelo, un altro da diavolo, un terzo dirigeva il gioco. Il direttore chiamava l’angelo che rispondeva: “Non posso volare, perché il diavolo mi piglia” e il direttore: “Apri le ali e vola qui da me”.

L’angelo allora correva verso il direttore del gioco mentre il demonio gli lanciava un fazzoletto: se lo coglieva, il lanciatore rimaneva diavolo.

Questo gioco che assieme al girotondo, ai quattro cantoni, a guardie e ladri ha nutrito la fanciullezza dei bimbi di qualche tempo fa, si chiama «Pâsa l ànżel », passa l’angelo.

Un gioco di rappresentazione simbolica che ha per argomento l’eterna lotta tra il bene e il male.

♣     ♥

FRÈ DI SÊRUV

 (Frate dei Servi)

«An vdrêv gnanc un frè di sêruv int la naiv» (Non vedrebbe un frate dei Servi nella neve).

A Bologna c’è la magnifica Chiesa di Santa Maria dei Servi, in Strada Maggiore, retta dai Servi di Maria. Sono frati minori cappuccini vestiti con una tonaca nera.

Non vedere un frate dei Servi nella neve, significa non trovare mai niente, dove è ovvio che ci sia.

Capita soprattutto ai ragazzi che hanno la testa tra le nuvole, di cercare una cosa che è bene in vista senza trovarla.

Allora la madre si dispera: « Mo cum avaggna da fèr con cal ragâz?- dice al marito – an truvarêv gnanc la gèra in Raggn e l’âcua in mèr» (Ma come dobbiamo fare con quel ragazzo, non troverebbe neppure la ghiaia in Reno e l’acqua in mare).

Ma il marito la prende con filosofia. «Aspetta che cresca» dice «Alla sua età anch’io ero distratto. Figurati «ch’an aré vésst gnanc un frè di sêruv int la naiv» (Non avrei visto neppure un frate dei Servi nella neve).

 

separatori%20(369)

ALCUNI PROVERBI E MODI DI DIRE DEL CONTADINO BOLOGNESE

(Di Gino Calari)

Abadèr a ón cómm fa al Pèpa có’i zarlatàn = Porgere attenzione a uno come fa il Papa coi ciarlatani. Non prestare attenzione.

Abundanza ed fónz, carestî  ed  rôba = Abbondanza di funghi, carestia di roba. I funghi abbondano negli anni piovosi.

A Cà di Frâb i piànten i fasû col revolver e ai nâs di lèder = A Ca’ de’ Fabbri, piantano i fagioli con la pistola e ne nascono dei ladri. Ca’ de’ Fabbri è una frazione del Comune di MInerbio, posta sulla Strada Statale Porrettana. Il proverbio nasce dalle solite rivalità di paese.

A cavâl ch’sûda, a ômen ch’zûra e a dôna cla zîga, a ni cradder = non credere a cavallo che suda, a uomo che giura e a donna che piange.

A cavâl dunè, an’s’guèrda in bacca = A cavallo donato non si guarda in bocca. L’età dei cavalli la si riconosce dai denti. Quindi l’acquirente, prima di concludere l’affare, apriva la bocca al cavallo e ne guardava i denti.

A chi dà e pó tôl , ai vén la béssa al côl. A chi dà e pó lâsa, la Madôna l’abrâza = A chi dona e poi riprende viene la serpe (rimorso) al collo. A chi dona e lascia, la Madonna lo abbraccia.

A chi è sfighè, tótti al masàggn i càschén int’la tésta = A chi è sfortunato, tutti i macigni cadono sulla testa.

A chi piès la taurta e a chi i turtî = Ad alcuni piace la torta ad altri i tortelli. I gusti sono diversi.

A chi sammna i fasû, a i nas al côren = A chi semina fagioli nascono le corna. Strano proverbio. Forse perché i baccelli dei fagioli si chiamavano “curnâcia” (cornacchia).

A chi va a la bâsa, tótt i sant i dân un cócc’ = A chi scende, tutti i santi danno una spinta (Tutti aiutano chi ha fortuna).

A ciapèr na dôna in paróla, l’è cmód ciapèr un buratèl par la cô = Prendere una donna in parola, è come prendere un’anguilla per la coda.

A cócc’ e spintón = A irti e spinte. Progredire faticosamente per aiuto altrui.

A cûl busón = La posizione di chi sta chinato per raccogliere qualcosa a terra.

Acumdèr agl’ôv in t’al panîr = Sistemare le uova nel paniere (Sistemare i propri interessi).

A dvintèr vîc’ a se scûrta la vésta, a s’inféja al gamb e a se slèrga al brègh = Invecchiando (diventare vecchi) si accorcia la vista, si gonfiano le gambe e i calzoni diventano larghi.

A dvintèr vîc’, as dvàinta ragazû = A diventare vecchi, si ritorna bambini.

A fèr a sô môd as’campa un dé d’pió, cl’è quall dal rôch = A fare a proprio modo si vive un giorno di più che è quello del colpo secco.

A fèr i fât sû, an’s’ispôrca al man = Ad occuparsi dei fatti propri non ci si sporca le mani.

A fèr la limôsna, an’s’dvàinta puvrétt = Chi fa la carità non diventa povero. (Esiste anche la versione opposta: Chi fa la carità diventa povero).

Afiubèrs al schèrp = Abbottonarsi  i (lacci) delle scarpe, ossia prendere delle precauzioni.

A fórza ed’tirerla trôp, la se strâza = A forza di tirarla si straccia.

Agàst, prepèra la cuséina: setamber la cantéina = In agosto prepara la cucina; in settembre la cantina.

Agl’én côs ch’a s’in farévv di quèder =  Sono cose tanto ridicole (o singolari) che meriterebbero di essere dipinte.

Agl’ôv, i én bóni anch dapp Pasqua = Le uova sono buone anche se è passata la Pasqua.

A gn’è amaur sàinza gelosî = Non vi è amore senza gelosia.

A’gn’è badilâz ch’al n’èva al só mandgâz = Lett.: Non c’è badilaccio che non abbia il suo manicaccio. Vale a dire: non vi è donna brutta che non trovi il suo uomo.

A’ gn’è bèl cavâl ch’an dvàinta una brótta rôza = non c’è bel cavallo che non diventi un brutto ronzino.

A gn’è cà d’rà, d’prénzip o d’imperataur ch’a gn’èva pisè dàinter un muradaur = Non c’è casa di re, di principe o d’imperatore, che non v’abbia fatto pipì un muratore (Orgoglio corporativo).

A gn’è cà sàinza póndgh = Non vi è casa senta topi.

A gn’è pan = Non c’è pane; manca il lavoro. Il pane era sempre associato al lavoro.

A gn’è pan sàinza pána = Non c’è pane senza pena.

A gn’è na bèla rósa, ch’an dvàinta  una patarlàinga =  La “patarlàinga” è il frutto della rosa selvatica (Rosa canina o Rosa gallica. In italiano “cinorroidi”). Tale frutto, pur essendo edule all’esterno, contiene all’interno corti peli rigidi che, se ingeriti  possono dare disturbi. Il significato del proverbio e: non c’è cosa bella che col tempo diventi brutta.

A gn’è schèrpa ch’an dvàinta una zavâta = Non c’è scarpa che non diventi una ciabatta.

 Agl’óch ed Rizól al s’tólèn dal masnadûr pr’andèr a cà’ a bavvèr = Le oche di Rizzoli partono dal macero (che è pieno d’acqua) per andare a bere a casa.

A gróggn dûr = A muso duro.

Al busèder ai vól bôna memoria = Al bugiardo  occorre una buona memoria.

A i è chi l’intand, chi n’l’intand e chi n’la vôl intander = C’è chi la capisce, chi non la capisce e chi non la vuol capire.

Ai è saimper al pîz dré da l’óss = il peggio è sempre dietro l’uscio.

A i è trai categorî d’bécch: tranvièr, ferovièr e tótt qui chi han mujèr =  Ci sono tre categorie di cornuti: tranvieri, ferrovieri e tutti quelli che hanno moglie.

A i é vlô i sèvi e i mât = Ci sono voluti i saggi ed i matti. Una cosa difficile che ha richiesto doti di saggezza e di pazzia.

A i é finé i marón a Lâzér ch’al n’avèva trantasî tinâz e na tinèla = Sono finiti i marroni di Lazzaro, che ne aveva trentasei tini e una tinella. Anche i più ricchi possono diventare poveri.

A i hó un dafèr grand = Ho molto da lavorare.

Ai manca parféin al chèld par cusèr un ôv = Gli manca perfino il caldo per cuocere un uovo. E’ poverissimo.

A impièr la candàila al fûgh a’s’dvàinta puvrétt = Ad accendere la candela al fuoco si diventa poveri. Forse perché il calore del fuoco consumava la cera della candela.

A i n’è anch pr’î fiû di prît = C’è n’è anche per i figli dei preti. Vi è grande abbondanza.

Ai n’è vló dla bóna = E’ stata una cosa lunga e difficile.

Ai nôz e ai murtôri a’s’arcgnóss i parént = Alle nozze (matrimoni) e ai funerali si riconoscono i parenti (perché altrimenti sono rare le occasioni d’incontro).

A in sa pió al Pèpa e un contadéin, che al Pèpa da par sé = Ne sanno di più il Papa e un contadino assieme, che il Papa da solo. Anche i consigli degli umili possono essere utili.

Ai prèm pió la camîsa cn’è al giubän = Gli preme di più la camicia che il giubbone. Tiene più conto delle cose da poco che di quelle importanti.

Ai pûrz, an s’pôl mudèr buclèr = Ai porci  non si può cambiare truogolo, Ciascuno continua nelle sue abitudini.

Ai sûda la langua in baca = Gli suda la lingua in bocca.

A i suzèz qualla d’Bainvgnó, cl’andé par dèri a i èter e a i busché ló = Gli è capitato come a Benvenuto,  che andò per darle agli altri e le buscò lui.

Ai táca saimper ai dschélz, girèr in váta ai spén =  Tocca sempre agli scalzi, girare (camminare) sopra gli spini.

Aiuta préma i tû, e pó i ètér s’t’pû =  Aiuta prima i tuoi, e poi gli altri se puoi.

A i va i grustén a chi n’ha i dént da rusghèr =  I crostini vanno a chi non ha i denti per rosicchiare.

Al calzulèr co ‘i bûs int’al schèrp = Il calzolaio con i buchi nelle scarpe.

Al côrén  i én cumpagn a i dént , chi dân fastidî quand i’nasén, ma dapp i aiuten a magnèr =  Le corna sono come i denti, danno fastidio quando nascono, ma poi aiutano a mangiare. Consolazione del marito tradito quando “l’amico” era danaroso.

A la fèn di cónt, s’im tolèn la massa a m’avanza la prèdica = Alla fine dei conti, se mi tolgono la messa, mi rimane la predica. Consolazione del prete sospeso “ a divinis” e di chi ha perduto qualche beneficio.

A la galéina ingaurda, ai crèpa al gôs =  Alla gallina ingorda, scoppia il gozzo.

A lavurèr in cà só an’s’inspôrca maj = A lavorare in casa propria, non ci si sporca mai.

A ognón al sô ‘mstir e i cuntadén a médér = A ciascuno il suo mestiere e i contadini a mietere.

Al bàin fât par fórza, an’vèl  ‘na scórza = Il bene fatto per forza non vale una scorza (non vale nulla).

Al bâl l’è bèl a cà di ètér = Il ballo (la festa da ballo) è bello a casa degli altri.

Al ban fûgh, fa al ban cûgh = Il buon fuoco, fa il buon cuoco.  

Al ban marchè vûda la bisâca = il buon mercato vuota la tasca. I prezzi bassi vuotano le tasche.

Al bîsti agl’en caraggn dapp môrti: i ômén i én caraggn anch da vîv = Le bestie sono carogne dopo la morte, gli uomini sono carogne anche da vivi.

Al blazz pr’un ân, la buntè par sàimper = la bellezza per un anno, la bontà per sempre.

Al bôt an’pièsén gnanch ai cân  = Le botte non piacciono nemmeno ai cani.

Al bûs dal dal pancôt = Il buco del pancotto: l’esofago.

Al bûs dla Jâcma = Il buco della Giacoma. Quello squarcio tra le nubi, verso Ponente che, secondo la tradizione popolare, è presagio di miglioramento  (o peggioramento) del tempo.

Al busî al vân a brazàtt, ma al n’han brisa al gamb lónghi = Le bugie vanno sottobraccio, ma non hanno le gambe lunghe.

Al can al rausga l’ôs, parché al n’é brisa ban d’mandèrel za = Il cane rosica l’osso, perché non è capace di inghiottirlo.

Al can stà scutè da l’âqua chèlda, l’ha pôra anch d’la fradda = il cane che è stato scottato dall’acqua calda. Ha paura anche di quella fredda.

Al casca un cavâl, ch’al g’ha quater gamb = Cade un cavallo (benché) abbia quattro gambe (zampe). Gli arti del cavallo vengono comunemente detti “gambe” (forse per la nobiltà dell’animale) e non “zampe” come per gli altri quadrupedi.

Al catîvi nutézzi ién sàimpér vàiri. = Le cattive notizie sono sempre vere.

Al caval dal bruzâi al s’fàirma in tótti agl’ustarî = il cavallo del birocciaio si ferma davanti a tutte le osterie.

Al ciàcher a gl’éin cumpagna al zrîs, a ciapèren só ónna a in vén só dîs = Le chiacchiere sono come le ciliegie, a tirarne su una ne vengono dieci.

Al cûl ch’an ha mai cnussó la camisa la prémma vôlta ch’al la vadd, al s’maravàjja = il culo che non  ha mai conosciuto (avuto) una camicia, la prima volta che la vede prende paura.

Al cumprèr insaggna a vandér = L’acquistare insegna a vendere.

Al cuntadén an fèdi sènter mai cóm’l’è bóna la pàira col furmâi = Al contadino non fate mai ssentire (assaggiare) quanto è buono il formaggio con le pere.

Al daulz n’è mai stè acsé chèr, se n’quand s’è pruvè prémma l’amèr = Il dolce non è mai stato tanto caro, se non quando si è provato prima l’amaro.

Al dé dla fèsta, anch i amalè i drézen la tèsta = Il giorno della festa, anche gli ammalati drizzano la testa.

Al dé dla Madôna di garzón = Il giorno dell’Annunciazione (25 marzo) si svolgeva sul sagrato delle Parrocchie il mercato dei garzoni.  Erano, questi, ragazzi o uomini privi di mezzi e di famiglia, che si offrivano per lavorare presso i contadini. Il contratto aveva la durata di un anno. “L’azdaur” (capo famiglia contadina) dava vitto (a tavola con la famiglia) e alloggio (di solito nel sottoscala o nello stanziolo della stalla), un abito (di lana filata e tessuta in casa), un paio di scarpe, una camicia ed una regalìa (ad libitum) che, negli anni trenta, era di 5 lire per Pasqua e 5 lire per Natale.  A volte i garzoni passavano presso la stessa famiglia molti anni. La sola speranza di riscatto sociale era, per loro, quella di mettere in cinta una delle ragazze della casa. Nessuna tragedia, venivano le nozze riparatrici e lo sposo entrava in famiglia. Di lui si diceva: “L’è andè int’al purzîl” (E’ entrato nel porcile).

Al dé d’San Martéin l’è la fèsta di bécch = Il giorno di San Martino (11 novembre) è la festa dei cornuti. Non si capisce perché, infatti, San Martino, prima soldato e poi Vescovo, non prese mai moglie. A Cento, nel giorno di San Martino, veniva nominato il cornuto dell’anno.

Al dé d’San Siman, chèva i bû d’in t‘al timan e métt la vanga in t’al bastan = Il giorno di San Simone (28 ottobre) togli i buoi da sotto il timone e metti la vanga nel bastone. Cioè togli il giogo ai buoi e metti il manico alla vanga. Non è più tempo per usare il bestiame per il lavoro nei campi, a causa del terreno bagnato per la pioggia, e allora si deve usare la vanga.

Al dé d’San Siman, o la pêrdga o al bastan = Il giorno di San Simone (28 ottobre) o la pertica o il bastone. Alla metà di ottobre cadono le castagne. Quelle che ancora non sono cadute, verso la fine del mese, debbono essere abbacchiate.

Al Dièvél an’dsfé mai craus = Il Diavolo non ha mai disfatto croci. Il diavolo nulla può contro il cielo.

Al  Dièvèl insaggna a fèr al pignât, mó brisa i quérc’  = Il Diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi.

Al dmandèr l’è la metè dal savair = Il domandare è la metà del sapere.

Al dôn al vólen quâtar cós: un ban maré, avair di bî fiû, vstîr pulîd e purtèr al brègh in ca’ = Le donne vogliono quattro cose: trovare un buon marito, avere dei bei figli, vestire bene e portare i pantaloni (comandare) in casa.

Al dôn al zîghen o par dulaur o pr’ingân = Le donne piangono o per dolore o per inganno.

Al dôn da bàin al’n’arén d’avàir né ûc’, né uràcc’, né langua = Le donne perbene non dovrebbero avere né occhi, né orecchie, né lingua.

Al dôn én cumpâgn î armèri: parché al stàgan fàirmi, bisaggna mantgnîri ciavè. = Le donne sono come gli armadi: perché stiano ferme (per evitare sorprese) bisogna tenerle sotto chiave.

Al dôn han sàimper al lègrum in bisâca = Le donne hanno sempre le lacrime in tasca.

Al dôn in sân un pónt pió dal dièvel = Le donne ne sanno un punto più del diavolo.

Al dûr e al madûr = Il duro e il maturo. L’acerbo e il maturo. Di chi è costretto ad adattarsi.

Al durmirévv int’na pètna da garzôl = Dormirebbe (sarebbe capace di dormire) su un pettine da garzuolo. Il garzuolo è una sottilissima fibra di canapa o di lino, il pettine per distendere le fibre aveva denti sottili ed acuminati. Dormirci sopra era certamente difficile.

Al dutaur Sgambralèt = Il medico Sgomberaletti. Di un medico poco raccomandabile.

Al fa di ragiunamènt ch’in arîvén gnanch a l’âsa dal pan =  Fa dei ragionamenti che non arrivano neppure all’asse del pane. Fa dei ragionamenti stupidi. L’asse del pane era posta a una parete della cucina ad altezza d’uomo.

Al fiaur ch’an piès, al nâsc int’l’órt ed ca’ = Il fiore che non piace, nasce nell’orto di casa.

Al fómm dal sô paiéis al lûs pió ch’né al fûgh di ètér sît  = Il fumo del proprio paese fa più luce che il fuoco degli altri posti. Casa mia. Casa mia.

Al fradd l’é al pèdér ed tótt i Sant = Il freddo è il padre di tutti i Santi (1° di novembre).

Al fûgh d’invérén l’é comm al pan = Il fuoco d’inverno è come il pane (indispensabile).

Al gâl al canta d’invàtta a l’aldamèra = Il gallo canta sul letamaio.

A l’infèrén a si va col slitén = All’inferno ci si va con lo slittino (cioè facilmente e senza fatica).

Al lauv mâgna anch al pîguer cuntè = Il lupo mangia anche le pecore contate.

Al lèt chèld, fa la mnèstra fradda = Il letto caldo fa la minestra fredda: chi poltrisce nel letto anziché lavorare, va in miseria.

Al magnarèvv al Dièvél e as’al’brévv in brôd = Mangerebbe il Diavolo e ne berrebbe il brodo. Di uomo famelico.

Al magnarévv i purtón d’l’infèrén  = Mangerebbe le porte dell’inferno. Di grande mangiatore.

Al màis d’agast e quall d’setamber i fân andèr l’ômen ed sgalémber = Il mese di agosto e di settembre, fanno andare l’uomo di sghembo. Sono due mesi di duro lavoro in campagna: canapa, aratura, vendemmia, ecc.

Al man a ca’ só e la langua tra i dént =  Le mani a casa loro (in tasca) e la lingua tra i denti.

Al mand al va a l’arvérsa = Il mondo va a rovescio.

Al mand l’è bèl parché l’è vèri = Il mondo è bello perché è vario.

Al mand l’è di dritón, brisa di quajón = Il mondo è dei dritti (furbi), non dei coglioni (fessi).

Al mand l’è una rôda, chi va só e ch va zà = Il mondo è come una ruota, chi sale e chi scende.

Al massch al córren drî al can mèghér e al caraggn = Le mosche corrono dietro ai cani magri e alle carogne.

Al mand l’è d’chi sa góder = Il mondo è di chi sa godere.

Al mastér Tampécc’ che da ‘na zôca ai chèva un cavécc = Mastro Tampiccio, che da un ciocco, ricava un cavicchio. Di artigiano di scarse qualità.

Al méi métt al cûl in sgumbéi = il miglio mette il sedere nello scompiglio. Il miglio provoca meteorismo. Il miglio era usato un tempo per  l’alimentazione umana, ora è quasi sempre  usato solo come cibo per gli uccelli.

Al mèl dal pîguer l’è al bàin di can = Il male delle pecore è il bene del cane (nel senso che ne mangiano le carogne)

Al  mèl al vén in carôza e al va vî a pî = Il mane viene in carrozza e va via a piedi.

Al miaur cumpanâdgh, l’è la fâm = Il miglior companatico è la fame. Con molta fame è buono anche il pane da solo.

Al mî ômen = Mio marito. Così usavano dire le contadine del proprio marito. Gli uomini, da parte loro, chiamavano la moglie: Cla dôna = Quella donna.

Al mî schécc: La mî schéccia = Termini affettuosi usati  dai fidanzati per chiamarsi a vicenda. Non esiste in italiano la parola “schiccio”, ma in dialetto significa, per esempio, riferita al naso, “piccolo naso”, un epiteto grazioso.

Al mujêr  al s’tóln a vétta, brisa a próva = Le mogli si prendono a vita, non a prova. Questo prima dell’introduzione del divorzio.

Al muntàn, fa purtèr la zócca satta al gabàn = Il montano (vento di Ostro), fa portare il fiasco sotto il gabbano. L’Ostro, come lo scirocco, detto dai contadini “Bagnamuràia” (bagna muri), portava spesso la pioggia.

Al muradaur l’è prémma manvèl e pó master = Il muratore è prima manovale e poi mastro (per imparare il mestiere si deve cominciare dalla gavetta).

Al muscàn dagli èli d’ôr, ch’al vulé pr’al zîl, al finé int’la mérda = Il moscone dalle ali d’oro, che aveva volato per il cielo, finì nella merda.

Al n’è bèl quall ch’è bèl, ma l’è bèl quall ch’al piès =  Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.

Al n’è brisa bän ed fêr un’o cól bichîr = Non è capace di fare una “o” col bicchiere (di persona incapace).

Al n’è gnanch al tarzanèl = Non è nemmeno il terzanello (vinello ricavato dalle residui della vinificazione  con l’aggiunta di acqua). Vale per: Non vale nemmeno un’unghia, una minima parte di altra persona.

Al n’è mégga listass che spudér in tèra = Non è come sputare in terra: non è una cosa facile.

Al n’èin tótt dôn, quali ch’an la stanèla = Non sono tutte donne quelle che hanno la sottana.

Al n’ha gnanch vést l’aria = Non è ancora visto l’aria, ossia non è ancora venuto alla luce; non è ancora nato.

Al ninén al scôsa la có tótt al dé, mó al n’i fa mai al grapp = Il maiale scossa la coda tutto il giorno, ma non l’annoda mai. Di chi si agita di continuo ma non conclude nulla.

A lói la nûs la fa al garói = A luglio la noce fa il gheriglio.

A l’ômén, quand manch a i pàinsa, a i pióv dal zîl la ricumpàinsa = All’uomo, quando ci pensa meno, dal cielo arriva la ricompensa. La ricompensa del cielo arriva all’uomo quando meno se l’aspetta.

A l’ómm ed candàila, anch la burazzénna la pèr tàila = A luce di candela, che la burazzina sembra tela. La burazzina era una tela rada e di qualità scadente usata come strofinaccio per piatti o simili.

A l’ómm ed candàila, an tôr brisa mujèr e an’cumprèr tàila = A luce di candela non prendere moglie e non comprare tela.

A lónna setembréina, sét lónn s’inchéina = Alla luna settembrina, sette lune si inchinano. La luna di settembre domina sette lune.

Al pan di ètér l’ha sèt grast e un grustén = Il pane degli altri ha sette croste e un crosino. E’ duro da mangiare.

Al pan l’ha savaur, soul sl’è guadagné cól sudaur = Il pane ha sapore solo se è guadagnato col sudore.

Al pâs pió lóngh l’è quall dla pôrta. Anche: Al pâs pió lóngh l’è quall dl’óss = Il passo più lungo è quello della porta (o dell’uscio): per i giovani che si accingessero a lasciare la famiglia.

Al pass grôss al magna al cén = Il pesce grosso mangia il piccolo.

Al pèr un burdigän (o un calabrän) int’na zóca = Sembra uno scarafaggio  (o un calabrone) in un fiasco. Di persona  che parla con voce bassa e continua, facendo un rumore simile a quello di un insetto chiuso in un  fiasco.

Al pèr un mulén = Sembra un mulino. Di persona che chiacchiera in continuazione.

Al pèr un pizàn imbalzè =  Sembra un piccione con la balza ai piedi. Di persona impacciata.

Al pió ban di róss al mazé só pèdér = Il più buono dei rossi uccise suo padre. Ai rossi di pelo veniva attribuito animo  cattivo. La pió bóna dal rassi, la fiché só mèdér int’al pazz = La più buona delle rosse (di capelli) lanciò sua madre nel pozzo.

Al piôv che Dio la manda = Piove che Dio la manda, ossia piove molto forte.

Al prémm dé d’mâz, tótti agli óch al van a spâs = Il primo giorno di maggio, tutte le oche vanno a spasso. (Non ha riferimento a feste popolari)

Al prémm ch’vén dàinter l’é bacch’ = Il primo che entra  è cornuto (becco). Quando in una conversazione si verifica un momento di improvviso silenzio.

Al prémm e l’ûltum i gôden l’avantâz = IL primo e l’ultimo sono avvantaggiati.

Ai pràmm pió la camîsa, ch’an fa al zibàn = Gli preme più la camicia che il giubbone. Guarda più ai piccoli interessi che a quelli grandi.

Al pulèr va a cufétt, se la galénna canta a al gâl sta zétt = Il pollaio va in rovina se canta la gallina e il gallo tace. Lo stesso della casa quando comanda una donna . Maschilismo contadino.

Al puvràtt, mantén al récch’ = Il povero (col suo lavoro) mantiene il ricco.

Al quatrén arsparmiè, l’è al prémm guadagnè = Il denaro risparmiato è il primo guadagnato.

Al quatrén fa al bajôch = Il quattrino fa il baiocco. La moneta Pontificia  era lo Scudo Romano. La moneta divisionale era costituita dal Baiocco, pari ad un centesimo dello Scudo. A sua volta, il Baiocco era diviso in dieci Denari o Quattrini. Al momento dell’Unità d’Italia lo Scudo Romano venne cambiato in Lire Italiane. Uno Scudo Romano valeva 5,32 Lire.

Al saggn dla massa = Il segno della messa, cioè il tocco di campana che chiama alla messa. E così: Al saggn dla bendziän (Il segno della benedizione): Al saggn dl’Evmarî ( Il segno dell’Ave Maria).

Al sangv n’é âqua = Il sangue non è acqua.

Al saul al dà int’al fnèstér a tótt = Il sole batte alle finestre di tutti (ricchi e poveri).

Al saul l’é al fuglèr di puvrétt = Il sole è il focolare dei poveri.

Al saul vén só tótt al matén, anch se al gâl fa un sunlén = Il sole sorge tutte le mattine, anche se il gallo fa un sonnellino.

Al sbadâc’an vól ingân: o sàid, o sann, o fâm, o quèlch ètér malân: o malincunî, o catîva cumpagnî o vojja d’andèr vî = Lo sbadiglio non vuole inganno: o sete, o sonno, o fame, o qualche altro malanno: o malinconia, o cattiva compagnia, o voglia di andare via.

Al sbaglja un prît a l’altèr: an pól sbaglièr un biójch int’l’arèr? = Sbaglia un prete all’altare: non può sbagliare un bifolco (contadino) nell’arare?

Al scâpa vî ch’al pèr ónt = Scappa via che sembra unto ( velocemente).

Al Sgnaur al manda al fràdd secànd i pâgn = Il Signore manda il freddo secondo i panni.

Al Sgnaur dîs: aiûtét ch’a t’aiuterò anch’a mé = Il Signore dice: aiutati che ti aiuterò anch’io.

Al Sgnaur Maisuda, ch’al n’avèva mai lavurè = Il signor Maisuda che non aveva mai lavorato.

Al sràin d’invérén, al nóvvel d’estèd, l’amaur dal dôn e la caritè di frè, s’al dûra un’aura, al dûra asè = Il sereno d’inverno, le nuvole d’estate, l’amore delle donne e la carità dei frati , se durano un’ora, sono durati abbastanza.

Al starlôt di biójch = La stella dei bifolchi (contadini). Il pianeta Venere o Lucifero. Detto anche: Strèla buarénna (stella bovarina (dei bovari). Il riferimento ai bifolchi è dovuto al fatto che i bovari si alzano molto presto e possono vedere l’ultima stella che brilla in cielo, che è proprio Venere.

Al sumâr l’arcgnóss al bàin dla cô saul dapp ch’a la pérsa = Il somaro (L’asino) conosce i vantaggi della coda solo dopo averla persa.

Al sumâr, par trést ch’al séppa, un quèlch chèlz al le tîra = Il somaro (L’asino), per malconcio che sia, qualche calcio riesce a tirarlo.

Al sumâr di Capuzén bavv âqua e pórta vén = Il somaro (L’asino) dei Cappuccini, beve acqua e porta il vino.

Al tàimp dal térz dè d’avréll, al dûra quaranta dé = Il tempo (le condizioni meteorologiche) del tre di aprile dura quaranta giorni.

Al tàimp dla fésta, anch i amalè i drézzén la testa. = Al tempo della festa anche gli ammalati drizzano la testa.

Al tàimp dla spîga làsa stèr l’amîga; al tàimp da l’û, infénna t’in vû = Al tempo della spiga, lasciare stare l’amica; al tempo dell’uva quanta ne vuoi.

Al taimp l’é galantômen par chi pól stèr d’asptèr = Il tempo è galantuomo per chi può aspettare.

Al tira pió un cavàil ed’dôna ch’n’é un pèr ed bû = Tira di più (ha più forza) un capello di donna che un paio di buoi.

Al vàint an’và mai a lèt con la sàid = Il vento non va mai a letto con la sete. Quando tira vento piove prima di sera.

Al vèl pió incû un pèr ed mandgh che una camîsa dman = Vale di più oggi un paio di maniche che una camicia domani.

Al vén d’cà’só, al n’imbariéga brîsa = il vino di casa propria (fatto in casa) non ubriaca.

Al vén l’é la tatta di vîc = Il vino è il latte (la tetta) dei vecchi.

Al vén sîra a cà da tótt = Viene sera a casa di tutti.

Al vilàn impgnarévv al gabàn, par magnèr û, furmâi e pan = Il villano impegnerebbe il “gabbano”, per mangiare uva, formaggio e pane.

Al vilàn, la zâpa in man = Al villano, la zappa in mano.

Al vlàir imparèr l’è la metè dal savàir = Il volere imparare (il desiderio di imparare)  è la metà del sapere.

Al zîl am’guèrda da la palver ed znèr e dal sói d’agast = il cielo mi guardi dalla polvere di gennaio e dal fango di agosto. E’ in netto contrasto con: Znèr pulvrèr, rimpéss al granér = gennaio polveroso, riempie il granaio.

Al zîl am’guerda da na catîva avsénna = Il cielo mi guardi da una cattiva vicina.

Al zîl am’guerda dal vàint, dal frè ch’an sta in cunvàint, dal rumétta e dal puvratt ch’fa bóna vétta = Il cielo mi guardi dal vento, dal frate che non sta in convento, dall’eremita e dal povero che fa una buona vita.

Al zîl am’guerda da quâter F: fâm, fómm, fammna e fiómm = Il cielo mi guardi da quattro F: fame, fumo, femmina e fiume.

Al zîl at’guerda da na dôna ch’èva la bèrba, da un can pastaur, da un cuntadén ch’faga al fatuar, dai prît e dai frè, ch’it fréghén da tótt i lè. =  Il cielo ti guardi da una donna con la barba, da un cane pastore, da un contadino che faccia il fattore, dai preti e dai frati che ti fregano  da tutti i lati.

Alzîr cmód un gât ed piamb = Agile (leggero) come un gatto di piombo.

Al zîl fa la lèna = Il cielo fa la lana. Cielo a pecorelle.

Al zôp an la tróva mai pèra- Lo zoppo non la trova mai pari.

Al zûgh l’è bèl quand l’è cûrt = Il gioco è bello quando è breve.

Âma chi t’âma: arspand a chi t’ciâma = Ama chi ti ama: rispondi a chi ti chiama.

A magnèr dal castâgn crûdi, ai vén i bdûc = A mangiare delle castagne crude, vengono i pidocchi: era un’antica credenza popolare (forse per distogliere i bambini dal mangiarne troppe).

Amaur an’vól cunséi = Amore non vuole consigli.

Amaur e gelosî, î nâsén insamm = Amore e gelosia nascono insieme. Quando nasce l’amore, nasce anche la gelosia.

Amaur e nûs ins’pólen tgnîr d’arpiat = Amore e noci non si possono nascondere. (L’amore per ovvi motivi, le noci perché muovendosi fanno rumore).

Amaur e sgnurî, in vôlén cumapgnî = Amore e signoria, non vogliono compagnia.

A mâz al tâca al spulvrâz = A maggio comincia il polverone.

Ambasadaur an’pórta panna = Ambasciatore non porta pena.

A murîr an’s’pèga dazî = A morire non si paga dazio.

A n’al truvarévv gnanch al dièvél a dzon = Non lo troverebbe neppure il diavolo a digiuno. Non lo troverebbe nessuno.

An’avàir né lûg né fûgh = Non avere né luogo né fuoco. Essere senza casa e senza focolare.

An’avàir pôra gnanch dal dièvél = Non aver paura neppure del diavolo.

An’avàir gnanch un can ch’ai péssa in tla stanèla = Non avere neppure un cane che le faccia la pipì nella sottana. Di ragazza del tutto priva di corteggiatori.

An bisaggna andèr al mulén s’an s’vól infarinèrs = Non bisogna andare al mulino, se non ci si vuole infarinare. Chi va al mulino, si infarina.

Ân bisèst, ân funèst = Anno bisestile, anno funesto.

Ân bisèst, ân malèster = Anno bisestile, anno da malanni.

An’ cgnóssr’al pan dal prêd  = Non distinguere il pane dalle pietre. Di persona balorda.

An’cgnóss la pès e an’la stémma, chi n’ha pruvè la guèra prémma = Non conosce la pace e non la considera, chi non ha provato prima la guerra.

 An darévv un Crést da basèr a un muribaund = Non darebbe un Crocefisso da baciare a un moribondo. Di grande egoista, avaro.

Andèr a bachétt = Andare a bacchetti. (Raccogliere legna minuta, era un compito affidato ai vecchi e ai bambini). Era anche un invito a togliersi dai piedi.

Andèr a bessabûga = Andare a zig zag (degli ubriachi).

Andèr a biatta = Andare fortissimo, (oppure rovinarsi del tutto).

Andèr a cócc e spintón = Procedere a urti e spinte. Di chi ha bisogno dell’aiuto degli altri.

Andèr a fèr dla tèra da pgnât = Andare a fare della terra da pignatte. Morire. [Nota: Per altri modi di parlare della morte si rimanda alla prima parte di questa pagina].

Andèr a fèrs fótter = Andare a farsi fottere. Andare al diavolo.

Andèr in gatón = Andare carponi. Come fanno i bambini prima di camminare eretti.

Andèr a la bâsa = Andare da basso. Scendere.  Perdere il patrimonio.

Andèr a la carióla = Andare a la carriola. Andare a lavorare da bracciante. Andare in miseria.

Andèr a la fojja = Andare a la foglia. Lavoro femminile che veniva eseguito con un sacco d’ortica o di juta. In primavera le donne raccoglievano le foglie del gelso per alimentare i bachi da seta. A mezza estate raccoglievano invece le foglie dell’olmo per alimentare il bestiame, dato che in agosto scarseggiava il foraggio. Era un lavoro molto faticoso e che rovinava le mani. Per salire sugli alberi usavano lunghe scale di legno di robinia.

Andèr al côt e al crûd = (Letteralmente andare al cotto e al crudo) Andare in miseria.

Andèr a l’érba = Andare a erba. Andare a raccogliere l’erba per i conigli. Oppure andare in luoghi appartati ed erbosi per gli innamorati.

Andèr a lèt con la madôna = Andare a letto senza cena.

Andèr a lét insàmm = Andare a letto insieme. Vivere in concubinato.

Andèr a l’ôrba = Andare alla cieca.

Andèr al ricôver = Andare al ricovero (all’ospizio).

Andèr al só destén = Andare al suo destino.

Andèr a mèl un ragazól = Abortire (involontariamente).

Andèr a quèrt ed lónna = Andare a quarti di luna. Impazzire: Cambiare facilmente umore.

Andèr a Ramma sàinza vaddér al Pèpa = Andare a Roma senza vedere il Papa. Fare una cosa tralasciando la parte più importante.

Andèr a slôfen = Andare a dormire. Dal tedesco schlaffen.

Andèr a tór al vó = Andare a prendere il voi. I nostri contadini usavano trattare i figli non sposati col “tu”, mentre i figli tutti davano del “voi” ai genitori. Quando una ragazza si sposava, dopo 40 giorni dalle nozze si recava dalla vecchia famiglia per prendere il “voi” dai genitori. Anche ai figli maschi sposati spettava il “voi”. Il “lei” era riservato ai superiori, cioè al  padrone e al fattore.

Andèr a ûc assré = Andare ad occhi chiusi.

Andèr con al gamb a l’ària = Andare a gambe all’aria: fallire, rovinarsi.

Andèr con la testa int’al sâch = Camminare con la testa nel sacco.

Andèr da galeót a marinèr =  Andare da galeotto a marinaio. Cascare dalla padella alla brace.

Andèr drétt fîl = Tirare diritto.

Andèr fôra da la grazia ed’Dio = Andare fuori dalla grazia di Dio. Infuriarsi.

Andèr fôra dal sparadèl = Uscire dal seminato.

Andèr in cîsa a dispèt di Sant = Entrare in chiesa a dispetto dei Santi.

Andèr in gringola = Andare in brodo di giuggiole.

Andèr in purzîl = Andare nel porcile. Dello sposo che andava a vivere presso la famiglia della sposa. Era una condizione umiliante ed avveniva, di norma, quando lo sposo era povero e non di famiglia contadina.

Andèr in spèda = Andare in spada. Di chi cammina con sussiego.

Andèr in squézz = Svanire, finire nel nulla; mancare nel rapporto sessuale.

Andèr int’al canèl = Andare nel canale. Andare all’inferno.

Andèr int’î quaión = Andare nei coglioni. Di cosa che irrita.

Andèrl ‘a tôr int’al bisachén d’arlóii = Andarlo a prendere nel taschino dell’orologio. Andare a quel paese.

An dèr né in sî né in sèt = Non dare né in sei, né in sette. Essere totalmente incapace, non sapere prendere delle decisioni.

Andèr tant pr’al mói, cómm’pr’al sótt = Andare nel bagnato, come nell’asciutto. Essere da uovo e da latte.

Andèr za da cuntadén = Andare giù (smettere) di fare il contadino. Un tempo era una condizione molto triste. Una famiglia cessava di lavorare un podere per diversi motivi. O si scioglieva la comunione famigliare per disaccordo, o per motivi politici, o per motivi di incapacità di lavoro a giudizio del padrone. Chi smetteva di fare il contadino finiva per fare il bracciante o andare a garzone. Entrava così nella categoria dei poveri.

Andèr za d’squèdér = Andare giù di squadra. Uscire dalla retta via.

Andèr za pr’al schèl ed canténna = Andare giù per le scale di cantina. Rovinarsi, perdere la considerazione altrui.

An dîr brisa gât, s’al n’è int’al sâch = Non dire gatto se non è nel sacco.

An dscarrer ed córda in cà d’ l’impichè = Non parlare di corda in casa dell’impiccato.

An èser né chèren né pass = Non essere né carne né pesce.

An’fèr a chi étèr quall t’an vréss par tè = Non fare agli altro quello che non vorresti per te.

An fèr tótt quall ch’t’pû, an magnèr tótt quall ch’t’vû, an spànder tótt quall ch’t’ê, an dîr tótt quall ch’t’sê = Non fare tutto quello che puoi, non mangiare tutto quello che vuoi, non spendere tutto quello che hai, non dire tutto quello che sai. Moderazione.

Ân funzè, ân tribulè = L’anno dei funghi (piovoso) è l’anno dei triboli.

An gratèr la panza a la zighéla, st’an vû ch’la zîga = Non grattare la pancia alla cicala, se non vuoi che pianga. E’ come dire “Lascia stare il can che dorme” = Lasa stèr al can ch’al dróum.

A n’i avanza mai chèren in pcarî, ch’al dièvél an la pórta vî = Non rimane mai carne in macelleria, che il diavolo non se la porti via. (Non c’è donna brutta che non trovi un uomo).

An i é bèrba d’ômen ch’î arîva = Non c’è barba d’uomo che lo raggiunga. Non c’è chi gli stia alla pari.

An’i fó mai ban côl arscaldè, né garzàn turnè = Non ci fu mai un buon cavolo riscaldato, né garzone ritornato.

An’i é pianta sàinza fiaur, an’i é dôna sainza amaur = Non c’è pianta senza fiori, non c’è donna senza amore.

An i é pió cativ saurd ed quall ch’an vôl intandèr = Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

An’i é mai una cunsulaziàn sàinza un dsgóst = Non c’è mai una consolazione senza un dispiacere.

An’i é mèl che al prît an gôda = Non c’è male che il prete non goda (non tragga vantaggio).

An’i é regénna, cla n’èva bisaggn dla sô asvénna = Non c’è regina che non abbia bisogno della sua vicina.

An’i é Sant, né Madôn = Non ci sono Santi, né Madonne. Non c’è scampo o rimedio.

An’i vaddèr lómm da la fâm = Non vederci  dalla fame.

Ânma sô, picâja sô = Anima sua, appiccagnolo suo. Chi fa di testa sua paga di tasca sua.

An m’éra mai d’avîs = Non vedevo l’ora.

A ni n’é una fstûga = Non ce n’è nemmeno un poco. Fstûga = Festuca, Fuscello.

An nàiva brisa tótt l’invêren = Non nevica sempre d’inverno. Ricordati che sopra le nubi, splende sempre il sole (Inno alla gioia dalla Nona di Beethoven).

Ân nóv, vétta nóva = Anno nuovo, vita nuova.

An  sân brisa nèd la nôt dal squasadén  = Non sono nato la notte del piccolo scroscio di pioggia.  Non sono stupido.

An sân brisa nèd la nôt di nuvantanóv mamalóch = Non sono nato la notte dei novantanove mamelucchi. Non sono uno sciocco.

An sân brisa nèd pr’al bûs dla dazz = Non sono nato attraverso il buco della grondaia. Non sono stupido.

An s’arcórda i mûrt a tèvla = Non si ricordano i morti a tavola. È di cattivo gusto ricordare persone morte mentre si mangia.

An’s’arvîsa gnanch int’al pisèr  = Non gli somiglia neppure nel pisciare. Di persona che pretende di assomigliare a persona che è migliore di lui.

An savàir dir pâpa in trai vôlt : Non sapere dire papa in tre volte. Di chi non sa fare nemmeno le cose più facili.

An savàir gnanch d’papa fràda = Non avere il sapore neppure della minestra fredda. Di chi è ignorante.

An savàir né d’mé né d’tè  = Non sapere né di me né di te. Di persona insipida, priva di ogni attrattiva.

An s’è pluchè un ôs = Non s’ è leccato un osso. Di chi, in un pranzo, non ha potuto mangiare.

An’s’pôl cavèr sangv da un radisén = Non si può togliere sangue da un ravanello. Di persona avara o di campo aridissimo.

An s’giódica un sumâr da stèr a zèzer = Non si giudica un asino in decubito.

An’s’mesna  sàinz’aqua = Non si macina senz’acqua. Viene usato in senso figurato per:  «Non si mangia senza bere» (vino, naturalmente). An’s’pól masnèr a sacch = Non si può macinare a secco.

An’s’môr ed passiàn = Non si muore di passione.

An’s’pól andèr in paradîs in carôza = Non si può andare in paradiso in carrozza.

An’s’pól avàir al lén e a cul chèld = Non si può avere il lino e il culo caldo. Le lenzuola di lino danno un senso di fresco.

An’s’pól avàir al mêl sàinza masch = Non si può avere il miele senza le mosche.

An’s’pól avàir chèren sàinza la zónta = Non si può avere carne senza l’aggiunta. Per i contadini “chèren” era la carne da brodo (da pignatta = da pgnâta). Il macellaio, assieme alla polpa  (copertina, girello, doppione, ecc.)  dava anche la “zónta (l’aggiunta) fatta di ossa, cartilagine, ecc.

An’s’pól avàir la batt péina e la mujèr imbarièga = Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

An’s’pól bavver e stuflèr =  Non si può bere e fischiare (contemporaneamente).

An’s’pól cavèr un ranôcc’ dal pantàn = Non si può togliere la rana dal pantano.

An’s’pól ciapèr i spéll par la pônta = Non si possono prendere gli spilli per la punta.

An’s’pól dîr gât inféin ch’al n’è in t’al sâch = Non si può dire gatto finché non è nel sacco.

An’spól fèr nôz con di lumègh = Non è possibile fare nozze con delle lumache.

An’s’pól lighèr al vîd con la susézza = Non si possono legare le viti con la salciccia.

An’s’pól rubèr in cà di lèdér = Non è possibile rubare in casa dei ladri.

An’s’pól tgnîr dû gâl in t’un pulèr = Non si possono tenere due galli in un pollaio.

An’stimèr al cavâl da la sèla = Non stimare il cavallo dalla sella.

An’tén gnanch la péssa = Non trattiene neppure l’urina. Di persona che non sa mantenere un segreto.

An’t’fidér ed sràin d’nôt, nóvvél d’estèd, amaur ed dôna, uraziàn ed frè = Non ti fidare del sereno di notte, delle nuvole d’estate, dell’amore della donna e delle preghiere del frate.

An vèl né Crést, né Santa Marî = Non vale né Cristo, né Santa Maria = Non valgono nemmeno le preghiere.

An s’plócca una cadga = Non si lecca neppure una cotica. Non si combina nulla (o in affari o con le donne).

An tôr brisa la chèren d’in bacca al gât = Non prendere la carne dalla bocca del gatto (potrebbe mordere).

An’vèl stuflèr se i bû i n‘an sàid = Non serve fischiare se i buoi non hanno sete. I bifolchi usavano fischiare per indurre i bovini a bere.

A ognón al sô amstîr, i cuntadéin a mèder = A ciascuno il proprio mestiere, i contatini a mietere. (Tanto, vuol dire il proverbio, non sono capaci di fare altro).

A paghèr e a murîr, a s’è sàimper in tàimp = A pagare e a morire, c’è sempre tempo.

A pàil e a saggn = A pelo e a segno. Di cosa che viene appuntino.

A pinsèr mèl as’fa pchè, mó quési mai a se sbâlia = A pensar male si fa peccato, ma quasi mai si sbaglia.

A pgnâta ch’bói, an s’acosta al gât = Alla pentola che bolle, il gatto non si avvicina.

Âqua ch’córr an pórta vlàin = Acqua che corre non porta veleno (I caratteri impulsivi non serbano rancore).

Âqua, dièta e servizièl, guarrésen da ôgni mèl = Acqua, dieta e clistere, guariscono da ogni male.

Âqua e ciàcher,  an fâ  fritèl = Acqua e chiacchiere non fanno frittelle.

Âqua ed currî, tótt i mèl  ai porta vî = L’acqua corrente, guarisce tutti i mali.

Âqua fàirma, l’an guadagna = Acqua ferma non guadagna ( se l’acqua è ferma, il mulino non lavora).

A quaranta, quèlca vôlta as manca = A quaranta (anni) qualche volta si può mancare. Di marito che fa cilecca.

Arbâter l’óss = Accostare l’uscio.

Ardûrsers in’t’la pâja = Ridursi alla paglia. Di chi va in malora.

Arèr pr’al drétt = Arare in modo retto. Rigare diritto.

Arguèrdet da la palver ed’znèr e dal sói ed zóggn = Guardati dalla polvere di gennaio e dal fango di giugno.

Aria d’aldamèra = Aria di letamaio. Si riteneva che gli effluvi del letamaio giovassero alle malattie respiratorie.

Aria dla fnèstra, caulp ed balèstra = Aria della finestra, colpo di balestra. (Colpo di freddo, torcicollo)

Aria ed’satta, fa rimpîr la paza =  Aria di sotto fa riempire la pozza . Il vento del Nord-Est porta pioggia.

Arivér a la fén dla cavdâgna = Arrivare alla fine della cavedagna (stradicciola di campagna). Giungere al termine della vita.

Armagnèr salè  = Rimanere salata, o di sale. Di ragazza che non trova marito.

Arstèr a bacca sótta = Rimanere a bocca asciutta. Andare con una donna e non ricavare nulla.

Arvàdder al cusdûr a ón = Rivedere le cuciture di uno.  Fare le bucce a una persona.

A San Biès la naiv a’i piès = A San Biagio (3 febbraio) piace la neve. 

A saŝ trât, an si pàinsa pió = A sasso tirato, non ci si pensa più. Cosa fatta capo ha. (Sasso tirato non si può più fermare).

Ascaulta, guèrda e tès, s’t’vû campè in pès = Ascolta, guarda e taci, se vuoi vivere in pace.

As’ciâpa pió massch  con na gaza ed mêl, che con na barélla d’asà = Si catturano più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto. Con le buone si ottiene tutto.

As dîs al pché e brisa al pcadàur = Si dice il peccato e non il peccatore.

As lîga la baca ai sâch, mó brisa la tèsta ai mât = Si lega la bocca ai sacchi, ma non alle teste dei matti.

As pózza pr’un’ai, quant pr’una rasta =  Si puzza per un aglio, come per una resta. La resta era una treccia di agli uniti per il gambo.

As ‘psain dèr la man = Ci possiamo dare la mano. Di due persone che si trovano nelle stesse condizioni (in genere di disavventura).

As sa indóv as nâs, mó an’s’sa indóv as’ mûr = Si sa dove si nasce, ma non si sa dove si muore.

Assrèr l’óss in fassa = Chiudere l’uscio (lasciandolo) socchiuso.

Assrèr un ôc = Chiudere un occhio. Lasciar perdere.

A stèr in ca’ a s’fa la móffa = a stare in casa si fa la muffa (si ammuffisce).

A stèr co’i mât, a s’dvainta mât = A stare coi matti, si diventa matti.

As vadd di can caghèr di viulén = si vedono dei cani cagare dei violini, Si vedono cose impensabili.

Atais a la cîsa, luntàn da Dio = Vicino alla Chiesa, lontano da Dio.

A  tè, int’han brisa dè la maila côta da ragazôl = A te non hanno dato la mela cotta da piccolo. Si riteneva che la mela cotta contribuisse allo sviluppo anche mentale dei piccoli. Perciò la levatrice (“ bèlia”) dava al neonato un cucchiaino di mela cotta, così come lo lavava in acqua contenente un uovo crudo sbattuto che, si credeva, contribuisse a rafforzare le ossa, pertanto, il detto di cui sopra, veniva rivolto a chi manifestava poco senno.

A tèvla an’s’dvainta mai vîc’ = A tavola non si diventa mai vecchi.

A tèvla e a lèt, an i vól rispètt = A tavola e a letto, non ci vuole rispetto.

A tór mujèr a s’métt giudézzi = A pender moglie si mette giudizio. A sposarsi si mette la testa a posto.

A tótt ai è rimedi, fôra che a la mórt = A tutto c’e rimedio fuorché alla morte.

A tótt’i dé, basta al sô fastîdi = A ogni giorno, basta il suo fastidio.

A una bèla ca’, un bel caminaról =  A una bella casa, un bel comignolo.

Avain fât tràinta , fàn trantón = Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno.

Avàir agl’uracc’ ch’a si vadda a travers = Avere le orecchie trasparenti. Di persona deperita.

Avàir al fillatt tajè pulîd = Avere il filetto ben tagliato. Vale per “Avere la parola facile”.

Avàir al man fâti a rampén = Avere le mani a forma di rampino. Essere ladro.

Avàir al marcàis = Avere le mestruazioni. Oppure: Avàir i sû quî = Avere le sue cose. Oppure: Avàir i parént = Avere i parenti.

Avàir al mèl dl’agnèl: ai crass la panza e ai cala l’usèl = Avere il male dell’agnello: gli cresce la pancia e gli cala l’uccello. Invecchiare.

Avàir ancóra al bagaràn atâc’ae blîguel = Avere ancora il Bagherone attaccato all’ombelico.  Ragazzo immaturo. Dalla vecchia usanza delle levatrici di porre una moneta di rame (Bagherone del valore di mezzo baiocco) sull’ombelico dei neonati. Il motivo potrebbe forse ricercarsi nel potere battericida dei sali di rame che, probabilmente, si formavano a contatto col sangue.

Avàir bvó dal bród d’óca = Aver bevuto del brodo d’oca. Di persona insulsa.

Avàir dal gnôch satta al lasén = Avere un gnocco sotto le ascelle. Vale per “Non aver voglia di lavorare”.

Avàir di madón al saul = Avere delle zolle al sole. Possedere  terreni.

Avàir dla câca satta al nès = Avere la cacca sotto al naso. Avere una supponenza. Darsi del tono.

Avàir dla róba inféna a i ûc’ = Avere roba fino agli occhi. Avere abbondanza.

Avàir dû mustâz = Lett: avere due mustacchi. Avere due volti. Di uomo doppio, che manifesta con persone diverse opinioni diverse sullo stesso argomento.

Avàir durmé col cûl scuèrt = Avere dormito col culo scoperto. Svegliarsi di malumore.

Avàir i marón dûr = Avere i testicoli duri. Essere forte di carattere.

Avàirén pén al bisachén = Averne piene le tasche.

Avàiren pûch di spécc’ e manch da baratèr = Averne pochi degli spiccioli e meno da cambiare. Di chi è deciso a tirare dritto senza paura.

Avàir int’al scàtel = Avere nelle scatole. Avere in uggia. Oppure: Avàir int’î quaión = Avere nei coglioni, avere antipatia.

Avàir i marón stra l’óss = Avere i testicoli tra l’uscio. Essere senza via d’uscita.

Avàir i pî in tla fôsa = Avere i piedi nella fossa. Essere vicino alla morte.

Avàir i ûc’ in casàn = Avere gli occhi socchiusi.

Avàir i ûc’ fudrè d’parsótt = Avere gli occhi foderati di prosciutto. Non vedere l’evidenza.

Avàir la bacca dal faurén  = Avere la bocca del forno. Avere una bocca molto grande.

Avàir la panza a la gaula = Avere la pancia alla gola. Delle gestanti al termine della gravidanza. Di persona molto panciuta.

Avàir  la lónna = Avere la luna. Essere di cattivo umore.

Avàir l’aqua cèra in bacca = Avere acqua chiara in bocca. Avere il senso di nausea.

Avàir la róba a pâch e mnèstra = Avere la roba a pachi e minestra. Avere abbondanza di cose e stare bene.

Avàir la tésta int’al novvél = Avere la testa fra le nuvole.

Avàir l’infingardîsia int’agl’ôss = Essere pigri per natura. Infingardîsia è intraducibile, la parola che rende più l’idea è “stanchezza” oppure “voglia di non combinare niente”, fino nelle ossa.

Avàir l’ór a mèza gamba = Avere l’oro fino a mezza gamba. Essere ricchi.

Avàir magnè dal zarvèl ed’gât = Aver mangiato del cervello di gatto. Vale per essere stupidi.

Avàir musghè al tatt a sô mêder = Aver morsicato le mammelle alla propria madre. Essere sfortunato. Essere di cattivo carattere.

Avàir pió cûl che anma = Avere più culo che anima. Avere una fortuna sfacciata.

Avàir una camîsa in dôs e ch’l’ètra int’al fôs = Avere una camicia indosso e l’altra nel fosso (a lavare). Essere privo di mezzi.

Avàir una fâm da comediànt = Avere una fame da commediante. I guitti di un tempo conducevano una vita grama.

Avàir una fâm da sgantén = Avere una fame da segantino. Il lavoro del segantino era molto faticoso e provocava una grande fame.

Avàir una langua cla cûs e cla tàja = Avere una lingua che cuce e taglia. Una malalingua.

Avàir una miséria ch’bâla al trascàn = Avere una miseria che balla il trescone. Il trescone era un ballo contadino dal ritmo frenetico, forse la miseria era tanto grande da essere essa stessa frenetica.

Avàir una miséria cla fa i cinén = Avere una miseria che fa i bambini.

Avàir una muièr bóna, mó taraghéggna = Avere una moglie buona, ma puntigliosa, caparbia.

Avàir un caulp ed’bechîsia = Essere vittima di una distrazione.

Avàir un cûl ch’al fa al nîd i rundócc = Avere un sedere dove i rondoni fanno il nido. Avere una fortuna sfacciata.

Avàir un cûl ch’al pèr ‘na zôca da pchèr = Avere una sede che sembra  una tavolozza da macellaio. Di donna molto abbondante nel posteriore. Molto pregiata.

Avàir un nês ch’al guèrda a la glôria = Avere un naso rivolto all’insù. Darsi delle arie.

Avàir un pà a mói e cl’ètér int’l’aqua = Avere un piede a mollo e l’altro nell’acqua. Essere tra l’incudine e il martello.

Avàir un pèl piantè dedrî = Avere un palo piantato dietro. Stare rigido.

Avàir un vtièrî ch’ai fómma l’aria = Avere un abito che fuma l’aria (elegantissimo).

Avàir vindó la sàida = Avere venduto la seta. Vale per essere vestito a nuovo. La seta, e più precisamente il bozzolo, era il primo prodotto vendibile dopo l’inverno. I contadini coglievano l’occasione della vendita per  acquistare qualche indumento.

Avanzèr ed stócc = Rimanere di stucco. Rimanere stupiti.

A voj ch’al pióva, mó ch’al timpèsta pó no! = Voglio che piova, ma che tempesti poi no! Voglio che vada male, ma malissimo poi no!

Avréll tótt i dé un baréll; mâz tótt i dé un tinâz = Aprile tutti i giorni un barile (di pioggia); maggio tutti i giorni un tino (di pioggia).

Avréll piuvaus, mâz ventaus, ân venturaus = Aprile piovoso, maggio ventoso, anno venturoso (pieno di avventure).

Azidàint a tè e a cla vèra cla n’t’ha brisa magnè da cén = Accidenti a te e a quella scrofa che non ti ha mangiato da piccolo.

Azuntèr râm a la mascla = Lett: Aggiungere rame al mestolo. Qualcosa che si dice o si fa oltre quello già detto o fatto.

separatore6.jpg w=470

Bacca asrè, an’ciàpa massch = Bocca chiusa non prende mosche.

Bacch e bastunè = Becco e bastonato. Il “Cornuto”.  Richiama il “cornuto e mazziato” dei napoletani.

Badèr ai só prasû = Badare ai prezzemoli propri. Non occuparsi dei fatti altrui. Altra versione: Badèr ai prassû dla só stanèla = Badare ai prezzemoli della propria sottana. “Prasôl” significa anche “sfilacciatura” di un tessuto.

Bajûch e amizézzia, i fan stèr la giustézzia = Denaro e amicizia, fermano la giustizia.

Bajûch e capón, i én sàimper bón = Soldi e capponi sono sempre buoni.

Bajûch e santitè, metè e metè = denaro e santità, metà e metà. Si deve fare una tara sulle ricchezze ed i meriti attribuiti alle persone.

Bajûch in câsa e aldàm in mâsa, in’dân brisa frût = Denaro in cassa e letame in massa non danno frutti (non rendono). Il denaro deve essere investito e il letame deve essere sparso nei campi.

Balè ragazû, saltè ragazû, l’é méi èser bécch che magnèr di fasû = Ballate ragazzi, saltate ragazzi, è meglio essere cornuti che mangiare (solo) fagioli.

Balèr la vècia = Ballare la vecchia. Quel fenomeno di rifrazione che si manifesta nelle ore calde dell’estate quando la luce vicino al suolo si mette a vibrare.

Ban da frézzér = Buono da friggere. Persona di cui non fidarsi.

Ban vén, fa ban sangv = Buon vino fa buon sangue.

Barâta, barâta, d’una cavâla a i’avanzé una gâta = Baratta, baratta,  di una cavalla rimase una gatta. A forza di fare cambi, al posto di una cavalla, rimase una gatta.

Baratèr la farénna in rammel = Cambiare la farina in crusca (fare un cattivo affare).

Barbîr zauvén e dutaur vèc’ = Barbiere giovane (perché ha la mano ferma) e dottore vecchio (perché ha esperienza).

Batr’ al cûl in tèra = Battere il culo in terra. Finire malamente.

Batr ‘al cûl int’un cavécc’ = Battere il culo in un cavicchio. Fare una cosa che torna a proprio danno.

Batèr la generèl = Battere la generale. In termine  militare vale per suonare l’adunata generale. Veniva usato per “riunire un folto gruppo di amici per fare bisboccia”.

Batr’al nès dapartótt = Mettere il naso dappertutto. Impicciarsi di tutti e di tutto.

Bavv’dal vén e lâsa che l’âqua la vâga al mulén = Bevi del vino e lascia che l’acqua vada al mulino.

Bavver dal brôd d’oca = Bere del brodo d’oca. Perdere tempo. Ascoltare con attenzione tutto ciò che gli altri dicono (anche le sciocchezze).

Bavver sainza sàid  e fèr l’amaur fôra ed stasàn, i én dau côs da bazurlàn = Bere senza sete e fare l’amore fuori stagione, sono due cose da sciocco.

Bèla fórza, amazèr ón ch’al chèga = Bella forza, uccidere uno mentre fa i suoi bisogni (è in momento di debolezza). Col dovuto rispetto, ricorda il detto di Francesco Ferrucci a Maramaldo: “Vile tu uccidi un uomo morto”.

Bèla in vésta, dàinter trésta = Bella da vedere, ma cattiva d’animo. Di certi frutti e di certe donne.

Bèl in fâsa, brótt in piâza = Bello in fasce (da piccolo), brutto in piazza (da grande). Altro proverbio guarda la cosa all’inverso: Brótt in fâsa, bèl in piâza.

Bèl tàimp. Salût e quatréin, in stóffn inción, né grand e né céin = Bel tempo, salute  e quattrini, non stancano nessuno, né grandi  e né piccoli.

Bès ed bacca, cór an tacca = Bacio di bocca, cuore non tocca. Non impegna, non compromette.

Bianch cmód al bigât dal pén = Bianco come la larva del pino. Persona molto pallida. Viene paragonata alla larva della Processionaria del pino (Thaumatopaea pytiocampa; Lepidottero). Lo strano è che la larva della Thaumatopaea è pelosa e tutt’altro che bianca.

Bianc cmód un tâi d’navàn = Bianco come una fetta di navone. Esangue, di un pallore cadaverico. La radice carnosa del Navone (Brassica napus) è bianchissima al taglio.

Biasèr di paternôster = Lett. Masticare dei paternoster. Pregare continuamente a bassa voce.

Biasèr la curànna = Lett. Masticare la corona. Recitare il Rosario.

Bisaggna andghèr indóvv a i è dl’aqua èlta = Ci si deve annegare dove l’acqua è alta.

Bisaggna avàir al scarpian in’t’al bursèl = Bisogna avere lo scorpione nel borsello. La paura dello scorpione trattiene dal mettere la mano nel borsello per prendere danaro.

Bisaggna batèr al fèr, infénna cl’è chèld = Bisogna battere il fero finché è caldo.

Bisaggna balèr secand la mûsica =  Bisogna ballare secondo la musica. Ci si deve regolare secondo le opportunità

Bisaggna fèr al pâs secand la gamba, se nà a se strâza al cavâl dal brègh = Bisogna fare il passo secondo la gamba, altrimenti si straccia il cavallo dei pantaloni.

Bisaggna fèr la scuràzza secand al bûs =  Lett. Bisogna scoreggiare secondo il buco (del sedere). Il significato è identico a quello appena sopra (fare il passo secondo la gamba).

Bisaggna plèr la gâza, sàinza fèrla zighèr = Bisogna pelare la gazza senza farla piangere. Variante: bisaggna scurdghèr la gâta, sainza fèrla zighèr = Bisogna scorticare la gatta, senza farla piangere.

Bisaggna sumnèr con la man, brisa con al sâch = Bisogna seminare con la mano, non col sacco. Si regola meglio la quantità e la densità del seme e si evita lo sciupio di semente.

Bîstia ch’an bavv, bîstia trésta = Bestia (bovino) che non beve, bestia che vale posco.

Bisugnarév che quand la dôna nâs, l’ômen zapâs = Bisognerebbe che quando la donna nasce, l’uomo zappasse. Il senso è che nel matrimonio l’uomo dovrebbe essere assai più anziano della donna.

Bóna lèna = Lett. Buona lana. Persona scaltra, maliziosa, furba.

Bonanôtt cóla e scctievo sggnaur  Pastézz =  Buonanotte colla e non c’è altro, signor Pasticcio. Si dice di quando si ritiene che un affare sia andato a male. Cosi come: Bonanôtt ai sunadûr = Buonanotte suonatori. Per dire anche che la cosa è finita.

Bóni paról e trést fât, ingânén i sèvi e i mât = Parole buone e azioni cattive, ingannano i saggi e i matti.

Brâza al côl e gamb a lèt = Braccia al collo e gambe a letto. Così si curano gli arti malati.

Bréll; tréll; campanéll; côt; spulpè = Brillo; trillo; campanile; cotto; spolpato. In ordine crescente i diversi gradi dell’ebbrezza.  

Brisa ban d’balèr = Non essere capaci di ballare.  Offesa sanguinosa, forse la più grave. Il ballo, infatti, aveva una grande importanza nella vita sociale delle nostre campagne. Era un momento d’incontro, di conoscenza tra i giovani e di sfogo che, a parte il ballo, la Messa, la festa patronale, non avevano altre occasioni per incontrarsi.

Brótta cómm al pchè murtèl = Brutta (di donna) come il peccato mortale.

Brótt cómm un spurâc = Brutto come uno spauracchio  spaventapasseri.

Brótt e lóngh cumpâgn una quaràisma = Brutto e lungo come una Quaresima.

Brusèr al pajàn = Bruciare il pagliericco. Usufruire di una prestazione senza pagare il corrispettivo (specie di prostitute).

Brûsa, brûsa, Cranvèl, t’an pôsa pió turnèr infénna a la nôt ed Nadèl = Brucia, brucia, Carnevale, che tu non possa più tornare fino alla notte di Natale. Lo si diceva a mezzanotte del martedì grasso.

Bruntlèr un pèzz ed pan = Dare agli altri con molta malagrazia, malvolentieri .

Butàiga avérta, aspéta cumérzi = Bottega aperta, attende commercio.

Buvinèl = Imbuto. Rivolto a chi, giocando, fa un colpo molto fortunato.

separatore6.jpg w=470

Ca fâta, pussiàn sfâta = Casa costruita, possessione (podere) disfatta. Per l’alto costo del costruire. Altro proverbio simile: Chi vôl dèr fand a la bûrsa, fâga fabrichèr = Chi vuole spendere tutto quello che possiede, faccia costruire. Altro ancora: Ca quant basta, têra quant as’pôl = Casa quanto basta e terra quanto si può.

Cambièr l’âqua al canarén = Cambiare l’acqua al canarino = Orinare.

Campa cavâl, che l’érba crass = Campa cavallo che l’erba cresce.

Campèr con la têsta int’al sâch = Vivere con la testa nel sacco, alla cieca.

Can afamè, an bèda a bastunè = Il cane affamato non si cura delle bastonate.

Can an mâgna can = Cane non mangia cane.

Can ch’baja, an môsga brisa = Cane che abbaia, non morde.

Can da pchèr, pôrz da munér e dôna da ustarî, a ni tulèdi mai, par la Verginmarî = Cane da macellaio, maiale da mugnaio e donna da osteria, non prendeteli mai per la Vergine Maria. Tutti abituati troppo bene.

Capîr pr’âria = Comprendere al volo. Un tizio che si vantava di capire le cose al volo, usava dire: Mé a’péss’in âria = Io piscio in aria.

Cârga cénna la vûda al bôsch, cârga grôsa la stiânca agl’ôs = Il carico piccolo vuota il bosco, il carico grande rompe le ossa. Bisogna lavorare con calma, senza sforzi che stancano.

Caschèr al budèl =  Il cadere delle budella: perdersi d’animo.

Caschèr al furmâi só int’al lasâgn = Cadere il cacio sulle lasagne.

Caschèr da la sann; Murîr da la sann = Cadere dal sonno; Morire dal sonno.

Caschèr in t’al balatràn = Cadere in basso. Balatràn  era la parte bassa dei filatoi da seta azionati ad acqua.

Caschèr za dal pirôl = Cadere dal piolo (gradino). Nelle famiglie tutte le moine sono riservate all’ultimo nato: quello che lo precedeva era negletto. L’è caschè za dal pirôl.

Caschèr da vâl =  Lett: cadere dal setaccio =Perdere la stima; Perdere la simpatia.

Castîga la cagna, ch’al can starà a ca’ = Castiga la cagna e il cane resterà a casa sua.

Castighèr col bastan dla bumbèsa =  Castigare con un bastone di cotone idrofilo. Castigare in modo apparente.

Catèr al cô dla gavatta = Trovare il bandolo della matassa.

Cavâl vèc’érba tandra = Il cavallo vecchio vuole erba tenera. L’uomo anziano vuole donna giovane.

Cavèr  ón d’int’i pdûc’ = Togliere uno dallo stato di miseria. Lett: Togliere uno dai pidocchi.

Cavèr un quèl da la bacca = Togliere una cosa dalla bocca. Rinunciare a una cosa utile per darla agli altri.

Cavî e guai, mànchen mai = Capelli e guai, non mancano mai.

Cgnósser la mérda a nès e l’urtîga a tâst = Lett. Conoscere la merda a naso e l’ortica al tasto. Capacità veramente singolari.

Ch’al pôch’ ed stàint = Quel poco che serve per vivere stentatamente.

Che al zîl at’guèrda da quâtr côs: fâm, fómm, fiómm e famna catîva = Che il cielo ti guardi (protegga) da quattro cose: fame, fumo, fiume (le piene dei fiumi e torrenti della nostra provincia sono state e lo sono ancora, un incubo per i nostri contadini) e da donna cattiva.

Che bî cavî, ch’avî ch’a vói ch’a vi cavèdi vî = Che bei capelli che avete, che voglio che ve li caviate. Scioglilingua o gioco di parole.

Che càulpa n’ha la gâta se l’azdaura l’è mâta = Che colpa ne ha la gatta se la reggitrice (della casa) è matta.

Chèld ed pâgn’an fé mai dân = Caldo di abiti, non fece mai male.

Chèlz ed cavâla, an fé mai mèl al puledrén = Calcio di cavalla, non ha mai fatto male al puledro.

Chèren ch’crass l’an pôl stèr fàirma: chèren ch’câla l’an pôl stèr zétta = Carne che cresce (l’infanzia) non può stare ferma, carne che cala (la vecchiaia) non può stare zitta.

Chèren ch’crass, mâgna spass = Carne che cresce (cioè i bambini) mangia spesso.

Chèren fa chèren; passa fa vas = Carne fa carne; pesce fa vento intestinale. Si dubitava delle virtù nutritive del pesce.

Chèrta canta e vilàn dôrum = Carta canta e villano dorme.

Chi a i n’ha dimondi, chi an n’ha brîsa e chi è sàinza camîsa = Chi ne ha molti, chi non ne ha e chi è senza camicia.

Chi la slónga, la scâpa = Chi la rinvia, la evita. Non fare oggi ciò che puoi fare domani.

Chi ama al can, ama al padran = Chi ama il cane ama il padrone.

Chi an bâla par Cranvèl, o ch’al môr o ch’al sta mèl = Chi non balla per Carnevale, o è morente o sta male.

Chi an’fa, an fâla, chi an’maina bû, an’arbèlta câr = Chi non fa non falla, chi non conduce buoi, non rovescia carri.

Chi an’fîla par Nadèl, suspira par Cranvèl = Chi non fila per Natale, sospira per Carnevale. Andando verso la primavera si allungano le giornate e rimane meno tempo per filare perché le ore di luce debbono essere utilizzate per i lavori nei campi.

Chi an’zûga par Nadèl, chi an’bâla par Cranvèl e chi an’s’imbarièga par San Martén, al farà’na bróta fén = Chi non gioca per Natale, chi non balla per Carnevale e chi non si ubriaca per San Martino, farà una brutta fine.

Chi n’s’anîga int’al mèr, al s’anîga int’al fiómm = Chi non si annega nel mare, si annega nel fiume.

Chi arîva prémm al mulén, mèsna = Chi arriva primo al mulino, macina.

Chi as’fîda, l’avanza imbruiè = chi si fida, rimane imbrogliato.

Chi avéss, chi pséss, e chi fóss l’éra al ra di quajón =  Chi avesse, chi potesse, chi fosse, era il re dei coglioni (minchioni).

Chi bain sèra, an vôl guèra = Chi chiude bene (chi si chiude bene in casa), non vuole guerra (non vuole grane).

Chi bâla sàinza sunèr, l’è mât da lighèr = Chi balla senza musica, è pazzo da legare.

Chi canta a tèvla e a lèt, l’è un mât parfèt = Chi canta a tavola e a letto, è un matto perfetto.

Chi cmàinza mèl, finéss pîz = Chi comincia male, finisce peggio.

Chi d’galénna nâs, al tén raspèr = Chi nasce da gallina, è costretto a razzolare.

Chi dôrum col can, al’s’lîva col póls = Chi dorme col cane, si alza con le pulci.

Chi dôrum d’agast, dôrum a sô cast = Chi dorme d’agosto, dorme a proprio costo. Agosto è un mese di grandi lavori, chi dorme, perde guadagno.

Chi dscarr mèl par dedrî, al dscarr al cûl = Chi parla male dietro le spalle, parla al deretano.

 Chi dsprèza, caumpra = Chi disprezza, compera.

Chi d’un èter l’amstîr vôl fèr, al s’fa minciunèr = Chi vuol fare il mestiere di un altro, si fa ridere dietro.

Chi é fortunè, al pôl balèr cóm al vôl = Chi è fortunato, può ballare come vuole.

Chi é busèder é lèder = Chi è bugiardo è ladro.

Chi é cuntàint, al lauv le mâgna = Chi è contento, il lupo lo mangia. Secondo antica credenza, non bisogna mai mostrare gioia e felicità, perché il Maligno è sempre in agguato.

Chi é gelàus, é bacch’ = Chi è geloso, è cornuto.

Chi é inamurè, lûs = Chi è innamorato, si illumina. Molto poetico.

Chi é in pî al câsca fazilmàint = Chi sta in piedi, può facilmente cadere.

Chi é in suspèt. l’é in difèt = Chi è in sospetto, è in difetto.

Chi é int’l’óss, da impâz a tótt = Chi è fermo sulla soglia, impedisce il passaggio a tutti.

Chi é mât a la sîra, é mât anch a la maténna = Chi è matto alla sera, è matto anche  al mattino.

Chi é sgnè da Dio è sgnè da î ômen = Chi è segnato da Dio, è segnato anche dagli uomini. Si riteneva un tempo che le persone malformate o con difetti fisici fossero di animo malvagio.

Chi é stè musghè da la béssa, ha pôra anch dla lusèrta = Chi è stato morso da una biscia, ha paura anche della lucertola. La stessa cosa: Al can stà scutè da l’aqua chèlda, ha pôra anch dla fradda = Il cane  che è stato scottato dall’acqua calda, ha paura anche della fredda.

Chi é svêlt a magnèr, é svêlt a lavurèr = Chi mangia rapidamente, rapidamente lavora.

Chi é una canâja, s’al sammna al furmàint, al cój d’la pâja = Chi è una canaglia, se semina il grano, raccoglie paglia. Punizione divina che non sempre viene.

Chi fa al cant sàinza l’ôst a le fa dau vôlt = Chi fa il conto senza l’oste, lo fa due volte.

Chi fa a sô môd, pèga ed sô bisâca = Chi fa a modo suo, paga di tasca propria.

Chi fa dal bàin, an’s’pôl aspptèr che bàin = Chi fa del bene, si aspetti bene. Molto ottimista.

Chi fa i vèrs pió fûrt, ha rasan = Chi grida più forte, ha ragione

Chi fa dal mèl, an’s’aspèta dal bàin = Chi fa del male, non si aspetti del bene.

Chi fa prèst i dént, lâsa prèst i parént = Chi fa presto i denti, lascia presto i parenti. La dentizione precoce era considerata un presagio di vita breve.

Chi fîla sutîl, sta un pèz a urdîr; chi fîla grôss, métt prèst indôs = Chi fila sottile impiega più tempo a ordire; chi fila grosso indossa presto (non bisogna essere troppo meticolosi).

Chi ha al câr e i bû, fa prèst i fât sû = Chi ha il carro ed i buoi, fa presto i fatti suoi.

Chi ha al misclén in man, al fa la mnèstra a sô môd = Chi ha il mestolo in mano, fa la minestra a modo suo.

Chi ha al pan al n’ha brîsa i dént, chi ha i dénti al n’ha brîsa al pan = Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane.

Chi ha al zôc par Nadèl, al le téggna par Febrèr = Chi ha il ciocco per Natale, lo tenga per Febbraio (mese freddo).

Chi ha bisaggn, al se sdcômda = Chi ha bisogno, si scomodi (si muova).

Chi filè avè una camîsa, e chi an filè brîsa ai n’avè dau = Chi filò ebbe una camicia, e chi non filò ne ebbe due.

Chi ha bôni uracc’, intanda = Chi ha buone orecchie intenda.

Chi ha dagli uracc’ cénni al môr prèst = Chi ha orecchie piccole muore presto. Una delle tante credenze popolari.

Chi ha d’avàir ventûra, al n’ha bisaggn ed livèrs a bonaura = Chi è destinato ad avere fortuna, non ha bisogno di alzarsi presto.

Chi ha di bajûch, ha di parént = Chi ha soldi, ha parenti.

Chi ha di bdûc è san = Chi ha i pidocchi è sano. Forse perché i parassiti  attaccavano preferibilmente coloro che avevano il sangue sano e, quindi, più nutriente.

Chi ha di bon cavâl in stâla, pôl anch andèr a pî = Chi ha dei buoni cavalli nella stalla, può anche andare a piedi. Tanto tutti sanno che di cavalli ne ha.

Chi ha di fiû, tôtt i pcón i n‘én sû = Chi ha dei figli, non tutti i bocconi sono suoi. Deve nutrire per primi i figli.

Chi ha di zûch, fa dal bragguel = Chi ha dei ceppi, fa delle schegge. (la braggla era una grossa scheggia di legno ottenuta spaccando dei grossi ceppi). Chi ha il molto, ha il poco.

Chi ha fât al mèl, fâga la penitàinza = Chi ha fatto il male, faccia la penitenza.

Chi ha i bû da par sé, al pôl arèr al lonedé = Chi ha i buoi in proprietà, può arare quando crede e quindi, anche il lunedì. Può arare quando vuole e non deve attendere i comodi di altri.

Chi ha la brîga, s’la dsbrîga = Chi ha la bega, la risolva.

Chi ha l’amèr in bacca, an’pôl spudèr daulz = Chi ha l’amaro in bocca, non può sputare dolce.

Chi ha la sèlvia in ca, è mèdich e an’al sa = Chi ha la salvia in casa, è medico e non lo sa. La salvia comune (Salvia officinalis) è coltivata come condimento. Ha anche virtù stimolanti, sudorifiche, toniche ed astringenti. Altre specie simili sono la Salvia sclarea, spontanea in Italia meridionale, usata per aromatizzare il vermouth, la Salvia pratensis (Ciarèla) le cui foglie sono toniche e stimolanti. Appartengono alla famiglia delle labiate.

Chi ha la tass e la raggna, d’èter mèl an bisaggna = Chi ha la tosse e la rogna non ha bisogno di altri mali (soffre già abbastanza).

Chi ha magnè l’arvàjja, ch’al spâza la curnâcia = Chi ha mangiato i piselli, pulisca i baccelli.

Chi ha mèl a la panza, an mâgna marón = Chi ha mal di pancia, non mangi castagne.

Chi ha pió giudézzi, al métta in ôvra = Chi ha più senno, lo usi.

Chi ha pisè, ch’al sûga = Chi ha pisciato, asciughi.

Chi ha pôra, an magna taiadèl = Chi ha paura, non mangia tagliatelle (Il mondo è degli audaci).

Chi ha pûch pâgn, mèl as’crûv = Chi ha pochi vestiti, si copre malamente.

Chi ha un ban zucàn, ch’al le téggna par San Biasàn = Chi ha una buona damigiana, la tenga per San Biagio (3 febbraio).

Chi ha un ban maré, a s’i cnóss int’la fâza = Chi ha un buon marito, la si riconosce dalla faccia (La donna che ha un buon marito la si riconosce a guardarla).

Chi ha un bèl nès, ha un bèl chès = Chi ha un bel naso, ha un bel caso.

nChi ha un zôch ban, al’téggna par marzan = Chi ha un buon ciocco, lo tenga per marzo.

Ch’imprèsta timpèsta = Letteramnente: chi impresta, tempesta (Gli oggetti prestati, spesso non tornano tutti indietro e o non ritornano affatto).

Chi invcéss, amatéss = Chi invecchia, impazzisce. (Riferito, di solito, a chi si innamora in tarda età).

Chi in zoventó ciâpa ch’al vézzi, quand l’é vèc’, l’attand a cl’ufézzi = Chi in gioventù prende quel vizio, quando è vecchio conserva la stessa abitudine (Il lupo perde il pelo ma non il vizio).

Chi la dûra, la vénz = Chi tiene duro la vince.

Chi la fa satta la nàiv, la se dscrûv = A farla sotto la neve, si scopre (quando la neve si scioglie).

Chi lavaura fa al spàis ed chi sta in ca = Chi lavora fa le spese di chi resta in casa.

Chi la slônga, la scâpa = Chi riesce a rinviarla, riesce ad evitarla.

Chi la trà vî a palè, la va a zarchèr col cucièr = Chi la getta a palate (la ricchezza) la va a cercare col cucchiaio.

Chi lavaura l’ha una camîsa, ch’in lavarua al n’ha dau = Chi lavora ha una camicia, chi non lavora ne ha due.

Chi lavaura, va in malaura, chi n’lavaura tant’ai va: l’é po méi an lavurèr se in malaura a s’ha d’andèr = Chi lavora va in malora, chi non lavora ci va lo stesso: è quindi meglio non lavorare, se in malora si deve andare.

Chi la vôl côta, chi la vôl crûda, chi vôl la taurta, chi vôl i turtî = Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, chi vuole la torta, chi vuole i tortelli (Tot capita, tot sententiae).

Chi magna in pî, magna par trî = Chi mangia in piedi, mangia per tre.

Chi l’ha d’ôr, chi l’ha d’arzàint e chi l’an vèl un azidàint = Chi l’ha d’oro, chi l’ha d’argento e chi non vale un accidente. (Della diversa fortuna delle donne indipendentemente dal merito).

Chi li fa, li pèga = Chi li fa, li paga (Dei debiti).

Chi li pôrta, l’é l’ûltum a savàirel = Chi le porta, è l’ultimo a saperlo (delle corna).

Chi manazza al mèl, a’s’plócca al dîda = Chi maneggia il miele, si lecca le dita. Vedi: (Chi va al mulèn, al s’infarénna = Chi va al mulino, si infarina).

Chi mâza al ninén, sta bàin prûn puctén = Chi uccide il maiale, sta bene per un po’ (di tempo).

Chi mâza la polsa marzarôla, mâza la mèder e anch la fiôla = Chi uccide la pulce di marzo, uccide la madre e anche la figlia (perché impedisce la generazione successiva).

Chi mett la zauvna atàis al vèc’, métt la cónna atàis al lèt = Chi mette una giovane vicino ad un vecchio, mette la culla vicino al letto. (Dal matrimonio tra una donna giovane ed un uomo anziano nascono molti figli, almeno così si credeva).

Chi métt al mât da par sé, painsa la nôt a quall ch’l’ha da fèr al dé = Un matto, lasciato solo, pensa la notte alle pazzie che farà il giorno dopo.

Chi minciauna è minciunè = Chi prende in giro, viene preso in giro.

Chi mûda lûgh, mûda furtónna = Chi cambia posto (paese), cambia fortuna (anche la propria vita).

Chi mûra in invèren, mûra in etèren = Chi costruisce in inverno, costruisce per l’eternità.

Chi m’vôl bain, um’brèva; chi m’vôl mèl um’lôda = Chi mi vuol bene mi sgrida, che mi vuole male, mi loda.

Chi nâs bèla, nâs maridè = Chi nasce bella, nasce maritata.

Chi nâs èsen, môr sumâr = Chi nasce asino, muove somaro.

Chi nâs mât, an guaréss mâi = Chi nasce matto, non guarisce mai.

Chi nâs sfighè, tótti al masaggn i caschen in t’la tèsta =  Chi nasce sfortunato, tutti i macigni gli cadono in testa.

Chi n’astôpa busén, astôpa busàn = Chi non chiude i buchi piccoli, chiude quelli grandi. (Chi non cura la manutenzione ordinaria, deve fare quella straordinaria).

Chi n’campra i âi al dé d’San Zvân, l’é puvràtt tótt l’ân = Chi non compra gli agli per il giorno di San Giovanni Battista (24 giugno) è povero tutto l’anno. (Antica credenza popolare).

Chi n’chèga cagarà, chi n’péssa murirà = Chi non caga, cagherà, chi non piscia morirà. (Il proverbio mette in evidenza la maggior gravità della ritenzione dell’orina rispetto a quella delle feci).

Chi n’cradd a la bôna mèder, al cradd a la mèla madraggna = Chi non crede alla buona madre, crede poi alla cattiva matrigna.

Chi n’è ban pr’al Ra, al n’é ban gnanch par la Regénna = Chi non è buono per il Re, non è buono neppure per la Regina Frase di scherno che veniva rivolta ai riformati (Schèrt ed lèva = Scarti di leva).

Chi n’ha che un ôc’, spass a s’al sfràiga = Chi ha un occhio solo, spesso se lo frega.

Chi n’ha magna, e chi an n’ha sbadâcia = Che ne ha mangia, chi non ne ha sbadiglia.

Chi n’ha vargagna, tótt al mand l’é sô = Chi non ha vergogna, tutto il mondo è suo. Vergogna vale anche per “pudore”.

Chi n’ha zarvèl, êva gamb = Chi non ha testa, abbia gambe.

Chi n’in pôrta, n’in frôsta = Chi non porta (abiti), non li consuma.

Chi n’magna, ha magnè = Chi non mangia, ha già mangiato.

Chi n’magna la galénna par cranvèl, la magna int’al cavzèl = Chi non mangia la gallina per Carnevale, la mangia al capezzale (cioè da ammalato).

Chi’n mantén la gâta, mantén i póndgh = Chi non mantiene la gatta, mantiene i topi.

Chi n’pàinsa prémma, suspîra dapp = Chi non riflette prima (di fare una cosa), sospira dopo.

Chi n’péssa in cumpagnî, l’é un lèder e una spî = Chi non piscia in compagnia, è un ladro e una spia.

Chi pió spand, manch spand = Chi più spende di più, meno spende.

Chi n’pôl bâter al cavâl, bât la sèla = Chi non può battere il cavallo, batte la sella.

Chi n’sa zughèr, zûga danèr = Chi non sa giocare, giochi denaro.

Chi n’vôl bàin al bîsti, an vôl bàin gnanch ai cristiàn = Chi non ama gli animali, non ama nemmeno gli esseri umani.

Chi n’vôl balèr, ch’an vâga a la fèsta = Chi non vuole ballare, non vada alla festa.

Chi n’zûga, vénz sàimper = Chi non gioca, vince sempre.

Chi padéss, cumpatéss = Chi patisce, compatisce.

Chi pèga dèbit, aquèsta crèdit = Chi paga i debiti, acquista credito.

Chi pèga inànz trât, n’ha mai al lavurîr bàin fât = Chi paga in anticipo, non ha mai un lavoro ben fatto.

Chi pèrd l’unaur, pèrd incôsa: chi pèrd la fàid, pèrd al rèst = Chi perde l’onore, perde tutto: chi perde la fede perde il resto.

Chi pianta la pèlma, an cój i frût = Chi pianta la palma, non raccoglie i frutti.

Chi pîgra as’fa, al lauv la mâgna = Chi pecora si fa, lupo la mangia.

Chi pôl andèr al pâs pr’al sótt, ch’an vâga ed caursa pr’al sói = Chi può andare al passo nell’asciutto, non vada di corsa nel fango.

Chi pratica al zôp, tén zupghèr = Chi pratica lo zoppo, bisogna che zoppichi.

Chi prémm arîva, prémm alôza = Chi prima arriva, per primo trova da dormire.

Chi ramp pèga, e i sdûz i én sû = Chi rompe paga, e i cocci sono suoi.

Chi sbalia impèra = Chi sbaglia, impara. (Sbagliando s’impara).

Chi sammna con la lónna setembrénna, s’al sammna dal furmàint, al cój dl’avàina = Chi semina con la luna settembrina, se semina frumento, raccoglie avena. (Settembre non è il mese adatto per le semine).

Chi sammna fèv sàinza guarnèri, li cój sàinza curnâcia = Chi semina fave senza concimarle, le raccoglie senza baccelli. La fava seminata senza concime, non produce frutto.

Chi sammna i fasû, a i nâs el côren = A chi semina fagioli, nascono le corna.

Chi sammna pr’al sótt, al cój tótt = Chi semina col terreno asciutto, raccoglie tutto.

Chi s’arpèra satta la frâsca, l’ha qualla ch’piôv e qualla ch’câsca = Chi si ripara sotto la frasca, ha l’acqua che piove e quella che gocciola dalle foglie.

Chi sbadâcia, zàirca dôn = Chi sbadiglia, cerca donne.

Chi sbàja ed’sô tèsta, pèga ed sô bisâca = Chi sbaglia di testa sua, paga di tasca sua.

Chi sêrv Dio, ha un ban padran = Chi serve Dio, ha un buon padrone.

Chi sguâza una vôlta, an stàinta sàimper = Chi gode una volta, non stenta sempre. Infatti, almeno una volta, ha goduto.

Chi s’marîda, zûga un térn al lôt = Chi si sposa, gioca un terno al lotto.

Chi sôfer par amaur, an’sént dulaur = Chi soffre per amore, non sente dolore.

Chi spand in fûria, stanta adêsi = Chi spende in fretta, stenta adagio.

Chi spâza la ca ed sîra, mûr puvratt = Chi spazza la casa di sera, muore povero. (Vecchia superstizione).

Chi spûda a l’èlta al spûd ai câsca int’la fâza = Chi sputa verso l’alto, gli cade lo sputo in faccia.

Chi sta bàin, an’s’môva = Chi sta bene, non si muova.

Chi stémma, an campra = Chi stima, non compra.

Chi strasénna al pan da vîv, dapp’môrt al’andrà a cójjer con un panîr sàinza fand = Chi sciupa il pane da vivo, dopo la morte sarà costretto a raccoglierlo con un paniere senza fondo. Lo si diceva ai bambini per invitarli a non sciupare il pane.

Chi s’vôl bàin, an s’vôl mai mèl = Chi si vuole bene, non si vorrà mai male. Qualcosa dell’amore rimane sempre.

Chi tèrd arîva, mèl alôza = Chi tardi arriva, male alloggia.

Chi va al mulén, al’s’infarénna = Chi va al mulino, si infarina.

Chi va a nôz, va a bambôz = Chi va a nozze va a (lett. bamboccio) cioè a bimbo piccolo neonato. Era usanza che gli invitati al pranzo di nozze venissero invitati anche al battesimo, anzi, mentre a nozze non si portavano regali, al battesimo si dovevano portare. Alla cerimonia non partecipava la madre alla quale era interdetto l’ingresso in chiesa sino alla ricomparsa del flusso mensile, previa, tuttavia di un’assoluzione del peccato originale che, in tempi maschilisti, pare toccasse solo la donna. La cerimonia si svolgeva quasi di nascosto, con l’ingresso, in chiesa, della donna (neomamma) che doveva portare in mano una candela accesa benedetta il giorno della candelora il 2 febbraio. L’ingresso non poteva avvenire dalla porta principale, ma da un porta secondaria laterale.

Chi va col zôp, tén zupghèr = Chi va con lo zoppo, deve zoppicare.

Chi va fôra dal sô mstîr, fa la sóppa int’al panîr = Chi va fuori dal suo mestiere, fa la zuppa nel paniere (cioè non combina nulla).

Chi va piàn, va san e va luntàn; chi va fôrt, va a la môrt = Chi va piano, va lontano; chi va forte va alla morte.

Chi vénz la prémma al pérd al sâch e la farénna = Chi vince la prima (partita o giocata), perde il sacco e la farina. Vedi anche: La prémma l’é di trést = La prima (giocata) è dei tristi (incapaci).

Chi vindammna trôp prèst, svénna pôch e tótt agrèst = Chi vendemmia troppo presto, svina poco e tutto agresto. L’agresto, che a volte veniva prodotto volutamente, era una specie di vino di uva acerba che veniva usato per bibita (allungato con acqua), oppure al posto dell’aceto.

Chi vîv bàin , bàin al môr = Chi vive bene, muore bene.

Chi vîv mèl, mèl môr = Chi vive male, muore male.

Chi vôl al pàss, bisagna ch’al s’immója = Chi vuole il pesce, deve bagnarsi.

Chi vôl bàin aparîr, l’ha prémma da padîr = Chi vuole apparire bene, prima deve patire. Non si raggiunge un risultato senza aver prima sofferto.

Chi vôl cuntintèr tótt, an cuntàinta inción = Chi vuole accontentare tutti, non accontenta nessuno.

Chi vôl dèr fand a la bûrsa, faga fabrichèr = Chi vuole dare fondo alla borsa, faccia fabbricare.

Chi vôl fèr un birichén, fâga un ciarghén = Chi vuol fare un birichino, faccia un chierichetto.

Chi vôl imparèr quèl, al vâga dal pió vèc’ = Chi vuole imparare qualcosa, vada (si rivolga) dal più vecchio.

Chi vôl ôv, bisaggna ch’al téggna la galénna = Chi vuole uova, deve tenere le galline.

Chi vôl stèr san, péssa spass cmôd fa al can = Chi vuole stare sano, deve orinare spesso come fa il cane.

Chi vôl va, ch’n’vôl manda = Chi vuole va, chi non vuole, manda. Chi vuole una cosa a suo modo deve andare di persona.

Chi vôl va, ch’n’vôl rèsta a ca = Chi vuole va, chi non vuole resta a casa.

Chi zàirca acâta e chi dmanda impèra = Chi cerca trova e chi domanda impara.

tChi zâpa la véggna d’agast, al rimpéss la canténna ed mast = Chi zappa la vigna in agosto, riempie la cantina di mosto.

Ciacarè pûr, mó agl’én côren d’ôr = Chiacchierate pure, ma sono corna d’oro. Diceva il contadino a chi alludeva ad una tresca della moglie con il padrone.

Ciamèrs ed’cîsa = Lett: Chiamarsi di chiesa. Cioè tirarsi fuori da una questione. Il detto viene, forse, dall’immunità di cui godevano le chiese e i relativi sagrati. Quando un ricercato riusciva a mettere piede sul sagrato, diceva: Mé am ciâm ed’cîsa e gli altri non potevano più arrestarlo. La chiesa ed il sagrato non erano territorio italiano (e forse non lo sono neppure adesso).

Ciapèr al fôrt = Prendere il forte, cioè inacidire (del vino).

Ciapèr la gâta = Prendere la gatta (ubriacarsi). Oppure Ciapèr la sémmia = Prendere la scimmia.

Cinén e calcadén = Piccolo, ma piantagrane.

Ch’la pièsa, ch’la tèsa e ch’la stâga in chèsa = Che piaccia, che taccia e che stia in casa. Le doti di una buona moglie.

Cla dôna = Mia moglie.

C’la dôna la pèr un lât e un vén = Quella donna sembra un latte e un vino. Ha un colorito bianco e rosa.

C’la dôna, saimper la sdâza e mai la fa pan = Quella donna, setaccia sempre e non fa mai il pane. Di donna che sembra fare, ma che non conclude.

Cmandèr a bacàtta = Comandare a bacchetta.

Cócch, cócch da la panna bîsa, stra quant ân um’marîdia? = Cuculo, cuculo dalla penna grigia, fra quanti anni mi sposerò? Dal numero del “cucu”, le ragazze desumevano gli anni mancanti al matrimonio.

Cól tàimp a s’métt giudézzi = Col tempo si mette giudizio (si diventa saggi).

Con al tàimp e la pâja as madûra al nèspel = Col tempo e con la paglia maturano le nespole.

Con dal bôni bràjj as’guîda i cavâl, con la prudàinza l’ômen = Con delle buone briglie si guida il cavallo, con la prudenza l’uomo.

Con di garavlén as ‘fa di grâp = Con dei racemoli si fanno i grappoli. Con il soldo si fanno i milioni.

Con i bajûch e l’amizézzia, as’fa stèr anch la giustézzia = Con del denaro e con l’amicizia, si ferma anche la giustizia.

Con la malézzia e l’ingân, as pâsa mèz ân; con la malézzia e l’èrt as pâsa l’ètra pèrt = Con la malizia e l’inganno si passa metà dell’anno; con la malizia e l’arte si passa l’altra parte.

Con l’amaur, a i è l’amèr = Con l’amore, c’è l’amaro.

Con pió la s’armàsda, con pió la pózza = Più la si mescola, più puzza.

Córrer cmôd fa al ninén a la jânda = Correre come fa il maiale alla ghianda. Fare una cosa molto volentieri.

Córrer la cavalénna = Correre la cavallina. Fare vita dissoluta.

Côs da dîr satta a la fûga = Cose da dire sotto la cappa del camino. Sciocchezze, cose risibili.

Córrer drî al parpâi = Correre dietro alle farfalle. Fantasticare.

Crèpa l’avarézzia! I magnen un ôv in dsdôt e al tarrel i al dân al can! = Crepi l’avarizia! Mangiano un uovo in diciotto e il tuorlo lo danno al cane!

Crést l’ha distribuè dal craus: qui chi èren avanzè sàinza i l’én andè a zarchèr = Cristo ha distribuito le croci: chi è rimasto senza le è andato a cercare.

Crudeltè, cunsómma amaur = Crudeltà consuma amore.

Culaur d’un tâi d’navân = Colore di un taglio di navone. Colorito pallido, esangue.

Cûl nûd e budèl vsté ed vlûd = Sedere nudo e intestino foderato di velluto: cioè, cura più il mangiare che il vestire.

Cumprèr una côsa pr’un pèz ed pan = Comprare una cosa per un pezzo di pane. Pagare un’inezia.

Cuntàint me, cuntàint tótt = Contento io, contenti tutti.

Cuntèr cómm un pajâz in Paradîs = Contare come un pagliaccio in Paradiso. Non godere di considerazione alcuna.

Cuntèr da sfrâpel = Raccontare frottole.

Cuntèr cmôd un stamp da castagnâz = Essere considerato come uno stampo da castagnaccio, cioè poco.

Curiaus, n’asculté mai côsa ch’ai piaséss = Un curioso, non ascoltò mai una cosa di suo gradimento.

Cusénna nôva, chi n’in pôrta, a n’in trôva = Cucina nuova chi non ne porta (del cibo), non ne trova.

Custèr un ôc! = Costare un occhio, (costare molto). Oppure Custèr un ôc dla tèsta = Costare un occhio della testa.

Cuvèr i rustézz = Stare vicino al fuoco per godere del calore fino alla fine, fino a quando ci sono tizzoni (rustézz).

separatore6.jpg w=470

Da Cranvél a Pasqua, tótta l’érba fa armisdânza = Da Carnevale a Pasqua tutte le erbe fanno mescolanza. L’armisdânza era un’insalata di erbe spontanee miste che di solito veniva condita con sale, aceto e lardo. (Ora nei supermercati si trova la misticanza, assai più delicata e fine rispetto alle erbe di campo).

Dai a ch’al can = Dagli a quel cane.

Dai catîv custómm ai vén al bôni lazz = Dai cattivi costumi, nascono buone leggi.

Dai e dai, la zivalla la d’vàinta ai = Dai e dai la cipolla diventa aglio.

Da i ûc’ as’acgnóss l’ômen = Gli uomini si riconoscono dagli occhi.

Da la tèvla an’livèret mâi, se la bacca l’an sa d’furmâi = Non alzarti mai dalla tavola se la bocca non ha il sapore del formaggio.

Dai bèli zôch ai nâs al bèli bragguel = Dalle belle ceppaie nascono i bei virgulti.

Dal brótt zôch as’chèva al bèli bragguel = Dalle brutte ceppaie nascono i migliori virgulti.

Dal détt al fât a i é un gran trât = Dal detto al fatto c’è un grande tratto.

Dal dîr al fèr a i é un fôs da saltèr = Dal dire al fare c’è un fosso da saltare.

Dal dîr al fèr i’é d’mèz al mèr = Dal dire al fare, c’è in mezzo il mare.

Dal pôch, an’s’gôd = Del poco non si gode.

Dal pôch a s’in gôd, dal purasè a s’in fa nôz = Del poco se ne gode, del molto se ne fa nozze.

Dal scrân e di bichîr an’é mai purasè = Di sedie e di bicchieri non ve ne sono mai troppi..

Dal trést pagaduar bisaggna tôr d’incôssa = Dal cattivo pagatore bisogna prendere di tutto (quello che ti dà).

Dapp al nóvvel a’i vén al sràin = Dopo le nuvole, viene il sereno.

Dapp al tran, vén l’âqua o la timpèsta = Dopo il tuono, viene la pioggia o la grandine.

Dapp la guèra, vén la pès = Dopo la guerra, viene la pace.

Dapp Nadèl, tótt i dé l’é Cranvèl = Dopo Natale, tutti i giorni è Carnevale.

Da San Martén a Nadèl, tótt i puvrétt i stân mèl = Da San Martino a Natale, tutti i poveri stanno male. Per i poveri si intendono i braccianti che vivevano del lavoro a giornata; dopo San Martino (11 novembre) terminavano i lavori dei campi dai quali traevano il loro magro salario. Per la verità, stavano male anche dopo Natale.

Da Santa Catarénna a Nadèl, un màis uguèl = Da Santa Caterina (25 novembre) a Natale vi è un mese preciso.

D’avréll un canèl, ed mâz un tursèl = In aprile un cannello, in maggio un rotolo. Si riferisce allo stato di avanzamento della tessitura della canapa. In aprile un cannello, cioè una piccola quantità, in maggio un rotolo, cioè una quantità notevole. Al tursèl (plurale: tursî) era un rotolo di tela della lunghezza di qualche metro.

D’bèl tàimp e pan frasch inción é mai stóff = Di bel tempo e di pane fresco, nessuno è mai stanco.

D’bôna tèra tû la véggna, d’bôna mèder tû la fiôla = Di buona terra prendi la vigna, di buona madre prendi la figlia.

Dèr a intander lózzel par lantèren la n’é da galantômen = Dare da intendere lucciole per lanterne, non è da galantuomo.

Dèr (o Tôr) al bîsti a la mudnàisa = Dare o prendere il bestiame  alla modenese, cioè a “Soccida”. La “Soccida” è un particolare contratto nel quale una delle parti conferisce il bestiame e l’altra la custodia e il mantenimento, dividendo gli utili. In bolognese la “Soccida” e detta Zvâdga.

Dèr al gnôch = Lett: dare il gnocco. Gesto di spregio che si fa ponendo una mano nell’incavo del gomito dell’altro braccio. (Il cosiddetto gesto dell’ombrello).

Dèr al pan-pan a ón = Dire a uno il fatto suo.

Dèr al saul = Dare il sole. Vale per picchiare.

Dèr al viôl = Donare le viole. Gesto simbolico col quale le ragazze di un tempo facevano capire al corteggiatore di averlo in simpatia. In caso contrario il dono era costituito da un mazzo di agli.

Dèr ciâcra = Dare parole, parlare. Quando una ragazza concedeva ad un corteggiatore di rivolgerle la parola.

Dèr dal lóster = Dare del lucido, adulare.

Dèr dal savàn = Dare del sapone, adulare

Dèrel indóvv a’s’nèsa i mlón = Darlo (metterlo) dove si annusano i meloni. Sodomizzare.

Dères za al massch con la cô = Allontanare le mosche con la propria coda. Essere capace di curare i propri affari senza l’auto di altri.

Dèr fûgh a la mâchina = Dare fuoco alla macchina, cioè dare inizio a qualche cosa.

Dèr i âi = dare gli agli. Un tempo le ragazze che intendevano rifiutare la corte di un giovanotto, gli donava un mazzo di agli. È il contrario di Dèr al viôl = Dare le viole.

Dèr i ànser = Ansimare. Modo scherzoso per chi ansima. Ànser = Marroni bolliti ed appassiti.  Ansèr = Ansimare.

Dèr i dént sû = Storcere il muso, fare l’aria schifata.

Dèr in’t’al bisachén d’l’arloi = Dare nel taschino dell’orologio, significa buggerare una persona.

Dèr l’asiôl a ón = Cacciare in malo modo una persona . L’asiôl è un orbettino, una piccola biscia.

Dèr par d’fôra = Uscire dai gangheri.

D’furmàint marzulén, al sâch an’vén pén = Il grano marzuolo (seminato in primavera) non riempie il sacco.

Dimóndi fómm pôch arôst = Molto fumo, poco arrosto.

Din, dón, din dón: la guèra i la fân i cuntadén e i quajón = Din, don, din don: la guerra la fanno i contadini e i minchioni. I contadini hanno pagato il maggior contributo alle guerre d’Italia. Era difficile entrare in una casa colonica senza vedere alla parete l’ingrandimento della fotografia del padre, dello zio, del fratello morto in guerra.

Dio a i fa, pô a i acumpâgna = Dio li fa, poi li accompagna.

Dio al dîs: aiûtet, ch’a t’aiutaró = Dio dice: aiutati che ti aiuterò.

Dio an’pèga tótt i sâbet = Dio non paga tutti i sabati.

Dio vadd, Dio pruvadd = Dio vede. Dio provvede.

Dîr a fiôla parchè l’intanda nôra = Dire a figlia perché nuora intenda.

Dîs Dan Dundén, che tótt i dé, Dio dà di dón = Dice Don Dondini che tutti i giorni Dio reca doni. (Scioglilingua)

Divîder a bacca (o “partîr a bacca”) = Dividere a bocca (o spartire a bocca). Nelle divisioni delle famiglie coloniche alcuni cespiti venivano divisi per persone calcolandosi “bacca intîra (Bocca intera) ogni persona di 24 anni compiuti, nulla per chi aveva meno di 12 anni e 1/12° di “bocca” per ogni anno dai 12 ai 24 anni.

 Divîder a stîrpa = Dividere a stirpe. Nelle divisioni delle famiglie coloniche, il capitale, esclusi i generi “da bocca”, veniva diviso per stirpi, intendendosi per stirpe quel gruppo di componenti della famiglia che avevano un capostipite vivente in comune.

Dl’Albanàn, a in tacca pôch al padràn = Dell’Albanone, ne tocca poco al padrone. La varietà di Albana detta “Albanone”, perché molto primaticcia, veniva mangiata fresca dai contadini e dagli uccelli e, quindi, al concedente ne toccava poca.

Dmandand a s’va a Ramma = Chiedendo si va a Roma.

Dmandèr a l’ôst s’l’ha dal ban vén = Chiedere all’oste se ha del buon vino. Fare una cosa che prevede una risposta ovvia.

Dnânz da un móll, drî da un stiôp, luntan da un mât = Davanti a un mulo, dietro a un fucile, lontano da un matto.

Dôna cénna la pèr una pulsénna = Donna piccola, sembra una pulcina. La donna piccola di statura sembra sempre giovane.

Dôna ch’zîga, ômen ch’zûra e cavâl ch’sûda, an i cradder = Non credere a donna che piange, a uomo che giura e a cavallo che suda.

Dôna col nès insó, ónna par ca e pó pió = Donna col naso all’insù, una per casa e poi più.

Dôna dai gran caprézzi, dôna sàinza giudézzi = Donna dai grandi capricci, donna senza giudizio.

Dôn, cavâl, sumâr, condûsi col stangatt = Donne, cavalli e asini, guidali col bastone.

Dôna da tatta, zâpa da biatta e vâca da vidèl, int’al camp an’i purtèr = Donna che allatta, zappa smanicata e vacca che ha partorito, non portarle nel campo.

Dôna ed’bôna raza, la fa prémma la ragâza = Donna di buona razza partorisce prima la femmina. Era credenza assai diffusa. Altro proverbio dice : In ca’ dal galantômen, prémma la dôna e pó l’ômen = In casa del galantuomo, (nasce) prima la donna e poi l’uomo.

Dôna e lónna, incû, sràin, edman brónna = Donna e luna, oggi sereno, domani nuvoloso.

Dôna in trazza, cavâl in cavazza = Per ben figurare la donna deve avere la treccia ed i cavalli la capezza.

Dôna mégra, pigra e ôca, quand t’in cât, tûn sàimper pôca = Donna magra, pecora e oca, quando ne trovi, prendine poca (Altri tempi ed altri gusti).

Dôna nèna, tótta tèna = Donna nana, tutta tana.

Dôn, cavâl e bîsti: tèsta cénna! = Donne, cavalli e bovini: testa piccola.

Dôn e bû, tûi dai avsén tû = Donne e buoi, prendili solo dai tuoi vicini. Prendi moglie e compra bovini solo da chi conosci.

Dôn e dân, l’è tótt un malân = Donne e danno, è tutto un malanno.

Dôn e guai, in mànchen mai = Donne e guai, non mancano mai.

Dôn e turtî, s’in én bón, in én bî = Donne e tortellini, se non sono buoni, non sono belli.

Dôn, zói e tàila an guardèri a lómm ed candàila = Donne, gioielli e tela, non guardarli a luce di candela.

Dóvv a i é innuzàinza, ai é pruvidàinza = Dove c’è innocenza, c’è provvidenza.

Dóvv as’mâgna, an s’ragâgna = Dove si mangia, non si fa lite.

Drî al catîv a i vén al ban = Dopo il cattivo, viene il buono.

Drî a l’èlta, a i é la bâsa = Dopo la salita, comincia la discesa.

Dscarrer cmôd ón ch’al gira int’al paciûg = Parlare come uno che cammina nel fango. Esprimersi male, in modo impacciato.

Dscarrer cmôd una mnénna cla péssa int l’aqua = Parlare come una gattina che faccia la pipì nell’acqua. Di donna che parla con una voce flebile.

Dscarrer cmôd un mâz ed sûlfen = Parlare come un mazzo di zolfanelli. Parlare a vanvera.

Dscarrer in pónta ed’furzénna = Parlare in punta di forchetta. Parlare forbito.

Dscàrret o chèghet? = Parli o caghi? Lo si dice a chi parla a vanvera, in modo non coerente.

Dscarrer parché a s’ha la langua in bacca = Parlare perché si ha la lingua in bocca. Parlare senza riflettere, a vavera.

Dscuràn ed chi èter, s’a vlàn redder = Parliamo degli altri, se vogliamo ridere. È più facile ridere degli altri che di noi stessi.

Dscurdghèr un pdôc par vander la pèl = Scorticare un pidocchio per venderne la pelle. Essere molto avaro.

Dscrûver la quâia = Scoprire la quaglia. (scoprire l’inganno). Vale per Magnèr la fójja = Mangiare la foglia (scoprire l’inganno).

Dsfèr al baladûr = Lett.: Distruggere il locale da ballo. Fare piazza pulita

Dunén è môrt al sbdèl e Dunè sta mèl = Donino è morto all’ospedale e Donato sta male. Gioco di parole per rispondere negativamente ad una richiesta di denaro.

Dunén, stiuptén e cavalén: totta rôba da pôch quatrén = Donnine, fucilini e cavallini: tutta roba da pochi quattrini.

Dûr con dûr, a’n’fé mai ban mûr = Duro con duro, non fecero mai buon muro. Due caratteri forti, messi insieme, non possono combinare nulla di buono.

Duréss tant la mèla’vsénna, quant dûra la nàiv marzulénna = Durasse tanto la cattiva vicina, quanto dura la neve di marzo.

Durmîr co’i ànzel = Dormire con gli angeli. Lo si diceva dei bambini piccoli quando sorridevano nel sonno.

Durmîr cumpâgn a un zôch = Dormire come un ciocco: dormire profondamente.

Dutaur piètaus, fa la pièga verminausa = Il medico pietoso, fa la piaga coi vermi (puzzolente).

separatore6.jpg w=470

 

E brîsa ban ed balèr = E non capace di ballare. Considerata la grande importanza che aveva il ballo per i contadini, era questa l’offesa più sanguinosa che si poteva rivolgere ad un giovane.

Ed bèl tàimp e d’pan frasch inción é stóff = Di bel tempo e di pane fresco, nessuno e mai stanco.

Ed mèrz, al cuntadén al va schèlz = In marzo il contadino va scalzo. I contadini usavano togliere le scarpe per il giorno di San Giuseppe (19 marzo) e rimetterle, poi, il giorno di Santa Caterina di Alessandria (25 novembre), o prima, se la stagione era sfavorevole.

Ed mèrz tóta l’êrba l’é insalè = In marzo tutta l’erba è insalata (commestibile). Si faceva, allora, la famosa “armisdânza” di erbe condite con sale, aceto e lardo fuso.

Èlia d’pulaster, côsa d’capan, spâla d’castran = Ala di pollo, coscia di cappone, spalla di castrato (I bocconi migliori).

Èlta o bâsa la vén la Pasqua = Alta o bassa, la Pasqua viene.

Èl vgnó a ca Piran da la fójja? = E’ tornato a casa Pierone dalla foglia? Fèr la fójja era l’operazione agricola di raccolta delle foglie di gelso per i bachi da seta e di olmo per il bestiame. La frase veniva usta quando qualcuno dopo essersi assentato per un permale, tornava in compagnia facendo finta di niente.

E ón, gèva quall ch’al castrèva = E uno diceva quello che castrava. Frase scherzosa che veniva pronunciata all’inizio della “conta”.

E qui dla cónna = E quelli della culla. Si dice a chi dichiara un’età manifestamente inferiore a quella reale.

Êrba crass e cavâl aspèta = Campa cavallo che l’era cresce.

Èser a l’ôca = Essere all’oscuro di un argomento di cui si parla.

Èser al sparglén dl’âqua santa = Il “sparglén” è quella piccola sfera metallica col manico di cui si servono i preti per benedire i fedeli. Nei modi di dire delle nostre campagne “al sparglén dl’âqua santa” è persona che vuole apparire buona e devota senza esserlo.

Èser ardótt cón al pèz in’t’al cûl = Essere ridotti con le pezze nel sedere (pantaloni rattoppati) vuol dire essere alla miseria.

Èser a spâs = Essere senza lavoro.

Èser ban da cûl e da pônta = Essere buono (capace) ad ogni gioco, ad ogni cosa.

Èser cómm un stamp da castagnâz = Essere come uno stampo da castagnaccio, vuol dire essere quasi inutile; essere tenuto in scarsa considerazione. Uno stampo da castagnaccio ha poco valore.

Èser culaur d’scurazza ed tôca= Letteralmente: Essere colore di una scoreggia di tacchino. Di persona molto pallida e certamente un colore indefinibile.

Èser cûl e camîsa = Essere culo e camicia, essere in grande amicizia. Lo stesso per :

Èser cûl e patâja. La patâja è la parte della camicia da uomo che si mette sotto i pantaloni ed è quindi anche più vicina al sedere.

Èser d’bacca bôna = Essere di bocca buona, accontentarsi facilmente.

Èser d’bâla = Essere d’accordo.

Èser da ôv e da lât = Essere da uova e da latte. Il modo di dire derivava dal commercio delle aringhe che potevano essere femmine con una massa di uova in formazione e maschi con sacca spermatica (latte). Il bottegaio usava chiedere al cliente quale preferiva. Se il cliente era indifferente rispondeva: Mé a san da ôv e da lât. Il detto è divenuto proverbiale per significare disponibilità ad ogni decisione.

Èser dsgraziè cómm “Dan Dindalla” ch’al sunèva Massa cón un capp = Prete miserrimo che, per chiamare i fedeli alla Messa, era costretto a battere il bastone su una tegola.

Èser ed’lónna = Essere in vena.

Èser ed picâja tandra = Essere facile alla commozione.

Èser ed ‘sèt côt e una buîda = Essere di sette cotte e di una bollita: essere adatto ad ogni cosa.

Èser furtunè cómm un can in cîsa = Essere fortunato come un cane in chiesa. I cani in chiesa non ricevevano un buon trattamento, venivano cacciati (forse anche adesso).

Èser furtunè cómm un buvinèl = Essere fortunati come un imbuto. Perché un imbuto deve essere fortunato? Forse perché beve vino? Quando uno aveva un colpo di fortuna, gli si diceva: Buvinèl (Imbuto).

Èser in bóst ed’ mândg = Essere senza giacca, con la sola camicia. Lett.: essere in busto di manica.

Èser in brègh ed tàila = Essere in braghe di tela. Essere in condizioni di indigenza.

Èser in chéccra = Essere in chicchera. Essere vestito elegantemente.

Èser in dû can a pluchèr un ôs = Lett.: Essere in due cani a piluccare un osso. Essere in due a contendersi la stessa cosa.

Èser int’la mérda insénn ai ôc’ = Essere nella merda fino agli occhi. Essere proprio nei guai.

Èser intrighè cumpâgn un pipién int’la stappa =  Essere impacciato come un pulcino nella stoppa. Le massaie usavano porre i pulcini appena nati in un cestino contenente della stoppa di canapa (simulando un nido), dove i pulcini si muovevano con impaccio.

Èser la rôca e al fûs = Essere la rocca e il fuso. Di due persone che sono in grande amicizia e si fanno vedere sempre insieme. Anche di una coppia fatta di un uomo alto e di una donna piccola.

Èser l’istassa farénna = Essere la stessa farina. Essere della stessa razza.

Èser lóngh cómm al dé d’la fâm = Essere lungo (lento) come il giorno della fame. Di persona molto lenta.

Èser lóngh cómm la mèsna ed’satta = Essere lungo (lento) come la macina di sotto. Nei vecchi mulini a palmenti, la macina inferiore girava in senso inverso a quella superiore e molto lentamente.

Èser l’ûltma rôda dal câr = Essere l’ultima ruota del carro. Non avere alcun potere o godere di poca reputazione.

Èser nèd con la camîsa dla Madôna = Essere nati con la camicia della Madonna = Essere fortunati.

Èser nèd la nôt dal squassadén = Essere nati nella notte di breve e poca pioggia. Di persona sciocca, sprovveduta.

Èser nèd la nôt di nuvantanôv mamalócch = Essere nati la notte dei novantanove mammalucchi. Essere stupido.

Èser pén ed bdûc’ e in man a i avuchèt = Essere pieni di pidocchi e in mano agli avvocati. Peggio di così!

Èser pèra con tótt = Essere pari con tutti. Non avere debiti.

Èser pió vec’ dal cócch = Essere più vecchio del cuculo. Il cuculo godeva fama di grande longevità.

Èser pîz d’na gâta surièna = Essere peggio di una gatta soriana. Di ragazza facile ad innamorarsi.

Èsers magnè insèn a l’ûltum pan = Essersi mangiato insieme all’ultimo pane. Aver consumato tutto il patrimonio.

Èser tacch int’al “nomine patris” = Essere tocco nel “nomine patris” (la fronte). Non avere la testa a posto.

Èser un “fia mia” = Essere una “figlia mia”. Espressione forse di origine veneta: vale per essere astutissimo, difficile da imbrogliare.

Èser un fîgh da la gazza = Essere in fico dalla goccia. Essere molto furbo.

Èsri dal nuvité = Ci sono novità. Essere incinta.

Èt magnè al mél? Chèga la brasca = Hai mangiato il miele? Defeca il favo.

Èt magnè la candàila? Chèga al stupén = Hai mangiato la candela? Fai lo stoppino.

Èt vindó la langua al pchèr? = Hai venduto la lingua al macellaio? Si chiedeva a chi, stando in compagnia, non apriva mai bocca.

separatore6.jpg w=470

 

Fa dal bàin al vilàn: at spûda in man = Fai del bene ad un villano: ti sputa in mano. I contadini non sono riconoscenti.

Fammnèla dl’anzinél = Anellino dove entra l’uncino per affibbiare gli abiti.

Fâm fataur un an, sa staró mel, mi dân = Fammi fattore un anno, se starò male, mio danno.

Fa quall ch’a déggh e brîsa quall ch’a fâgh = Fa quello che dico e non quello che faccio.

Fataur nôv, ban trî dé = Fattore nuovo, buono per tre giorni.

Fat bôna nomina e péssa a lèt: i diràn t’è sudè = Fatti una buona nomina e piscia a letto: diranno che hai sudato.

Febrèr cûrt, mó catîv cómm un tûrch = Febbraio corto, ma cattivo come un turco.

Febrèr cûrt, mó pîz ed tótt= Febbraio corto, ma peggio di tutti.

Febrèr cûrt e maladàtt = Febbraio corto e maledetto.

Febrèr giazè, mèrz arscaldè = Febbraio ghiacciato, marzo caldo. Previsione di primavera.

Felîz quall ch’n’ha parént = Felice colui che non ha parenti.

Fèls cmôd una bajôca dal côl lóngh = Falso come una baiocca dal collo lungo. Dopo l’Unità d’Italia, vennero coniate monete da 10 centesimi note come Bajôca. Ne vennero fatte delle false che, ad un occhio attento, si distinguevano perché il collo di Vittorio Emanuele II era, nelle false, alquanto più lungo.

Fén ch’a ‘i é fiè a i é vétta = Finché c’è fiato, c’è vita.

Fén ch’a i é vétta a i é speranza = Finché c’è vita c’è speranza.

Fèr agl’ôsa = Fare le ossa. Vale per poltrire, dormire a lungo, avere poca voglia di lavorare.

Fèr al bâl dal piantàn = Fare il ballo del piantone: abbandonare il moroso, o la morosa, all’improvviso.

Fèr al bâl dal sgamber = Fare il ballo dello sgombero: fare piazza pulita, risolvere in modo brusco una situazione.

Fèr al cariôl = Lett.: fare il cariolo. Del giovane che, uscendo da messa o da vespro, si affiancava alla ragazza desiderata fino alla casa di lei, senza osare di rivolgerle la parola. Dopo qualche volta, se la ragazza intendeva accogliere il corteggiamento, gli rivolgeva la parola (Dèr ciâcra).

Fèr al côs a musgût = Fare le cose a morsi, fare lo cose a stento, poco alla volta.

Fèr al dièvel a quâtr = Farel il diavolo a quattro.

Fèr al faléster = Fare scintille.

Fèr al gnôch = Gesto offensivo e scurrile che si fa mettendo la mano nell’incavo dell’altro braccio piegato. Quello che oggi viene chiamato il gesto dell’ombrello.

Fèr bacca da rédder = Fare bocca da ridere. Il sorridere dei bambini.

Fèr blén-blén = Fare bello-bello. Accarezzare, cercare di compiacere uno.

Fèr buchènna = Fare boccuccia: smorfia.

Fèr caruzén = Fare carrozzino: essere vicini a morire. Si diceva, in particolare, dei polli e dei volatili.

Fèr cialla = Fare cilecca. Il mancare dell’uomo nell’atto sessuale.

Fèr cmôd i lèder d’Pîsa, che ed’dé i litighen e pó ed nôt i van a rubèr insamm = Fare come i ladri di Pisa, che di giorno litigano e di notte vanno a rubare insieme.

Fèr crèst = Fare cilecca. Di fucile ed altro.

Fèr dal natt = Fare piazza pulita.

Fèr da savairén = Fare il saputello.

Fèr da zâgn e buratén = Fare da ruffiano e da burattino. Fare due parti. Prestarsi ad ogni richiesta.

Fèr dèr indrÎ al lât = Quando le donne, per svezzare il poppante si adoperano perché le loro mammelle non diano più latte.

Fèr di arôsti = Fare degli arrosti, cioè fare imbrogli. Fare la “cresta” sulla spesa.

Fèr di dsnómm = Fare delle moine.

Fèr di mutâz = Fare dei musi. Fare degli sberleffi.

Fèr di ragiunamént che n’arîven gnanch a l’âsa dal pan = Fare ragionamenti che non arrivano neppure all’asse del pane. Fare gli schiocchi. L’asse del pane era sul muro in cucina, sostenuta da due pioli di legno murati all’altezza, circa, di un uomo. Era coperta da carta oleata con un bordino ritagliato ed il pane veniva ricoperto con un burâz (canovaccio) di bucato.

Fèr dirindénna = Essere malfermo sulle gambe.

Fèr di sdûz = Abortire volontariamente.

Fèr e dsfèr, l’é tótt un lavurèr = Fare e disfare è tutto un lavorare.

Fèr economî col cucîèr, e trèr vi la mascla = Fare economia col cucchiaio e buttare col mestolo. Badare alle piccole economie e non curarsi delle grandi.

Fèr gabanèla = Riposo pomeridiano, spesso all’aperto.

Fères tôr in cîsa = Farsi prendere in chiesa. Cerimonia cui doveva sottoporsi la puerpera per rientrare a far parte della comunione dei fedeli. La donna si presentava al sagrato della chiesa ed attendeva in ginocchio che il Parroco le porgesse una candela accesa e l’accompagnasse all’altare ove le veniva impartita l’assoluzione. Dopo di ciò poteva frequentare di nuovo la Messa e riprendere i rapporti sessuali col marito. Ciò non poteva avvenire prima della ricomparsa del flusso mestruale. Per evitare inganni, il Concilio di Elvira del 305, aveva stabilito che la moratoria fosse, in ogni caso, di 33 giorni se il nato era un maschio e di 56 se femmina.

Fèr fâs e fassulén = Fare di ogni erba un fascio.

Fèr i bî ucén = Fare occhi belli. Corteggiare.

Fèr i gatén = Vomitare.

Fèr i pî ai muscén = Fare i piedi ai moscerini. Avere grandi abilità nel lavoro.

Fèr i pî róss = Fare i piedi rossi. Rimanere nubile.

Fèr i ûc’ dal purzèl = Fare gli occhi del porcello: guardare di malocchio.

Fèr la gazatta = Atto di spregio che si fa spingendo con un dito il naso verso l’alto.

Fèr la mascla = Fare il mestolo. Il caratteristico atteggiamento del viso dei bambini quando stanno per scoppiare in pianto.

Fèr la môrt di ànzel = Fare la morte dell’angelo. Morire durante un amplesso sessuale.

Fèr l’amstîr ed Miclâz: magnèr, bavver e andèr a spâs = Fare il mestiere di Michelaccio: mangiare, bere e andare a spasso.

Fèr la pîga al lèt = Rimboccare le lenzuola.

Fèr la sóppa int’al panîr = Fare la zuppa nel paniere: fare una cosa che non può riuscire.

Fèr l’ésen e al bôja = Fare l’asino e il boia per accontentare qualcuno. Anticamente l’asino trainava il carretto che portava il condannato al luogo del supplizio e il boia faceva il resto. Vale per fare due mestieri; prestarsi ad ogni richiesta.

Fèr l’imbezél pr’an paghèr al dâzi = Fare l’imbecille per non pagare il dazio. Fare lo gnorri. Fingersi stupido.

Fèr l’interès ed’Cazatt: brusèr la laggna par fèr la zander = Fare gli interessi di Cazzetti: bruciare la legna per fare le cenere.

Fèr lómm = Portare il lume; favorire una tresca.

Fèr agl’i ôs in quèl = Abituarsi a una cosa.

 

79 Risposte

  1. [...] i tovaglioli). E' un blog che spiega l'antico dialetto bolognese. Se volete vedere la fonte: http://speradisole.wordpress.com/lan…o-bolognese-4/ Rispondi [...]

  2. L’antico dialetto bolognese (COMMENTI)
    In questa pagina si conservano i commenti all’antico dialetto bolognese.

    Per leggere l’antico dialetto bolognese cliccare l’altra pagina.

    Grazie.
    21 Risposte

    sandrovivan novembre 23, 2010 alle 5:31 pm | Modifica | Replica
    Non ho dubbi:il dialetto è una ricchezza culturale da preservare, anche insegnandolo a scuola.
    Cordiali saluti.

    gibran novembre 24, 2010 alle 9:36 am | Modifica | Replica
    Quando era piccola non riuscivo a capire i zii la nonna i cugini,purchè fossi di Anhiari il valtiberino non lo capivo.Sansepolcro
    Monterchi,Pistrino erano dialetti incomprensibili per me.Ma il bolognese li batte tutti.Io ho una cognata bolognese,anche se non parla il dialetto se non con la madre mi piace tanto.
    Ciao speradisole un abbraccio Lidia.

    Amos novembre 25, 2010 alle 9:20 am | Modifica | Replica
    Ciao,
    complimenti a te e a tutti quelli che si occupano del dialetto bolognese.
    Permettimi di esporre il mio parere sulla forma del tuo pezzo che è cosparso di molte inesattezze. Tante sono tollerabili, ma te ne cito un paio non accettabili (secondo me).

    “Panza peina l’han sa id cla vuda”
    l’han significa l’hanno, ma tu volevi dire l’an dove an significa non.
    id non esiste, si dice ed.

    Il più spettacoloso degli svarioni, però è:

    spéttaquél

    una parola non può avere due accenti tonici.
    Sarebbe meglio (secondo me) scrivere:

    spetâcuel

    l’accento tonico è sulla a che è, in questo caso, una vocale lunga (ecco il perché dell’accento circonflesso).
    Nel dialetto bolognese, poi, spesso le doppie dell’italiano non ci sono.
    In bolognese, ancora, il suono che in italiano si rende con la lettera q, lo si rende con la lettera c (spetâcuel). Tranne all’inizio di parola: quèder (quadro).

    Ti saluto cordialmente.

    Amos

    speradisole novembre 25, 2010 alle 9:50 am | Modifica | Replica
    Grazie Amos, come vedi sono una dilettante, voglio conservare le mie antiche radici. Nel senso che tento di trascrivere gli appunti che tratto man mano dalle consversazioni dei miei nonni.
    Però è chiaro che, pur sapendolo parlare e capire, scrivere il dialetto bolognese è un’impresa grande.
    Non so come ringraziarti, e poichè ne ho ancora da scrivere, ogni tanto, per favore, leggi e se trovi errori, sono ben lieta di correggerli.
    Un abbraccio amos e grazie ancora.
    P.S. Ti sono grata se vorrai correggere,non solo gli svarioni più ovvi, ma anche le inesattezze. Grazie

    ALDO JANI NOE’ novembre 27, 2010 alle 11:07 am | Modifica | Replica
    E’ sempre un piacere incontrare chi si impegna a mantenere viva l’attenzione sulla genuina parlata bolognese. Tanto ricca di colore, simpatia ed espressività.
    E ogni volta mi accorgo che il cruccio che ci accomuna è l’interrogativo riferito al nostro dialetto: “Si conserverà? Ha un futuro?”.
    Dal canto mio, assieme ad altri appassionati della materia siamo ottimisti. Convinzione sostenuta da un divertimento che iniziò nel 2002, quando demmo vita al Corso di Dialetto Bolognese al Teatro Alemanni. Oggi stiamo realizzando l’XI edizione e abbiamo incontrato oltre 1000 persone a cui abbiamo fornito, negli anni, gli strumenti base per un approccio moderno e linguisticamente rigoroso al dialetto bolognese con gli strumenti che esso, che è una lingua a tutti gli effetti, richiede: fonetica, grammatica, sintassi.
    C’è chi pensa che sia esagerato. Ma cosa si direbbe di un autore e di un editore che ponesse in circolazione scritti sgrammaticati e incerti nel discorso? A essere buoni: “Lâsa bän pérder!”.
    Il contrario, invece, succede al dialetto bolognese. Attorno al quale, troviamo in libreria, accanto a una pregevole grammatica, a un prezioso dizionario e ad alcuni gustosi testi di colore sulla nostra tradizione, tanta “robaccia” scritta come capita o come sentito dire. Con la scusa che il dialetto è quello che si parla.
    Questo può essere anche vero. Ma ciò vale anche per l’italiano e, quando sentiamo discorsi imprecisi e storpi nelle concordanze scattano in noi alcune reazioni negative che, per il dialetto, queste, forse si limitano a un senso di simpatica diffidenza del tipo “Mo in dóvv êl nèd lû-qué”. Quando poi le inesattezze vengono convalidate dal passaggio in stampa e mostrate nelle vetrine delle librerie (ancor peggio sugli scafali delle biblioteche) il danno diventa rilevante e “al bulgnaiṡ”, di giorno in giorno si impoverisce, diventa inaffidabile e sicuramente bastardo.
    Che fare? Quello che mi viene è un piccolo impegno a migliorare la propria conoscenza del nostro dialetto – anche se si è madrelingua -. Basta leggere – non dico studiare – Dscårret in bulgnaiṡ? Manuale e grammatica del dialetto bolognese di Daniele Vitali, per farsi un’idea precisa della struttura e delle caratteristiche della nostra bella lingua.
    Il resto viene con il dialogo, la corrispondenza con altri che hanno la consapevolezza di trovarsi di fronte, non a una moda ma a una lingua che, per chi è originario delle nostre parti, racchiude un po’ della propria storia.
    Un invito: diffidare degli improvvisati cultori della materia; leggere il manuale del Vitali; entrare in contatto con “La Bâla dal Bulgnaiṡ”.
    Che è un gruppo di persone che senza essere un comitato, un’associazione, un ente, senza dover dare un’adesione formale, amano soffermarsi – quando si incontrano – nella maniera più spontanea possibile e simpaticamente bolognese, su aneddoti e modi di dire della nostra miglior tradizione.
    Dove trovarli? Su internet qualche riferimento: http://www.clubdiapason.orghttp://www.bulgnais.com

    speradisole novembre 27, 2010 alle 4:56 pm | Modifica | Replica
    Sono commossa!
    Il grande Aldi Jani del tg in dialetto! Grazie infinite.
    Temo però di essermi messa in un lavoro più difficile di quanto pensavo.
    Infatti io ho una piccola agenda dove ho appuntato le espressioni dialettali dei miei nonni, ma ad alcune non so dare una risposta dialettale esatta.
    Per esempio la parola “polsa” (con la o circonflessa che qui non riesco ad inserire econ una zs) cioè “pulce” veniva spesso usata dal nonno per definire un avaro. Diceva che uno è tanto avaro da levare la pelle ad una pulce per venderla. E’ un’espressione assai efficace, ma tradurla in dialetto bolognese è un’impresa.
    Altra parola che mi riesce di non capire bene è “aveir al spirit taiarein”. L’ho scritta ma non so che significhi veramente.
    Ti ringrazio anche dei consigli che mi dai, delle notizie che il tuo sito fornisce e dei libri che posso trovare in libreria sul dialetto bolognese che mi possono aiutare. Non voglio libri in cui non mi ritrovo, magari scritti con buone intenzioni ma che non esprimono il dialetto bolognese vero.
    Anch’io sono un po’ “bastarda” perchè sono nata a Castello di Serravalle e conservo qualche cadenza diversa dal bolognese vero.
    Ti faccio un esempio, da me il bidone del rusco si chiamava “al bandon” non “al biden”, con la e che sta tra la o e la e, difficile da riprodurre per iscritto.
    Oppure per dire sono stata, sono andata, si dice a “son stà, son andà”, mentre il bolognese vero dice “son stè, son andè”.
    In ogni modo con un po’ di buona volontà, voglio tenere queste testimonianze.
    E’ come il primo amore al quale si resta sempre uniti con nostalgia.
    Grazie anora Aldo Jani, visiterò spesso il tuo sito per trarre ispirazioni.
    Ciao, un abbraccio.

    ALDO JANI NOE’ dicembre 10, 2010 alle 7:27 pm | Modifica | Replica
    Lasän bän pêrder äl comoziän. E’ grazie a chi, come te, spende qualche energia attorno al bulgnaiṡ. Mi pare che il tuo blog coaguli interessanti commenti sull’argomento.
    Ho sempre avuto ammirazione per quelli che tenevano un taccuino su cui appuntare… Io ho provato tante volte ma non è mai durato a lungo.
    Secondo me la frase del tuo nonno si potrebbe tradurre con “Acsé grécc’ da cavèr la pèl a na póllṡa par vànndrla”.
    E “avair al spîrit tajarén”, che non ò mai sentito, forse potrebbe riguardare una persona che si esprime in modo tagliente (?). Sicuramente Amos, che vedo che dialoga con il blog può illuminarti.
    Non adombrarti per aver avuto natali ‘ariosi’. Ho sempre detto che son tutti belli i dialetti del mondo. Credo solo che quando uno consegna un testo all’editoria dovrebbe avere il buon senso di farlo solo se in possesso di buona conoscenza della lingua in cui si esprime (Questo vale anche per l’italiano). Adesso, che la strumentalizzazione politica ha trasformato la lingua del popolo in una moda, per sete di fama, appaiono in libreria testi di improvvisati cultori del dialetto. Così pseudo-editori, per ‘fame di pilla’ sdoganano come scrittori del vernacolo, modesti ‘barzellettari’ che tentano di balbettare desuete storielle nel nostro dialetto: in nome della cosiddetta simpatia bolognese.
    Complimenti ancora per il tuo blog e appena avrò terminato il Festival della Canzone natalizia bolognese sul Nutizièri ti contatto per una breve intervista a una blog-divulgatrice dal bulgnaiṡ.
    Aldo

    Fabio aprile 26, 2011 alle 3:48 pm | Modifica | Replica
    In casa mia ho spesso udito la variante “avair al spirit ed tajaven”

    amos novembre 27, 2010 alle 9:05 pm | Modifica | Replica
    Chèra Spîra ed såul,
    che bello vedere una giovane con questi begli intenti.

    Sta da sentire:
    tè la mia email ce l’hai. Perché non metti assieme un po’ di quelle cose che vorresti conservare (non solo le parole, ma anche i discorsi, le cante, le ninnenanne) e le scrivi con i mezzi che hai (senza cercare di tradurre il serravallese in bolognese.)
    Mandami un assaggio e chissà che non troviamo la strada di scrivere benino in serravallese (e bene in bolognese).

    Mi raccomando però “pian barbîr che l’âcua la scòta!”

    Ciao

    Amos

    speradisole novembre 27, 2010 alle 11:01 pm | Modifica | Replica
    Grazie Amos, raccolgo l’invito.
    Adagio sì per non scottarsi.
    “Ocio al spiguel”
    Ciao Amos, a presto.

    Luigi Lepri dicembre 5, 2010 alle 10:03 am | Modifica | Replica
    Lodevole l’intenzione, ottimi i commenti di Aldo e Amos. Approfittane! Non fare come quei “buontemponi” che per il solo fatto di parlare un dialetto si autonominano professori in materia! Cerca di scriverlo in modod corretto. Qual è il modo corretto? E’ quello che consente a chi legge, se usa un po’ d’attenzione, di emettere una pronuncia foneticamente giusta, o quasi, pur conoscendolo poco o nulla.
    Se il dialetto lo si scrive male, non gli si fa un buonservizio, ma, anzi, lo si danneggia pur non avendone certo l’intenzione.
    Dunque, modifica la grafia! Non è affatto complicato e Amos può indirizzarti bene!
    Ciao – Gigén

    speradisole dicembre 5, 2010 alle 5:14 pm | Modifica | Replica
    Carissimo Gigèn, amico di Amos. Grazie.
    Sfrutterò anche te, visto che “Ed bacajèr bugnèis ad piés”.
    Arrivederci per email. A presto Ciao.

    Luigi Lepri dicembre 5, 2010 alle 10:05 am | Modifica | Replica
    Lodevole l’intenzione, ottimi i commenti di Aldo e Amos. Approfittane! Non fare come quei “buontemponi” che per il solo fatto di parlare un dialetto si autonominano professori in materia! Cerca di scriverlo in modo corretto. Qual è il modo corretto? E’ quello che consente a chi legge, se usa un po’ d’attenzione, di emettere una pronuncia foneticamente giusta, o quasi, pur conoscendolo poco o nulla.
    Se il dialetto lo si scrive male, non gli si fa un buon servizio, ma, anzi, lo si danneggia pur non avendone certo l’intenzione.
    Dunque, modifica la grafia! Non è affatto complicato e Amos può indirizzarti bene!
    Ciao – Gigén

    gibran dicembre 5, 2010 alle 10:26 pm | Modifica | Replica
    speradisole,che dirti che sei geniale,anche se il bolognese,ci capisco poco.Nel mio pensiero alcune cose le capisco ma non le so tradurre.
    Ad ogni modo penso che in tutte le regioni il dialetto non dovrebbe dimenticato,senza che diventi un ossessione nelle scuole.Non credi?
    Ad ogni modo complimenti per l’iniziativa.
    Un abbraccio Lidia.

    speradisole dicembre 6, 2010 alle 12:31 am | Modifica | Replica
    Il mio è solo il tentativo di chi cerca di non dimenticare da dove viene.
    Come sai sono attaccata molto alla famiglia, e della famiglia voglio conservare tutto quello che posso, compreso la parlata schietta e simpatica dei miei nonni.
    E’ difficile però, mi sto accorgendo che si tratta proprio di una lingua diversa con suoni e cadenze che non si possono tradurre sulla tastiera.
    Alcuni signori di Bologna, come Amos, Luigi ed Aldo mi stanno aiutando e spero di riuscire a scrivere, almeno le parole ed il loro significato che ho scritto nella mia agenda di famiglia.
    Grazie Lidia, amica carissima, sempre attenta. Un grande abbraccio.

    speradisole dicembre 19, 2010 alle 11:29 am | Modifica | Replica
    (QUEL PARE A RIGUARDAR LA GARISENDA
    SOTTO IL CHINATO,QUANDO UN NUVOL VADA
    SOVR’ESSA SI’,CHELLA INCONTRO’PENDA
    TAL PARVE ANTEO A ME CHE STAVA A BADA
    DI VEDERLO CHINARE.

    DANTE ALIGHIERI.

    Commento di gibran dicembre 18, 2010 @ 6:41 pm |Modifica
    Replica

    Gibran gennaio 12, 2011 alle 10:08 am | Modifica | Replica
    Il dialetto Bolognese è una lingua molto ricca e espressiva,possiede una forte carica pittorica che unita a una pronuncia che”riempie”la bocca la fanno risultare estremamente simpatica e compiaciuta di se.Il dialetto di Bologna è caloroso,colorato e esprime un forte autocompiacimento che rivela una forte considerazione che emerge anche dai sui proverbi.(Par cgnosser un Bulugnèis al vol un an e un meis;e po quand t’l’hè cguuso,t’an cgnoss brisa cum at canoss lo.)
    (Per conoscere un un bolognese,ci vuole un anno e un mese;e poi quando l’hai conosciuto,non lo conosci quanto lui conosce te.)

    speradisole gennaio 12, 2011 alle 1:44 pm | Modifica | Replica
    Grazie Lidia, bellissimo aiuto, lo metterò tra i detti bolognesi che sto scrivendo.
    Un grande abbraccio. Ciao

    speradisole aprile 27, 2011 alle 11:35 am | Modifica | Replica
    @ Fabio. Grazie amico bolognese. Anche in casa mia si ricorda ancora, ed i miei nonni lo dicono, “avair al spirit ed tajaven”, forse è la variante più giusta perchè collega lo “spirito” inteso come alcool, al vino.
    Un abbraccio Fabio. Ciao.

    speradisole giugno 19, 2011 alle 11:26 pm | Modifica | Replica
    Adoro il dialetto Bolognese e l’EmiliaRomagna in toto.
    A volte noi Italiani non ci rendiamo conto del patrimonio culturale che ci offre questo piccolo paradiso chiamato Italia. E’ un vero peccato perchè siamo fortunati e non ce ne rendiamo conto, e la roviniamo!!
    ciao
    Ross

    Commento di ross giugno 17, 2011 @ 6:51 pm |Modifica
    Replica

    P.S. Ho spostato in questa pagina il commento di ross (grazie Ross)

    speradisole gennaio 16, 2012 alle 9:46 am | Modifica | Replica
    Tiziano on gennaio 16, 2012 alle 8:15 am said: Modifica
    Ciao, mi piace chi vuole mantenere memoria in una città che ha la facilità a perderla. Vorrei proporre tre argomenti, a te e a chi legge il tuo blog, tre cose squisitamente bolognesi che sfido qualunque bolognese di oggi a conoscere.
    1) Il velino bolognese molto più importante dello Studio per l’economia della città nei secoli passati, prodotto della proto-industria della seta e dimenticato tra ’800 e ’900
    2) il cane bolognese, allevato in città ed amato da tutte le corti europee, fortunatamente salvato dall’estinzione rischiata nel dopoguerra.
    3) La Santa di Bologna, Caterina dè Vigri, copatrona della città, che per fortuna vede un momento di riscoperta grazie ad alcuni lavori di ricerca e pubblicazione delle opere, è una figura che dovrebbe innanzitutto interessare una donna, perché è stata una delle più grandi donne del primo Umanesimo.

    firmato: un amante del passato.

    NOTA: HO SPOSTATO IN QUESTA PAGINA IL COMMENTO DI TIZIANO che ringrazio vivamente. Proverò anche a riprendere gli argomenti che mi sono stati suggeriti. Grazie ancora per la sensibilità e per l’amore della mia città.

  3. vorrei contattare/scrivere, chi segue “l’antico dialetto bolognese” come posso fare? (non ho trovato alcun indirizzo -mail)
    grazie

    1. Carissima, chi scrive del dialetto bolognese, sono io, che abito a Bologna. Mi diletto (con fatica perchè non conosco bene le tecniche moderne) a tenere un blog col nome “speradisole”. E sono io che ho la tua mail, perchè hai scritto al mio blog.
      Appena posso, ed il tempo me lo concede, ti scriverò, così potrai “contattarmi”.
      Ciao.

  4. Mi dispiace che hai dimenticato una parola che esiste solo a Bologna: dammi il TIRO!
    in nessuna altra città esiste la scritta sul pulsante “TIRO”

    1. E’ vero Federico, questa del “Tiro” non l’ho scritta, grazie per avermela suggerita, l’aggiungo subito all’elenco. Se te ne vengono in mente altre. ti sono grata se me le suggerisci. Grazie e “At salut”

  5. ciao! complimenti per il blog! ti aspetto per una visita sul mio!

    http://dialettandocinsieme.blogspot.it/

    1. Ciao samifed, complimenti anche a te. Ho contraccambiato con piacere la visita e ti metto tra i blogroll.
      Ciaoa Un abbraccio.

  6. Involontariamente è stato cancellato un interessante commento a questa mia pagina sul dialetto antico. Chiedo scusa per il disguido, ma il computer l’aveva elaborato come “Spam” forse perchè conteneva parole in dialetto.
    Comunque la persona mi chiedeva se potevo trovare la spiegazione del perchè certe parole sono mantenute nel dialetto bolognese e quale fosse la loro origine.
    Dico subito che non sono in grado di spiegare l’etimologia delle parole, è al di sopra delle mie capacità, io volevo solo dare risalto ad un dialetto che mi è caro, anche se non ne conosco l’origine.
    L’unica cosa che posso dire è perchè si dice da noi “dammi il tiro” anziché “apri il portone”. Nell’ottocento le case dei bolognesi senza luce, avevano all’esterno una campanella e per avvisare il portiere, occorreva “tirare” appunto la cordicella per farla suonare. Di qui la parola “tiro” che ancora oggi è scritta sugli interruttori che vengono posti all’interno delle nostre case, per aprire il portone.
    Nella altre città esistevano i battacchi.

  7. da qualche parte ci starebbe bene anche il “catuvino”

    1. Grazie Marinella, lo metto subito fra le parole che ancora oggi si dicono a Bologna.
      Un bell’aiuto, grazie ancora ed un abbraccio.

  8. da dove deriva il detto “…. del trentadue”? Ad esempio “oggi fa un freddo del trentadue”? Conosco il significato ma non da dove deriva

    1. Non sono sicura, ma probabilmente si riferisce all’anno 1932, quando venne una gran nevicata con gelate intense. Purtroppo di questi detti si conservano i suoni e le parole, ma la vera spiegazione per cui sono nati è difficile da ricercare.
      Per esempio un “tirasò” per un bolognese significa una persona che non mantiene la parola, o che prende in giro. La parola si rifà addirittura al tempo in cui le mura circondavano la città e le porte venivano chiuse la sera. I frodatori del dazio issavano le merci sui bastioni servendosi di corde munite di uncino. Erano chiamati dal popolino i “tirasò”, a volte succedeva che qualcuno tirava le corde e poi le lasciava andare e quindi sia le merci che le persone ricadevano fuori dalle mura. Caddero le mura, ma la parola restò per indicare chi si prende gioco del prossimo.
      Ciao Paolo.

      Se ti interessa saperne di più, su Bologna e sul suo dialetto,puoi rivolgerti a.
      Associazione No Profit Succede solo a Bologna – Via San Petronio Vecchio 15 – 40125 Bologna – Orario: Da Lun a Ven: 10-14/16-19 – Sab: 10-14 – 051.226934

      1. Grazie, gentilissima, effettivamente coincide con quanto avevo sentito dire, ma l’espressione ha assunto un significato talmente generico che mi sembrava strano si riferisse solo alla nevicata del trentadue. Però si sa, la gente tende sempre a generalizzare ed è proprio questo che trasforma una frase in un modo di dire. Credo che il fascino dei dialetti stia soprattutto nel richiamare i fatti più particolari e le usanze antiche (il tuo esempio del tirasò è perfettamente calzante), diventando così una fotografia dei tempi. Grazie ancora e buon natale a tutti :)

  9. Ciao, complimenti per il blog. E’ molto carina come idea. La traduzione di “SEMBRANO” è PERAN?? Mi sai dire che accenti ci vogliono? E anche sulla parola “cranvel” occorre qualche accento??
    Grazie mille

    1. Sì, in dialetto bolognese SEMBRANO al plurale si dice «Î PÈRAN» La i solitamente viene messa per indicare il plurale del verbo, l’accento circonflesso perché nel pronunciarla la voce viene leggermente calcata ed altrettanto leggermente allungata nel tempo. Se invece usi il singolare SEMBRA, si dice «AL PÈR»
      In entrambi i casi l’accento sulle e è grave (il tono è aperto come nel verbo essere).
      La parola «CRANVÈL» (Carnevale) anche qui l’accento è grave e la e si pronuncia aperta.
      Ma se dimentichi qualche accento non succede niente, un bolognese capisce subito cosa intendi dire.
      Grazie a te. Ciao carissima.

  10. Grazie! Spero non dispiaccia se userò le preziose indicazioni dialettali per una canzonetta “didattica”… :-)

    1. Mi fa molto onore. Simpatica l’idea di una canzonetta didattica.
      Ciao e buon lavoro.

  11. Bellissimo!!!!
    Adoro e amo Bologna e le terre circostanti.
    A Persiceto dove vivo continuiamo a parlarlo grazie al Carnevale dove la maggior parte dei persicetani partecipano e lavorano.
    Chi è Persicetano inevitabilmente viene risucchiato dall’arte del carnevale e proprio nei cantieri grazie alla varietà di età esiste ancora la voglia di imparare e parlare il dialetto sebben i calare. Anziani che parlano solo dialetto e giovani che devono adattarsi (con gran voglia e felicità). Sapere la nostra lingua antica non è solo una soddisfazione ma è anche mantenere una identità. La zirudela di Re Bertoldo letta in dialetto in Piazza è una tradizione e spero che continui ancora sebbene la gente vede tuto questo come una cosa volgare. Dialetto “Par Tòta la vèta” PS scriverlo purtroppo è impossibile….

    1. Bravissimo Massimo “Par tóta la véta” Per sempre. E’ difficile scriverlo, ma anche leggerlo questo dialetto particolare che è il bolognese. Non solo ma è sufficiente passare da una zona ad una appena un po’ più lontana ed ecco che cambiano molte cose. Cambiano le cadenze, le pause, i suoni. Per me una poesia.
      Un abbraccio alla nostra amata città ed ai suoi splenditi dintorni. E un abbraccio anche a San Giovanni in Persiceto e a tutti i persicetani.
      Grazie. Ciao.

  12. Gubbiare= dormire. Taffiare= mangiare

    1. Ciao Massimo, benvenuto dove si parla dialetto.
      Gubbiare e Taffiare sono due verbi rimasti nel dire comune dei veri (pochi) bolognesi. Peccato che si senta parlare sempre più raramente.
      Un abbraccio.

  13. cara speradisole io abito in campagna a bologna e tutti i miei parenti parlano il dialetto e anche io le tue poesie sul dialetto sono molto belle e mi piacerebbe che tu le aggiorneresti cosi potrei condividerle. un bacio e un abbracciorosita

  14. Inizio ringraziandoti per il bel lavoro che stai facendo e che mo ha dato la possibilità di sorridere leggendo le belle frasi del nostro meraviglioso dialetto, io sono nato a Bologna ed esattamente in via Broccaindosso a pochi passi dal portone dove visse Giosuè Carducci e ricordo (perche lo diceva mio padre) che da piccolo mi portò davanti alla casa di Carducci per farmi vedere il famoso melograno della poesia……. il mio intervento comunque è solo per congratularmi con te per ciò che stai facendo ciao e grazie a nome di tutti i bolognesi come me

    1. Grazie Roberto. Accetto con piacere anche i complimenti.
      Sto cercando di mettere insieme i vecchi detti, quelli che erano la “vita” dei bolognesi di anni fa. Purtroppo molte cose si perdono, e non è bello, quello che fa tradizione e che ci distingue andrebbe preservato.
      Conosco via Broccaindosso per averla percorsa tante volte, quando andavo a scuola. Mi piace perché è bolognese, storica ed, un tempo, sede dell’ospedale maggiore.
      Ogni tanto, quando ne trovo, aggiungo qualche frase o qualche altro detto bolognese nella pagina. Ogni volta che vorrai visitarla sarai il benvenuto.
      Un abbraccio.

  15. Ciao, mi ricordo una espressione di mia mamma quando un ravanello era mezzo vuoto dentro. Scusandomi la ortografia diceva al “ravanel l’é catlán”. Non sò se era cosa di mia mamma o una frase tipica del nostro dialetto-
    Saluti da un Bolognese da Siviglia

    1. Ciao Maurizio
      E’ un modo tipico bolognese di definire un ravanello (o altra radice edule) vuota dentro o stopposa. “Ravanèl catlàn” ravanello vuoto. Non so dirti perché “catlàn”, forse perché, se toccato, risuona vuoto come un campana.
      Bella Siviglia!!!
      Un abbraccio da Bologna.

  16. Molte grazie Speradisole, mi sono reso conto di haver commesso una inesattezza credo che mia madre dicesse “radizen” o qualcosa di simile per indicare i ravanelli.
    Ho vissuto in Calunya 22 anni e que bello sarebbe que avessimo saputo conservare il nostro dialetto anche la metá di loro. Molte grazie ancora per la tua attivitá, te ne sono grato.
    Saludos

    1. In effetti “ravanèl” è bolognese di Bologna mentre “radiséin” (piccola radice, radichetta) è più della provincia verso il modenese. Ma sia ravanèl che radiséin indicano il ravanello, quello piccolo rosso oppure quello bianco più lungo.
      Io ringrazio te, e sono convinta che sentire qualche parola del nostro vecchio dialetto emoziona anche te.
      Contraccambio i “saludos” e ti mando un “besos”
      Ciao.

  17. Sono sempre più dell’idea che il dialetto andrebbe conservato vivo, invece i giovani di oggi non solo non lo parlano ma non lo comprendono ! “Spera di sole” era il nome dell’antologia, fra i miei libri di scuola….. grazie per questa stupenda pagina, bella come il nostro dialetto !

    1. Il nostro dialetto si sta perdendo e non capisco perchè, visto che in altre parti d’Italia, il Veneto per esempio, non fanno altro che parlare il loro dialetto. Penso che sia una cultura da conservare, se si potesse, ma ormai è raro sentirlo parlare purtroppo. Proviamoci con questi ricordi.
      “Spera di sole” infatti è una bellissima favola di Luigi Capuana.
      Grazie Adele, accetto con piacere il tuo apprezzamento.
      Un abbraccio.

  18. Senza un aiuto delle istituzioni (Comune di Bologna) é impossibile mantenere vivo il nostro dialetto. Siccome risiedo all’estero non so se cé qualche iniziativa in corso.
    Un abbraccio

    1. Puoi tenerti informato su Bologna quasi in tempo reale. Ti suggerisco questo indirizzo:

      • Via San Petronio Vecchio, 15
      • 40125 Bologna

      Telefono 051 226934
      E-mail info@succedesoloabologna.it

      Sito Web http://www.succedesoloabologna.it

      Oppure accedere alla pagina Facebook : Succede solo a Bologna

      Auguri e un abbraccio

  19. Grazie Speradisole,
    Un abbraccio

  20. Ottimo lavoro, complimenti, veramente lodevole !!!

    Alcune cosette però…
    Bacajèr è un verbo usato quasi sempre in tono dispregiativo nei confronti dell’interlocutore ( parlare ma non sapere bene ciò che si dice e anche dire cose futili )
    ———————————————————————————————————————————
    In aggiunta, se può essere utile :

    mò zizla ! , mò filza ! (interiezioni ) = accipicchia !, accidenti !

    la parola secchio : sèc ( secchio in alluminio ) , mastela o mastèl ( secchio in legno ), calzaidar ( secchio in rame – paiolo in rame da polenta )

    rèc com al count Palavizèn = essere davvero ricchi

    ludar = super goloso ( brot ludar t’an y eter ! ) = Sei solo un grande goloso !

    Scioglingue ( chiedo scusa per la scrittura, non avendo qui i tasti speciali ) :

    Lola l’ela li la lom = Lola ha lei la luce a petrolio ?

    T’an vad t’a ti t’ont un tac = Non vedi che ti sei unto un tacco ?

    culour papa fràdda = bianco come un cencio

    pifàr = ( letterale : piffero ) offesa che significa “allocco, sciocco, grullo, di una persona che si fa prendere in giro.

    bujè, bujarii = boiata, cavolata, “cazzata”

    pra’l bus d’la Jacma = ( letterale ” per il buco di Giacoma ), significato = per il rotto della cuffia

    sgrènfia = sgrinfia ( donna infida )

    squènzia = ragazza giovane sbarazzina

    tersuà ( antico saluto ) = Salve !

    on mainpipéto ( una persona che si vanta e non sa nulla, un nato ieri ) frase : t’an sè gnanc mainpipéto = non sai proprio nulla !

    una scèmmia ( una simmia ) trad. una sbornia

    pinèin, fangèin ( bimbo appena nato o molto piccolo ) ( ant. bolognese )

    nèe l’an dal squasadein = ( nato nell’anno di pioggerella ) trad. = nato sciocco

    squàss = diluvio

    bajoc ( pl.bajùc ) = soldo, soldi

    a piòv che Dio a’ l’ é manda = piovere a catinelle

    acua pedar che al counvèint a’ l’ brùsa oppure solamente parte della frase : acua pedar ! = ( acqua padre che il convento brucia )
    trad. = sta diluviando !

    an savair gnanc papa fràdda = non sapere nulla

    sé, la rélla ! = parola intraducibile che significa = figuriamoci ! ma figurati !

    1. Carissimo, ti ringrazio per i complimenti. Li accetto sempre con piacere e ti ringrazio anche dei suggerimenti. Sarà mia cura introdurre anche i tuoi contributi in quello che sto scrivendo ora (in ordine alfabetico), per rendere più facile e accessibile la lettura e la comprensione del dialetto bolognese, in partticolare dell’antico dialetto.
      E’ un lavoro molto lungo e ci metterò del tempo, ma poco alla volta arriverò alla fine
      Grazie ancora e un abbraccio.

  21. bellissimo !!! ce ne vorrebbero altri
    ci vorrebbe qualcosa che traduce dall italiano al bolognese in automatico anche se immagino sia difficilissimo

    1. Purtroppo anche Google traduttore non arriva a tanto, ma leggere, così, per curiosità, ogni tanto, qualche espressione bolognese, può essere interessante per coloro che vivono a Bologna o nella provincia.
      Ha un sapore di antico, ma tanto bello.
      Ciao carissimo Lorenzo, un abbraccio.

  22. Fantastico! Amo il dialetto.. sono le nostre radici! Ci sono modi di dire che sono molto più efficaci in dialetto che in italiano.Ricordo un detto del mio nonno materno che riusciva a farmi piangere quando ero piccolina: “Stet que stasira c’anden a trab
    da Froll?( Stai qui da me questa sera e vieni con me a casa di Frullo a sentire le sue storie?) Ma io piangevo perchè la sera volevo andare a casa mia! Allora per farmi ri-
    dere mi raccontava:”Al set che a gli ot ai ven c’al nov dutour c’al dis che agli ong di
    pi ien dog? ( Lo sai che alle otto verrà quel nuovo dottore che dice che le unghe dei
    piedi sono..dodici?) Così io ridevo. Nonna Elena 17 gennaio 2014
    P.S.Scusate gli errori, ma vi sono paciute? Ciao a presto vi seguirò spesso!

    1. Grazie Nonna Elena,
      metterò volentieri questa tua simpatica filastrocca nella pagina principale del dialetto, prima dell’elenco alfabetico dei proverbi e dei detti contadini, Ci starà benissimo.
      Intanto ti ringrazio di cuore e se hai altre proposte per il dialetto sono ben contenta di accettarle.
      Un abbraccio.

  23. Socmel! Questa è una delle pagine più belle di sempre di tutta Internet. GRAZIE!!!!

    1. Non ho mai ricevuto un complimento così grande. Grazie a te Emanuele, confesso che mi ha fatto immenso piacere.
      Un saluto ed un abbraccio.

      1. Ed è meritatissimo, anzi.
        Mi è capitato di leggere in giro degli estratti con alcune di queste parole (mai piu’ di un terzo) ma erano dei vocabolari: lemma e significato.

        Questo si legge con estremo gusto: il significato messo in anticipo, con questa brevità, innesca il gioco di “dirlo” prima di leggerlo.

        Poi c’e’ tutto il resto, che non avevo fatto in tempo a leggere e saraà una mia lettura oggi in aereo tornando a Bologna! :)

        Aggiungi, se non l’hai già fatto, quelli indicati nei commenti… Ho visto che ce ne sono altre, o sbaglio?

        Grazie ancora e ancora molti complimenti!!

        EP

  24. Ottima l’idea: tutto serve per contrastare il regresso di un bene culturale come il dialetto. Peccato, però, per la costellazione di errori grammaticali e ortografici. In questo modo, chi volesse imparare, assimila degli errori. Sarebbe come se, insegnando l’italiano, si avvalorasse come giusta la forma “Ho stato a Bologgna, comera bella…”. Disponibile, se credete, ad aggiustare gli errori. Cordialmente – Luigi Lepri

    1. Carissimo, sono onorata di ricevere indicazioni dal Maestro Lepri. Conosco la sua bravura e la sua capcità di scrivere bene (e parlare bene ) il dialetto bolognese, cosa per niente facile.
      Sono d’accordo, accetto volentieri, la correzione degli errori. Sono consapevole che ce ne siano tanti, per questo farò avere il mio indirizzo mail.
      Grazie infinite e abbraccio.

  25. Il mio non vuole essee un commento. Non trovo il modo per comunicare con il sito ed allora scrivo qui.
    Ho letto la ninna nanna della Campana di San Simone e mi è tornata in mente anche se un poco differente un’altra ninna nanna. Eccola:
    LA CAMPANA
    D’SAN SIMÄN
    LA CAMPENA
    ED FRA’ SIMON

    Din, dän, din, dän din da le don
    La campana d’San Simän la campena ed fra simon
    Tot al dé i la sunèvén tott al dè la suneva
    Pan e vén i guadagnèvèn pan e vein la guadagneva
    Guadagnèvén un pèr capän guadagneva un per d’capon
    Da purtèr ai só padrän id
    I só padrän in j éren a ca id
    J’éren invézi dapp a l’óss iern’a ca ardapp a l’oss
    A taièr gli uracc al cócch a tirer gli uracc al cocch
    Cócch, cócch, malandrën id
    Dà la vólta al to mulën da la mola a buratei
    Dà la vólta al to canèl buratein casca in tera
    Da la mola a la dunzela
    La dunzela stramazò
    Trantasi ain amazò
    Ai armes al puiglot
    C’al canteva dè e not
    Lasa pur c’al canta
    C’ha j ó trei fióli da maridèr cl’ha trai fiol da marider
    Ónna cûs e pó la taja onna fa i capi ed paia
    Onna fa i caplën ed paja l’etra fa i scrannein furè
    Onna fa i caplën ed spën sblesga ed za e sglesga ed là
    Fa la nana al mi fangën. ……………………..

    poi non so più continuare.

    1. Carisimo Franco, il sito è questo blog, dove ho inserito i miei ricordi del dialetto bolognese.
      Ti ringrazio per aver ampliato la “campana di San Simone”.
      Io la ricordavo ancora più breve e fra i miei parenti e conoscenti che conoscono e parlano il dialetto bolognese, non ce n’è uno che che uno che ricordi di più.
      Perciò ti sono doppiamente grata. Completerò la campana di San Simone, appena il tempo (assai tiranno) me lo consentirà.
      Intanto, se hai altri suggerimenti, li accetto volentieri,
      Puoi sempre scriverli qui, nel blog, come hai fatto con questo suggerimento.
      Un abbraccio e un “At salût”.

      1. Scusate l’entrata a gamba tesa, è la prima volta che mi collego.
        Stavo appunto cercando qualche sito che si occupasse del dialetto bolognese perchè ho un tarlo che ogni tanto viene a rodermi la memoria.
        C’è qualcuno che sa come come si dice in dialetto : “ARCOBALENO”?

        1. Carissimo Franco,
          non so risponderti. Ricordo però che mi si diceva: “Guèrda c’ha jé l’Arcobaleno in zil”.
          Secondo me, non esiste il corrispettivo in dialetto. Ma più di me ne sanno Amos Lelli e Luigi Lepri, che hanno scritto libri sul nostro dialetto.
          Ciao.

  26. Arc in zil , tratto dal francese epoca napoleonica ( Arc en ciel )

  27. Che bella questa raccolta di dialetto bolognese . Interessantissima
    Un abbraccio , buona serata

    rosy :)

    1. Rispondo in ritardi e me ne scuso. Ma il blog non presenta, in prima pagina, i commenti relativi alle “pagine” speciali del blog stesso.
      Grazie carissima, so che mi segui ogni tanto e mi onoro di vedere i tuoi “mi piace”.
      Un saluto ed un abbraccio. Speradisole

  28. E’ un peccato perdere i dialetti e quindi le origini.

    1. Sì, per questo cerco di tenere questa raccolta di detti antichi. Sono la storia dei nostri nonni.
      Ciao.

  29. Che dire è veramente bello e interessante, ho trovato il sito gironzolando in Zà e in Là su internet.
    Non so scrivere in dialetto chiedo perdono.
    Scrivo, oltre che per complimentarmi , per sapere se questo modo di dire, che ho sentito in famiglia, sia da considerarsi bolognese … sa vut cal sona una rumanza ? ( vuoi che sappia suonare una romanza?) .
    Il detto deriverebbe da un episodio accaduto in un paese sconosciuto dove in occasione di incendi al parroco e al campanaro era affidato il compito di suonare le campane per dare l’allarme.
    La scena sarebbe più o meno così
    – suonano alla porta ” presto presto signor arciprete suonate le campane che si è incendiato il mulino”
    il prete e il campanaro in tutta fretta si vestono ed iniziano a salire le scale del campanile per adempiere al loro dovere. Sfortuna vuole che davanti ,nel salire le scale , vi sia il vecchio parroco che forse per l’angustia del momento e del luogo emette ad ogni scalino una scoreggia , il povero campanaro da sotto dopo qualche scalino non ne può più e si lamenta con il parroco :” insomma signor Arziprit che sotta as respira brisa”
    E il parroco di rimando :” Sa vut che un cul al sonna una romanza ?
    Ciao e grazie
    Roberta

    1. Carissima Roberta,
      sì la scena è tipica del bolognese e della terra della campagna bolognese.
      Ti ringrazio di averla raccontata e la metterò sicuramente tra i vari “modi di dire” bolognesi.
      Me ne hai fatta ricordare un’altra, che ho sentito spesso, attribuita ad un prete (nel bolognese la gente, almeno una volta, anche se diceva parole un po’ scurrili non lo faceva mai con l’intenzione di offendere, ma per esprimere quella capacità scherzosa e geniale che è tipica della gente di questa terra).
      C’era un prete che mangiava abbondantemente ed era anche dotato di una buona carica di umorismo. Veniva spesso invitato a pranzo, ma inevitabilmente, vuoi per la voracità con cui divorava le varie portate, a fine pranzo…scoreggiava (faceva le puzzette come si dice adesso).
      Ma lui beatamente esclamava: “Tromba di culo, sanità di corpo” e giù con una bella e grassa risata.
      Grazie Roberta, un abbraccio.

      P.S. L’allarme dato con le campane era una caratteristica della campagna quando c’era un pericolo, si chiama STARMIDA. Era un suono a battuta frequentissima della “grossa” la campana più pesante. Veniva suonata anche in tempo di guerra, per avvisare la gente dei rastrellamenti delle SS in corso nelle campagne. Così. gli uomini, correvano a nascondersi.

  30. come si fa aperdereil bologneseo qualsiasi altra lingua popare semlice chiaarlo DIALETTO e la cultura chiamarla FOLCLORE- lemiliano-romagnolo è una lingua con le sue varietàlocali (tra cui il bolognese)-e come ogni lingua bisogna trattarla da lingua-è assurdo che non esista un FRASARIO dove vengono indicati saluti, e frasi quotidiane- (come ci sono in lingua veneta, sarda, siciliana, insubre, corsa ecc) è assurdo non presentarl come lingua nel suo insieme e non piangiamo poi perla sua scomparsa, tanto l’uomo sta distruggendo ogni biodiversità.

    1. Su Internet esistono vari siti che parlano di dialetto bolognese (o emiliano-romagnolo in senso lato) ma il nostro dialetto è molto difficile, rispetto ad un veneto o ad un napoletano, inoltre è parlato da un classe di persone ben definita, quella detta “del basso ceto”. del contadino, dell’operaio o del facchino o muratore d’un tempo. Non è mai stato la lingua dei padroni, dei grandi ricchi o dei grandi personaggi. E’ una lingua che è rimasta nel basso ceto.
      Ed è naturale che sia scomparsa o quasi, Sono in pochi ora a parlarlo, se non quei volonterosi che si attaccano alle tradizioni.
      Ciao Mario.

  31. ciao mi sovviene una parola petroniana (la conosci già sicuramente) comunque la dico ugualmente la coperta imbottita si chiamava la querta zibè (credo si scriva cosi ma non ne sono sicuro) ciao e alla prossima bella parola petroniana

    1. Ciao Roberto
      grazie della parola petroniana ma sinceramente non la conosco la coperta imbottita con l’aggettivo “zibé”. Forse occorre trovare un vocabolario dialetto bolognese-italiano, molto fine e completo.
      Da noi si diceva “cuérta inbutê”.
      Il dialetto bolognese ha poche parole che iniziano con la Q e non ha la “m” davanti alle conconanti come “b” e “p” bensì la n. Non saprei dirti altro perché pur consultando i vocabolari online del dialetto bolognese, queste parole non ci sono.
      Grazie in ogni modo e se ti ricordi qualche altra parola, sarà lieta di dialogare con te.
      Un saluto carissimo.

  32. http://ilbolognese.blogspot.it/2007_07_09_archive.html

    In questo sito si cita la Cuérta zibè (coperta imbottita) oggi “cuérta imbuté”.

    ……………. “Un “dinosauro”, qualcosa di estinto, come “dinosauri” sono moltissimi termini dei nostri nonni che possiamo trovare nei testi, in qualche antica commedia, ma che oggi suonerebbero come una fastidiosa ostentazione. Tipico esempio è quell’articolo di certa Liliana Nobili Sangiorgi apparso sul foglietto “Al pànt d’la Biànnda” di cui ho già parlato in altra sede. Cito a caso: ……………….. ”
    Ciao
    Roberta Francia

  33. per la coperta imbottita, dalle parti di San Giovanni/Sant’Agata si diceva “Querta zibeda”
    Credo derivi dal fatto che era imbottita e cucita

  34. Sono d’accordo con Franco

    zibato ……. impone di stringere o d* ingrossare la persona, d’ imbottire o di nascondere il petto. …… avea seco di prezioso e particolarmente d’un giubbone zibato, pieno di gran quantità d’oro” …. …Bologna il 3 ott. del 1584

    Piccolo giubbone imbottito portato, a scopo protettivo, dagli uomini d’arme sotto la corazza.
    ciao Roberta F

  35. Grazie a Roberta e grazie a Franco per il contributo.
    Mi sento molto nostalgica a parlare del nostro dialetto.
    Davvero unico e speciale.
    Un abbraccio ad entrambi e ancora grazie.

  36. Vorrei una spiegazione su questo modo di dire … ho capito il detto chi va a nozze cerca di avere un bambino, una famiglia, ma non capisco il nesso con il resto della nota .
    Era usanza … Tutti gli invitati non portavano i regali alle nozze o solo ” i santoli” del battesimo ?

    Per la candelora …. da Wikipedia
    La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.
    ” Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione » (Levitico 12,2-4)

    La mia mamma ( di nome Maria, fra l’altro nata il 2 febbraio), non è stata ammessa in chiesa fino al 40° giorno della mia nascita …. nonostante fossi femmina.. Verso e direi contro le donne la chiesa cattolica ha sempre, perlomeno in passato, applicato la legge del “melius abundare quam deficere” .

    Un abbraccio a tutti
    Roberta Francia

    Chi va a nôz, va a bambôz = Chi va a nozze va a (lett. bamboccio) cioè a bimbo piccolo neonato.
    Era usanza che gli invitati al pranzo di nozze venissero invitati anche al battesimo, anzi, mentre a nozze non si portavano regali, al battesimo si dovevano portare.

    Alla cerimonia non partecipava la madre alla quale era interdetto l’ingresso in chiesa sino alla ricomparsa del flusso mensile, previa, tuttavia di un’assoluzione del peccato originale che, in tempi maschilisti, pare toccasse solo la donna. La cerimonia si svolgeva quasi di nascosto, con l’ingresso, in chiesa, della donna (neomamma) che doveva portare in mano una candela accesa benedetta il giorno della candelora il 2 febbraio. L’ingresso non poteva avvenire dalla porta principale, ma da un porta secondaria laterale.

    1. Cara Roberta,
      il nesso del detto sta tutto nel fatto che, secondo la Chiesa cattolica (di sempre) andare a nozze cioè sposarsi e quindi dormire nello stesso letto, doveva portare inevitabilmente a gravidanza. Non c’era verso l’atto sessuale era finalizzato alla procreazione. Da qui le sfilze di figli e via discorrendo.
      Pertanto i doni venivano riservati per il battesimo che inevitabilmente era la cerimonia successiva per i due novelli sposi.
      Ma la mamma era esclusa dalla cerimonia battesimale, non era stata accolta in Chiesa con la candela benedetta e non le erano ricomparse le mestruazioni, perché il neonato veniva battezzato dopo pochi giorni dalla nascita. La Chiesa sosteneva che, se fosse morto prima di essere battezzato, non sarebbe andato in Paradiso, ma nel Limbo (Cosa di cui nessuno parla più fortunatamente).

      La donna è considerata impura anche nella Bibbia, come si legge nel libro del Deuteronomio. Per esempio l’uomo non poteva avere rapporti sessuali con lei se era mestruata. La donna per la religione (qualsiasi religione, anche la cattolica) è sempre stata quella che doveva procreare e basta.

      Fino a pochi decenni fa, la Chiesa cattolica si interrogava se la donna avesse l’anima oppure no, visto che la Bibbia, la fa “nascere” da una costola di Adamo e quindi su di essa Dio non ha soffiato il suo spirito. Direi che era (o lo è ancora) considerata una creatura di seconda mano.
      Non so se sono stata chiara. Spero di sì.

      Grazie per la tua curiosità.
      Come vedi vado piano nel copiare i detti bolognesi, ma con un po’ di pazienza arriverò alla “zeta.”
      Un abbraccio. Speradisole.

  37. Ciao,
    io vorrei chiederti una cosa…dovremmo fare uno striscione da portare allo stadio il prossimo anno, vorremo scrivere ”Sempre con te …. sempre più innamorato” , mi potresti dire come si scrive esattamente in Dialetto?? (Sampèr còn tè….. sampèr piò innamurè )??!

    1. Caro Fabio,
      ti mando l’indirizzo di Luigi Lepri, una persona che non solo parla e scrive divinamente il nostro dialetto, ma è anche molto disponibile ad aiutare le persone che lo vogliono scrivere correttamente.
      A me ha corretto tutti gli errori che avevo fatto.
      Semmai digli che ti sei rivolto al mio blog “speradisole” che lui conosce e che ti ho suggerito di scrivergli.
      Ciao e buona fortuna per lo stadio del prossimo anno, Immagino sia per il “Bologna”.

      luigilepri.bo@gmail.com

  38. ciao e complimenti per questo meraviglioso blog!
    i miei parlano dialetto, io lo capisco benissimo ma non lo parlo, le mie figlie nemmeno lo capiscono :( e la cosa mi rattrista sinceramente…e mi rattrista ancor di più sapendo che buona parte è colpa mia che non ho saputo tener viva la ns Bologna, i ns detti, le usanze se non in cucina…vedrò di metterci UNA PEZZA!!!

    Volevo dirti che mio nonno, che abitava agli Alemanni, tutte le domeniche si vestiva a festa e poi diceva a tutti (in dialetto) che “andava a Bologna”, per dire che andava in piazza a parlare con gli amici

    Mia nonna, quando voleva sottolineare che eravamo troppo magre, ci diceva (sempre in dialetto) “mangia, che sei come un sospiro di Santa Brigida” … e questo l’ho sentito dire anche da tante altre persone. Che si riferisse a quei biscottini che fanno per le fiere?

    L’ultimo, è il BRISA! Una parola che sia i miei nonni che i miei genitori dicevano sempre per interromperci, per non farci fare qualcosa, per vietare..

    Ciao e grazie ancora!!!
    Spero che un giorno possa nascere anche il MUSEO DEL DIALETTO BOLOGNESE!
    Viviana

    1. Carissima Viviana,
      ormai il bolognese come dialetto è solo “uno stato d’animo”, un passato che non ritorna e mi dispiace moltissimo.
      Tuttavia, mi fa rabbia che il dialetto veneto, per esempio, sia parlato dappertutto e nessuno si vergogni. Per non parlare del romanesco o napoletano. Qui, da noi, invece, pare che parlare dialetto sia qualificare le persone come popolane, incivili, incolte e così via.
      Ci sono persone che tentano di continuare una tradizione, ma ormai sono solo una nicchia.
      Sono spariti i “Burattini” dove Fagiolino e Sganapino parlavano un dialetto sciolto e piacevole. Sono spariti i cantastorie, come Marino Piazza, di Bazzano, sempre presente in tutte le fiere. Anche queste erano occasioni per continuare una tradizione.
      Ma proviamoci noi, con i mezzi che abbiamo.
      Intanto ti saluto e ti abbraccio.
      Grazie per i complimenti. Speradisole.

      1. Hola Speradisole.
        Assolutamente d’accordo e che pena.

        Il nostro dialetto, che abbiamo ascoltato da bambini nei cortili non deve sparire. Guarda con che impeto si chiede rispetto per il Catalano, il Gallego, Il Basco che hanno saputo risorgere con una decisa politica di difesa delle diversitá linguistiche.
        Perché no una ora di Bolognese nelle scuole. A che cosa serve la Regione se non si occupa anche di questa questione culturale. O abbiamo paura delle differenze? L’unitá d’Italia non é messa in discussione dalla difesa dei nostri dialetti.

        Maurizio (da Sevilla)

        1. Ciao Maurizio,
          prima di tutto un saluto alla Spagna ed un ringraziamento a te.
          Hai ragione.
          Alcune regioni riescono a salvaguardare il loro patrimonio culturale, tra cui la “parlata dialettale”, ma non la nostra Regione.
          Io ne provo dispiacere e a volte quando dico qualche parole in dialetto, nessuno mi capisce, anzi mi guardano strano come se fossi un’incivile arrivata da chissà quale parte del paese.
          Ma non si fa niente, anzi, parlare il dialetto a Bologna, fa sembrare una persona incolta, poco gradevole e poco educata.
          Ciao, un abbraccio. Speradisole.

  39. ….. parlare il dialetto a Bologna, fa sembrare una persona incolta, poco gradevole e poco educata.

    E’ così! Ma forse perché il nostro dialetto è molto “colorito” . Ad esempio a Pieve di Cento e non so se anche in altri comuni, per dire :” Neppure per tutto l’oro del mondo” , si dice :” gnanc sa mur al ninen” ( Neppure se muore il maiale).
    Volgare, ma molto efficace poiché in pochissime parole si capisce la negazione assoluta commisurata alla misura del danno. Se fosse morto il maiale, in una famiglia contadina, voleva dire fare la fame per un anno.
    Roberta

    1. Carissima Roberta,
      ti ringrazio moltissimo di questa bellissima “perla” del nostro dialetto.
      Quando la gente aveva a che fare con un piccolo tesoro come un maiale, lo preservava da tutto. Il che rende tantissimo l’idea della cosa preziosa.
      Grazie, un abbraccio Speradisole

  40. Speradisole il sito e’ molto bello, complimenti.
    Vorrei chiederti una spiegazione, ascolto molto volentieri le canzoni di Andrea Mingardi
    (sono quasi tutte in dialetto bolognese) in particolare nella canzone “Ubaldo” il testo parla di una persona molto tirchia, ed ad un certo punto dice “At voi dar na copa Baldo, na mdaia al valor tirè d’la GRICISIE oppure glicisie” sapresti dirmi il significato di questa frase. Ti ringrazio in anticipo.

    1. La parola “GRICÎṡIA” nel dialetto bolognese significa tirchieria, avarizia estrema, ( nel vero senso del denaro). Non è grettezza mentale, ma proprio avarizia. Quando uno è avaro in dialetto bolognese si dice “l è un grécc”.
      La frase di Mingardi rivolta a Ubaldo = «Ti voglio dare una coppa Baldo (diminutivo non sempre dialettale di Ubaldo), una medaglia al valore, (perché) (“ti re) tu sei il re della tirchieria».
      Ciao Roberto
      Grazie ed un saluto. Speradisole.

      1. Ho provato a cercarlo in internet ma niente non trovavo nulla, ti ringrazio molto per il tempo che mi hai dedicato. Nessuno ha mai scritto il testo di quella canzone e non riuscivo a capire il senso di quella frase, ora ho capito.

  41. Non essere avaro……….. An tirèr brîsa indrî al cûl .. chi conosce da dove proviene?

    1. Cara Roberta,
      la frase sicuramente è bolognese.
      Essere diposti a “giocarci” il sedere (Non tirare indietro il sedere) vuol dire proprio che si è generosi al massimo.
      E la parola “culo” è molto familiare ai bolognesi burloni.
      Per esempio:
      Avàir ón fôra dal cûl significa “disprezzare una persona”.
      At’tîra al cûl? significa “sei di cattivo umore?”
      Avàir al fûg in t’al cûl significa “avere fretta”
      Bûs dal cûl ajùtum è un’invocazione scherzosa.

      Sto mettendo insieme qualcuna di queste espressioni tipiche bolognesi sulla parola “cûl”, poi le scriverò nella parte della raccolta dei modi di dire bolognesi.

      Grazie Roberta, per il contributo.
      Un abbraccio e buon ferragosto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 120 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: